Un ponte tra Oriente e Occidente

by Claudia
9 Ottobre 2023

Svolta storica in Medio Oriente con la nascita di un rapporto diplomatico fra Israele e Arabia Saudita, benedetto dagli Stati Uniti. Focus sul crescente ruolo di Riad come potenza regionale e non solo

Si chiude, cinquant’anni dopo, un capitolo tragico della nostra storia: quello che venne aperto il 6 ottobre 1973 dalla guerra israelo-araba dello Yom Kippur. Il nuovo corso politico impresso all’Arabia Saudita dal suo giovane principe Mohammad bin Salman, detto MbS, è il segnale più forte che siamo entrati in un nuovo capitolo di storia per il Medio Oriente. Se l’economia saudita è stata a lungo una «monocultura petrolifera», oggi la parola d’ordine è la diversificazione: Riad vuole diventare una potenza leader nello sviluppo dell’idrogeno verde e di altre fonti rinnovabili. La nuova Arabia si prefigge di diventare una potenza manifatturiera, e in cima alle proprie ambizioni mette la produzione di batterie per auto elettriche.

L’ingresso nei Brics

La logica geopolitica del nuovo corso guidato dal principe MbS lui l’ha definita così: l’Arabia punta a essere un ponte tra Oriente e Occidente, così come tra il Nord e il Sud del pianeta. In questa luce bisogna vedere l’attivismo diplomatico più recente: il disgelo con l’acerrimo nemico Iran (favorito dalla diplomazia cinese), l’ingresso nei Brics che la Cina vuole trasformare nel contro-G7 in chiave anti-americana, ma al tempo stesso i preparativi sotterranei per il riconoscimento diplomatico di Israele, che chiuderebbe l’operazione sponsorizzata dallo stesso Trump con gli «accordi di Abramo» fra gli Emirati e Israele. Se accadrà, l’apertura di relazioni diplomatiche fra l’Arabia e Israele sarà un sisma, con implicazioni enormi per tutti il mondo islamico. E questi sono solo gli ultimi capitoli di un protagonismo geopolitico dell’Arabia Saudita che l’ha portata a mantenere buoni rapporti con la Russia ignorando le nostre sanzioni; a sviluppare quelli con la Cina e l’India di cui è il principale fornitore di energie fossili; ad allargare il proprio ruolo economico e strategico in Africa (dove per esempio un Paese come l’Egitto viene letteralmente colonizzato dai capitali sauditi).

L’assassinio di Khashoggi

L’Occidente ora «rincorre» MbS, dopo averlo demonizzato. Per molti l’evento chiave in cui si guastarono i rapporti rimane il feroce assassinio del giornalista d’opposizione Jamal Khashoggi. Dal punto di vista saudita l’Occidente applica due pesi e due misure, perché gli stessi che hanno preteso di tagliare i rapporti con Riad per condannare quell’atrocità, non si sognano di chiudere le relazioni con la Cina per gli abusi contro i diritti umani in Tibet, Xinjiang, Hong Kong. Inoltre a Riad molti – anche tra gli occidentali che vi lavorano – ritengono che fissandosi sull’orribile omicidio di Khasogghi l’Occidente abbia sottovalutato i progressi compiuti anche nel campo di certi diritti: la condizione della donna in Arabia sta migliorando; l’alleanza con il clero wahabita più reazionario e oscurantista è stata abbandonata da MbS; sembra si stia chiudendo quel ciclo terribile che dal 1979 aveva portato i sauditi a esportare versioni fanatiche dell’Islam nelle moschee e madrase di tutto il mondo, inclusi terroristi jihadisti come Osama bin Laden e ben 15 dirottatori dell’11 settembre 2001.

Il risentimento saudita si allarga fino a includere il discorso ambientalista. Da anni i sauditi ascoltano i discorsi ufficiali dei leader occidentali che condannano gas e petrolio e ne preannunciano l’abbandono il più presto possibile. Poi però quando Putin ha invaso l’Ucraina e le vendite di energie fossili dalla Russia all’Europa sono cessate, l’Occidente è corso a chiedere maggiori forniture ai sauditi. L’estremismo ambientalista in voga in Occidente li irrita, perché mentre Riad investe nelle rinnovabili, al tempo stesso sa che il mondo intero avrà bisogno di energie fossili ancora a lungo, e una transizione fulminea non è realistica. Per tutte queste ragioni, l’emergere di una visione geopolitica sempre più autonoma da parte di MbS, è in parte il frutto della storia (la memoria dell’impero arabo nella sua proiezione su tre Continenti), in parte la presa d’atto che l’Occidente è diventato un partner ondivago e inaffidabile, in parte la conseguenza di oggettive convergenze d’interessi con la Russia e con il più grande importatore mondiale di energie fossili che è la Cina. Ma questa Arabia non vuole apparire allineata con nessuno, non vuole finire catalogata come membro di questo o quel blocco. Ambisce a giocare su tutte le scacchiere conquistandosi un ruolo che la renda indispensabile a tutti.

L’intesa con Mosca

Il petrolio che sembra puntare verso i 100 dollari al barile, in un certo senso, è il modo in cui i mercati celebrano il cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur, quella che provocò il primo grave shock energetico. C’è l’intesa tra Arabia Saudita e Russia dietro i tagli di produzione che spiegano i recenti rialzi dei prezzi. È un paradosso, perché mentre sul terreno economico Riad se la intende con Mosca, su un altro terreno invece torna a valutare le offerte di assistenza militare dagli Stati Uniti, come incentivo al primo allacciamento di rapporti diplomatici con Israele. È quindi un buon momento per riflettere sul mezzo secolo che si chiude, su quello che abbiamo imparato (oppure no) dalla guerra dello Yom Kippur in poi.

La guerra dello Yom Kippur

Il conflitto arabo-israeliano combattuto dal 6 al 25 ottobre del 1973 prese il nome dalla festività ebraica durante la quale ebbe inizio, non a caso. Gli eserciti della coalizione araba guidata da Egitto e Siria (cui parteciparono contingenti da Arabia, Algeria, Marocco, Tunisia, Libia, Giordania, Iraq, Sudan, e perfino da Cuba) inizialmente ebbero la meglio anche grazie all’effetto-sorpresa legato alla festa religiosa. In seguito le forze israeliane riuscirono a recuperare. Sul piano strettamente militare non ci fu una netta vittoria di uno dei due campi, ma la guerra fu vissuta come un riscatto da parte del mondo arabo dopo l’umiliazione subita in quella del 1967. Il Medio Oriente si confermò come un epicentro della guerra fredda, con la tensione ai massimi fra Stati Uniti e Unione Sovietica (quest’ultima appoggiava la coalizione araba).

Il rincaro dei carburanti

L’Opec usò con successo le sanzioni economiche razionando il greggio a diversi Paesi occidentali accusati di avere armato Israele. Il rincaro dei carburanti creò gravi difficoltà alle economie avanzate. Fu l’inizio di un consistente trasferimento di risorse finanziarie dai vecchi Paesi industrializzati alle Nazioni emergenti che detengono le maggiori riserve di energie fossili. Un trasferimento di ricchezze da Nord a Sud, quindi. Con risultati, a posteriori, peggio che deludenti. Il fiume di petro-dollari arricchì le classi dirigenti del mondo arabo che si rivelarono incapaci di investire nella modernizzazione dei loro Paesi, nell’istruzione, nel benessere. Sei anni dopo il primo shock energetico arrivò il secondo con la rivoluzione iraniana, una nuova impennata dei prezzi petroliferi, un ulteriore trasferimento di ricchezze da Nord a Sud. Per timore di fare la stessa fine dello scià di Persia, la monarchia saudita (che aveva subito attentati terroristici in casa sua) strinse un patto scellerato con il clero wahabita. Cominciò una gara tra Iran e Arabia a chi si distingueva nel più virulento odio verso l’Occidente. I petrodollari finanziarono in tutto il mondo moschee e madrase dove si predicava la jihad. L’anti-occidentalismo dilagava anche per dirottare verso nemici esterni la crescente frustrazione delle popolazioni musulmane, derubate dei benefici della rendita petrolifera dai loro governanti.

Oltre l’odio e la violenza?

Mezzo secolo di stragi terroristiche e di sangue forse si sta chiudendo sotto i nostri occhi? Dietro il disgelo diplomatico tra Arabia e Israele c’è anche questo: il principe MbS sembra impegnato a liberarsi dall’influenza del clero. I fiumi di petrodollari sauditi che finanziavano la jihad tendono a inaridirsi. In questo senso il cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur ci rivela che qualcuno ha imparato qualcosa: dopo aver sprecato buona parte di questo mezzo secolo a diffondere odio e a versare sangue, c’è una classe dirigente araba che appare intenzionata a cambiare strada. La distruzione dello Stato d’Israele, a quanto pare, finisce negli archivi della storia. Tra i perdenti si reputa che ci siano i palestinesi. I quali però avevano già perso: si erano dati un’Autorità di governo inetta e corrotta; poi si sono affidati a milizie armate legate all’Iran sciita; di conseguenza l’Arabia aveva già perso da tempo ogni entusiasmo per la causa palestinese.