Il «Washington Post» ha selezionato le 25 opere più importanti e influenti della storia della cultura americana
Il termine Zeitgeist, spirito dei tempi, viene fatto risalire al filosofo e letterato pre-romantico tedesco del XVIII secolo Johann Gottfried Herder che voleva tradurre la locuzione latina genius saeculi, spirito del secolo. All’epoca non esisteva la cultura di massa, il retaggio culturale della gente comune era in gran parte rappresentato dalla religione, dai miti e dai riti. Oggi lo Zeitgeist, o se si preferisce esprit du temps, trova la sua rappresentazione migliore nella cultura popolare, quel complesso mosaico in cui confluiscono creatività , sapere, tradizioni e un ineffabile desiderio di comunità .
In un recente articolo che ha inevitabilmente suscitato discussioni e polemiche, il quotidiano americano «Washington Post» ha cercato di individuare, in occasione dei 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti, le 25 più importanti e influenti espressioni della storia della cultura americana. «Se scrivessimo un’autobiografia non fatta di parole ma di opere – ha scritto la testata – queste 25 sarebbero tra le più significative».
Woke indica la capacità di essere consapevoli e riconoscere i retaggi che influenzano il presente e lo spirito dei tempi
La selezione non ha potuto ignorare i tempi in cui queste opere nacquero e, come è inevitabile quando si guarda a fenomeni popolari, vi confluiscono momenti alti come gli scritti illuministi di Thomas Paine e testimonianze non certo auliche della contemporaneità come il reality show Al passo con le Kardashian. Le comunità si definiscono così, attraverso grandi pensatori, ma anche con momenti meno edificanti di intrattenimento collettivo.
Il Novecento è diventato il secolo americano anche grazie ai media e a una produzione culturale industrializzata che ha colonizzato, in diversi modi, tutto il mondo. La selezione del «Washington Post» in qualche modo riguarda quindi anche il nostro sentire comune. Quello che il quotidiano non è riuscito a nascondere, e non era possibile farlo, è che la cultura americana e quindi anche quelle che ne hanno subito il fascino sono state profondamente influenzate dalla divisione razziale e dal razzismo.
L’inno americano The Star-Spangled Banner, fu composto nel 1814 da un avvocato del Maryland, Francis Scott Key, uno schiavista che in uno scritto definì i neri come «una razza di persone inferiori che rappresentano il male». Il testo integrale non viene mai cantato anche perché, rievocando la battaglia che ispirò la canzone, recita: «nessun rifugio salverà i mercenari e gli schiavi dal terrore della lotta».
Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain, pubblicato nel 1884, è un capostipite della letteratura, ma la figura dello schiavo nero Jim, grande amico del protagonista del libro, è trattata con quel paternalismo e quel senso di superiorità che apparteneva anche alle personalità più illuminate dell’epoca. L’utilizzo diffuso poi del termine razzista «N-word» (parola che ha sempre avuto connotazioni spregiative) lo ha reso oggi un testo difficile da proporre nelle scuole.
Ben più controverso il film del 1915 Nascita di una Nazione di D.W. Griffith, una pellicola kolossal che rivoluzionò lo stile e il linguaggio cinematografico. Imprescindibile, ma ripugnante: la trama è una celebrazione della genesi del Ku Klux Klan, sorto dopo la Guerra di Secessione come milizia di protezione degli ex-schiavisti. Il successo del film ebbe come conseguenza anche la rifondazione dell’organizzazione razzista, che era scomparsa da più di trent’anni.
Le scelte del «Washington Post» ovviamente non ignorano l’importanza della cultura afro-americana: dall’autobiografia dell’ex schiavo diventato politico e attivista abolizionista Frederick Douglass, all’antologia di poeti e scrittori neri The New Negro curata da Alain Locke; dalle registrazioni del bluesman Robert Johnson a Michael Jackson. Ma anche qui l’ombra della questione razziale emerge.
Gli scritti di Douglass e quelli raccolti da Locke rappresentavano la reazione alla segregazione fisica e intellettuale. Robert Johnson incise le sue canzoni quando il blues era considerato una sottocultura e le sue registrazioni furono riscoperte anni dopo la sua morte. Lo stesso Michael Jackson con Thriller, e siamo negli anni Ottanta dello scorso secolo, fu il primo artista nero a conquistarsi spazio nella video-musica che all’epoca dettava i canoni del successo pop.
Ma, uscendo dai confini delle scelte del «Post», potremmo prendere a esempio altri diversi prodotti fondamentali per la cultura di massa, nati da questa ferita della società americana. Jump Jim Crow, un brano degli anni venti dell’Ottocento, fu il primo vero successo musicale autoctono statunitense, divenendo popolare anche in Gran Bretagna. Faceva parte della tradizione degli spettacoli blackface, antesignani dei musical, in cui attori e cantanti bianchi con la faccia dipinta di nero mettevano in scena personaggi che ricalcavano stereotipi razzisti. Il brano Strange Fruit, interpretato da Billie Holiday e che il magazine «Time» definì nel 2000 la canzone più importante del XX secolo, è una tragica poesia che ricorda i linciaggi degli ex-schiavi nel sud degli Stati Uniti.
In questo senso, ricostruire il percorso che ha forgiato la cultura popolare americana significa essere consapevoli di tutte le implicazioni così come dello Zeitgeist in cui le manifestazioni di questa cultura nacquero. Significa quindi essere «woke», adottando nel senso più autentico un termine oggi al centro di un dibattito politico che non sembra al corrente delle vere connotazioni dell’espressione. «Woke», contrazione della frase gergale «stay woke» («stai sveglio»), era una parola che apparteneva già a certe campagne attiviste dei neri, quando nel ’62 lo scrittore di Harlem William Melvin Kelly pubblicò un editoriale sul «New York Times» dal titolo If You’re Woke, You Dig It («Se sei sveglio lo capisci») in cui spiegava come i termini e i modi di dire afro-americani venissero spesso assimilati e alterati nel loro significato dalla cultura dominante.
Come ha rivendicato la NAACP, una delle principali associazioni per i diritti civili in un manifesto dedicato al tema: «I media hanno ridefinito woke erodendone il significato culturale e separando il termine dal suo fondamento storico e dal suo legame con la storia afroamericana». «Woke» ha quindi poco o nulla a che fare, nella sua origine, con un galateo linguistico o ideologico, né implica una rilettura artificiale della realtà o forme di censura e autocensura volontaria, come oggi molti credono. Indica piuttosto la capacità di essere consapevoli e riconoscere i retaggi e i debiti culturali che continuano a influenzare il presente e lo spirito dei tempi che stiamo vivendo.
