Per la seconda volta in poco più di un quarto di secolo la Serbia si è scrollata di dosso il potere di un uomo solo. Nell’ottobre del 2000 i serbi scesero in piazza per cacciare Slobodan Milošević; nell’ottobre del 2026 la mobilitazione costruita da un movimento studentesco contro la corruzione ha battuto Aleksandar Vučić e il suo Partito progressista (Sns), al Governo da oltre un decennio e di nuovo candidato premier il 25 ottobre scorso. La Lista studentesca ha ottenuto il 53% dei consensi e circa 140 dei 250 seggi dell’Assemblea nazionale, una maggioranza ampia e stabile pur con tutte le incognite che si presentano visto che si tratta di un movimento trasversale, acefalo e ormai ben più ampio rispetto ai soli studenti. Questa vittoria chiude due anni di proteste iniziate nel novembre 2024, quando a Novi Sad crollò la pensilina della stazione ferroviaria appena ristrutturata, uccidendo sedici persone. Gli studenti attribuirono la tragedia alla corruzione del sistema Vučić, e i blocchi delle università diventarono il più grande movimento di protesta dal 2000.
La campagna è stata giocata quasi solo su temi interni: stato di diritto, corruzione, giustizia. Gli elettori hanno mostrato di voler cambiare il Paese, non la sua collocazione internazionale. Un movimento nato nelle università nel dicembre 2024, senza soldi, senza un leader e senza alcuna esperienza elettorale, ha sconfitto uno dei sistemi di potere più radicati dei Balcani. Come è stato possibile? La prima ragione è il malcontento, che si è accumulato per anni. Salito al potere nel 2012 cavalcando il risentimento contro le riforme della transizione post comunista, Vučić aveva trasformato una democrazia già fragile in un regime ibrido, con tratti sempre più autoritari. Le proteste si ripetevano ogni diciotto mesi circa, ogni ondata più numerosa della precedente, ma tutte si spegnevano senza cambiare nulla. Alla crescita della rabbia si accompagnava quella della rassegnazione: nel 2024 molti serbi non credevano più né di poter rimuovere Vučić né nei partiti d’opposizione, percepiti come parte dello stesso sistema, e avevano smesso di votare.
Il crollo della pensilina
La scintilla è arrivata nel novembre 2024, quando a Novi Sad è crollata la pensilina della stazione ferroviaria: gli studenti hanno visto nella tragedia il frutto della corruzione e hanno occupato le università. Il 15 marzo 2025 circa trecento mila persone sono scese in piazza a Belgrado, e quel giorno gli studenti hanno risolto un problema di coordinamento: chi era scontento ha capito di non essere solo, e che esisteva un’alternativa capace di vincere. Per molti il fatto di condividerne o no le idee è diventato secondario; contava che anche gli altri l’avrebbero votata. Quando poi, nel maggio del 2025, gli studenti hanno chiesto elezioni anticipate, hanno anche posto una condizione insolita: nessuno di loro sarebbe stato in lista – infatti nessuno dei 250 candidati che si è presentato al voto era uno studente. Il messaggio era chiaro: vogliamo cacciare chi sta al potere, non prendere il suo posto. In un sistema fondato sul clientelismo, giovani senza incarichi, accordi o accesso alle risorse dello Stato erano per definizione «puliti», e l’autolimitazione ha reso credibile la promessa di cambiare le regole. Ha attratto elettori di sinistra e di destra, delusi dalle opposizioni o astenuti da tempo: l’affluenza è stata intorno al 70 per cento.
C’è anche una questione culturale. Per una generazione che ha vent’anni, Vučić era semplicemente superato: il suo mondo di favori, appartenenze e fedeltà personali, in cui contano più i legami che il merito, non era «roba loro». Questo rifiuto si è poi esteso agli elettori più anziani. A quel punto salari più alti, appartamenti sovvenzionati o sussidi in contanti, gli strumenti con cui il potere compra il consenso, hanno perso efficacia con chi non voleva più far parte di quel sistema. Gli studenti hanno costruito una rete di migliaia di volontari non retribuiti, più motivati di molti funzionari del partito. Resta il nodo della politica estera, su cui la campagna è stata quasi muta e il programma è in larga parte in continuità con Vučić: nessun riconoscimento del Kosovo, no alle sanzioni contro la Russia, partenariato strategico con la Cina. La stessa coalizione che ha vinto tiene insieme liberali filoeuropei e nazionalisti, e questo lascia aperti molti interrogativi sul rapporto con Bruxelles e con Mosca: il nazionalismo resta forse la forza politica più potente della Serbia.