Il bilancio sull’attuazione dell’ambizioso programma di azione riguardante lo sviluppo sostenibile dell’Onu è deludente. Quali cambiamentisi rendono necessari? Intervista all’esperto Peter Messerli
Nel settembre 2015 la Svizzera, insieme ad altri 192 Paesi membri dell’Onu, ha adottato l’Agenda 2030. Questa rappresenta una sorta di bussola per orientarsi verso lo sviluppo sostenibile e per affrontare le grandi sfide del pianeta, quali la povertà estrema, i cambiamenti climatici o il degrado ambientale, sia a livello nazionale sia internazionale. La strada per costruire un mondo migliore è indicata da 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (la lotta alla povertà e alla fame; la promozione della salute, dell’istruzione di qualità, della parità di genere; l’accessibilità all’acqua pulita, ai servizi igienico-sanitari, all’energia pulita ecc.) e da 169 sotto-obiettivi. In occasione della 78esima Assemblea generale dell’Onu (che entra nel vivo il 19 settembre con il Dibattito generale) si fa il punto sullo stato di attuazione dell’Agenda 2030 a metà percorso. «Il bilancio è deludente», afferma Peter Messerli, professore di sviluppo sostenibile all’Università di Berna e direttore della Wyss Academy for Nature. «Anche la Svizzera non sta facendo abbastanza. Da un lato manchiamo di coerenza politica e dall’altro tendiamo a ignorare il fatto che siamo un Paese globalizzato. Quando parliamo di aiuti pubblici allo sviluppo agiamo come se stessimo facendo un favore al resto del mondo invece di riconoscere la nostra profonda interdipendenza».
Con l’Agenda 2030 la comunità internazionale si è presa l’impegno di creare un mondo migliore e di non «lasciare indietro nessuno». A che punto siamo al giro di boa?
Prima di tutto voglio ricordare che il 2015 è stato un anno molto speciale. Si sono tenute tre importanti conferenze: quella sul clima di Parigi, quella sul finanziamento dello sviluppo ad Addis Abeba e infine, in autunno, quella sull’Agenda 2030 a New York. C’era aria di cambiamento e la volontà di creare un mondo migliore e più giusto. Si respirava un’atmosfera piena di contagioso ed euforico ottimismo. Se guardiamo ai risultati raggiunti da allora, il bilancio è deludente e non soddisfa certo le attese. Il rapporto intermedio del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, fa il quadro della situazione e ci ricorda che siamo sulla buona strada solo per il 12% degli obiettivi. Per la metà si sono registrati dei progressi che sono però insufficienti per raggiungere il traguardo. A deludere è soprattutto l’ultimo dato, ossia che per oltre il 30% degli obiettivi non si registrano miglioramenti: si marcia sul posto o addirittura si fanno passi indietro rispetto al 2015. Quando è stato stilato il primo rapporto globale sullo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, di cui sono stato coautore nel 2019, il quadro era migliore. Come ha fatto ora il segretario generale dell’Onu, anche noi abbiamo suonato l’allarme perché eravamo in preoccupante ritardo.
Non è certo il risultato che ci si aspettava di trovare a metà delpercorso. E ora? Come affrontare una situazione tanto allarmante?
Tutti concordiamo sul fatto che il risultato è insufficiente. Ma dobbiamo anche ricordarci cos’è l’Agenda 2030. È un quadro d’orientamento per la comunità internazionale, una sorta di bussola per lo sviluppo sostenibile. Indica la rotta da seguire per raggiungere il traguardo: un mondo migliore e più giusto. Il fatto che stiamo procedendo più lentamente rispetto al piano previsto non significa che dobbiamo buttare via la bussola. Nel 2023, in un’epoca in cui si registra una crescente fragilità del multilateralismo, questa bussola, questa visione è fondamentale per riuscire a mantenere la rotta.
Il traguardo è lontano e il tempo per raggiungerlo sempre meno…
È vero, siamo ancora lontani, ma non dobbiamo dimenticare i progressi ottenuti. Fino al 2019 si sono registrati miglioramenti, ad esempio per quanto riguarda la riduzione della povertà, la scolarizzazione o il tasso di mortalità infantile. Negli ultimi tre anni la pandemia e la guerra di aggressione contro l’Ucraina da parte della Russia hanno ulteriormente rallentato l’attuazione dell’Agenda 2030, annullando molti progressi degli anni precedenti. In Perù, ad esempio, la crisi causata dal Covid-19 ha fatto scivolare nella povertà un milione di peruviani e peruviane. L’Ucraina e la Russia producono insieme circa un terzo dell’offerta mondiale di grano. Un Paese come l’Egitto dipende per oltre l’85% dai cereali di questi due Stati. A causa del taglio delle forniture sono aumentati i prezzi, la povertà, la fame.
A questo punto possiamo dire che l’Agenda 2030 è ormai fallita?
No, l’Agenda 2030 non è fallita. Il problema è la sua attuazione. È indebolita dalla mancanza di volontà politica dei singoli Stati di cooperare a livello multilaterale. Le Nazioni non intendono fissare regole del gioco che valgono a livello globale. È qui che la comunità internazionale fallisce. Voglio inoltre sottolineare un altro aspetto. Sappiamo che dobbiamo fare qualcosa contro il cambiamento climatico, la povertà, la fame e per salvaguardare la biodiversità. Ma quando, in Svizzera o in Amazzonia, si deve passare dalle parole ai fatti, ci si rende conto che la protezione ambientale potrebbe avere ripercussioni negative, ad esempio sui posti di lavoro, e viceversa lo sviluppo economico, come l’allevamento di bestiame, sulla natura. La difficoltà principale consiste nel valutare e risolvere con attenzione questi conflitti di interesse al fine di trovare, insieme alle parti interessate, soluzioni innovative che permettano di raggiungere gli obiettivi stabiliti. Questa incapacità sta paralizzando l’attuazione dell’Agenda 2030 ed è il problema più significativo.
A metà percorso verso il 2030, la comunità internazionale e i singoli Stati riusciranno a dare unasvolta decisiva all’attuazione dell’Agenda 2030?
Questo cambio di direzione è difficile e non so se riusciremo davvero a invertire rotta. Tuttavia non abbiamo alternative perché più aspettiamo, più elevato sarà il costo da sostenere e più gravi saranno le conseguenze. Per dare realmente una svolta a questo processo dobbiamo stabilire due priorità. Prima di tutto non possiamo più limitarci a combattere i problemi in maniera isolata: il clima, la povertà, la disuguaglianza. Ci comportiamo come vigili del fuoco o come una madre che dà l’aspirina al figlio quando ha mal di testa. Dovremmo invece concentrarci sulle cause profonde dei problemi. E queste cause sono radicate nel nostro sistema: nel modo in cui ci alimentiamo, ci muoviamo e produciamo energia. Può sembrare presuntuoso, ma è essenziale avere il coraggio di trasformare questo sistema. In secondo luogo, e lo sottolineo in qualità di scienziato, urge un cambiamento. Non basta mettere un mattoncino sopra l’altro. La vera sfida è accelerare il cambiamento e rafforzare le diverse leve del sistema in modo che si rafforzino reciprocamente. Ad esempio un’innovazione economica dovrebbe generare benefici ambientali che, a loro volta, migliorino le condizioni di vita della società. L’obiettivo è identificare queste leve per innescare una spirale virtuosa. Per illustrare la forza del cambiamento esponenziale, immaginate di fare venti passi della stessa lunghezza per attraversare una stanza. Se invece raddoppiate la lunghezza di ogni passo, dopo 13 passi raggiungerete New York e dopo 19 sarete sulla Luna.
Concretamente, quali decisioni della comunità internazionalepotrebbero avere un impatto significativo sull’attuazione dell’Agenda 2030?
Secondo me ci sono quattro principali leve per modificare questi sistemi: commercio e finanza, governance, ovvero «le regole del gioco», comportamento individuale, e infine, scienza e tecnologia. Ognuna di queste leve può costituire parte del problema o della soluzione. Prendiamo ad esempio la necessità di trasformare il sistema finanziario. A causa della pandemia, l’indebitamento è cresciuto a tal punto che, in numerosi Paesi, il pagamento degli interessi sul debito supera l’ammontare degli aiuti pubblici allo sviluppo internazionale che ricevono. Invece di saldare gli interessi, questi soldi potrebbero essere impiegati per perseguire gli obiettivi dell’Agenda 2030. Un altro esempio riguarda il trasferimento di utili e l’evasione fiscale. I Paesi in via di sviluppo spostano ogni anno circa 80 miliardi di euro verso i paradisi fiscali. La somma che finisce in Svizzera è circa venti volte superiore a quanto la Confederazione investe nella cooperazione internazionale. E ci sono altri esempi grotteschi: attualmente i sussidi globali a favore delle energie fossili raggiungono circa un miliardo di dollari. Specialmente nel contesto attuale di cambiamenti geopolitici, i Governi sostengono l’uso di combustibili fossili invece di impiegare questi fondi per lo sviluppo delle energie rinnovabili e a favore della sostenibilità.
In questi giorni a New York si terrà l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, durante la quale si parlerà anche dell’Agenda 2030. Quali risultati si aspetta?
Sinceramente non mi aspetto molto dato che attualmente il multilateralismo è in grave difficoltà. Tuttavia mi auguro un rinnovato impegno a favore del cambiamento sistemico che ho illustrato in precedenza. Prendiamo come esempio il Global Food Summit del 2021 che si è tenuto a Roma: l’attenzione non è stata focalizzata su singoli obiettivi come l’eliminazione della fame o della povertà, ma su come i vari Paesi possano trasformare i propri sistemi alimentari in maniera sostenibile. Durante la conferenza si è discusso del ruolo degli stakeholder, del settore privato e dei Governi. Ad esempio la Svizzera è rientrata dal vertice con l’impegno di riformare il proprio sistema alimentare. È questo tipo di approccio strategico che trovo promettente e che spero venga applicato in altri settori, come l’economia circolare, la transizione energetica e lo sviluppo urbano.
