Ivo Soldini protagonista fino a novembre di una grande mostra a Castel Grande a Bellinzona; ne abbiamo parlato con il curatore Mattia Tami
Gli inconfondibili lavori di Ivo Soldini (per lo più sculture) contrappuntano spazi pubblici e privati del nostro cantone ormai da diversi anni. L’uomo, da sempre al centro della ricerca dell’artista ticinese, esprime la propria condizione – che potremmo definire di «fragile possenza» – attraverso l’inclinazione del corpo, ma anche attraverso il fatto che è, per chi lo guarda, impossibile decifrarne il volto. Forse è il tentativo artistico di riprodurci – o restituirci – per quello che siamo, tutti uguali, ma ognuno anche diverso, perché sempre fedele a sé stesso.
La mostra Progetto Castel Grande – Sculture e Dipinti di Ivo Soldini, inauguratasi lo scorso giugno a Castel Grande a Bellinzona, fra i pregi ne ha soprattutto uno, ed è quello di offrire alla visitatrice e al visitatore un’idea di insieme altrimenti difficilmente raggiungibile, in quella distribuzione a macchia di leopardo sul territorio ticinese, delle opere soldiniane di cui sopra.
Due sono, infatti, i blocchi espositivi all’interno del castello medievale: da una parte, rappresentato dall’occupazione silenziosa delle numerose statue, monumentali e più a misura d’uomo, di bronzo e alluminio, nel prato della corte (un incontro offerto anche al visitatore occasionale); dall’altra, all’interno, la lunghissima parete (37 m) nella Sala dell’Arsenale, dove si trova una quadreria, con un’impressionante sequenza di dipinti, a testimoniare gli oltre cinquant’anni di intensa attività di Ivo Soldini, nato a Lugano nel 1951, ma praticamente da sempre operativo nella casa paterna di Ligornetto.
Della scelta delle modalità di disposizione delle opere per la mostra (che resterà aperta fino a novembre) si è occupato il giovane architetto ticinese Mattia Tami titolare dello studio AERA di Tenero, che abbiamo incontrato per farci raccontare questo sodalizio:
Mattia Tami, lei è principalmente architetto, ma per questa mostra ha indossato i panni del curatore.
Io sono titolare di uno studio di architettura, ma mi è sempre piaciuta l’arte, e attraverso amici comuni ho conosciuto Ivo Soldini, con cui è nato un rapporto di amicizia che mi porta spesso anche a frequentare la sua casa di Ligornetto, cosa che faccio volentieri, poiché amo la luce speciale del Mendrisiotto. Per me è stato un piacere e un onore potere allestire questa mostra, poiché ammiro molto le opere di Ivo Soldini. Essendo questa la prima volta che mi occupavo di curatela, ho sentito un grande senso di responsabilità ; inoltre, mi sono ritrovato a «mettere insieme» due aspetti, scultoreo e pittorico, della carriera di un artista in un luogo importante come il Castel Grande. Ci tengo inoltre a evidenziare che la mostra è stata il risultato di un lavoro corale: dall’artista al fotografo, dal grafico ai collaboratori del mio studio, alle maestranze fino alla Città di Bellinzona. Ognuno ha apportato un contributo importante e credo che la qualità finale del progetto risieda proprio in questa collaborazione tra competenze e sensibilità differenti.
Qual è stata la sfida più grande di questo allestimento?
Credo di avere trovato un trait d’union tra uno spazio monumentale come quello di un castello medievale che, detto fra di noi, a uno sguardo più approfondito è capace di mettere soggezione, e delle opere d’arte. Grazie al lavoro di Ivo Soldini, però, a sua volta artista dalle opere monumentali, è stato più facile non farsi schiacciare dalle mura del castello. L’idea era dunque quella di fare dialogare tra di loro alcune opere, anche grazie a quella che mi piace definire un’»invasione pacifica degli spazi».
Un’altra grande sfida è stata quella logistica: è stato complicato portare così tante grandi opere nello spazio di Castel Grande.
E da cosa si è lasciato ispirare?
Penso che l’ispirazione nasca già all’entrata della corte della casa di Soldini a Ligornetto, dove ci sono delle grandi opere capaci di avvolgerti. La mia idea, dunque, era quella di riprodurre il modo particolare di Soldini di vivere l’arte, ricreando anche all’interno del castello le varie tensioni derivanti dal dialogo tra opere di epoche e dimensioni diverse. In fondo, quello che appare nella corte ligornettese di Ivo Soldini è anche un gioco, poi riprodotto a Bellinzona. Lo stesso discorso vale per la quadreria: anche nella cucina di Ligornetto si vive un’immersione in quadri di epoche diverse, in quello che è un disordine solo apparente e un dialogo improbabile, ma, alla fine, quello che esce è un ordine nuovo, emozionante. A tutto ciò si aggiunge un altro aspetto a mio avviso interessante: quando si pensa alle opere di Soldini, solitamente si pensa al bronzo, dunque a tonalità scure e monocromi. Sulla parete della quadreria, invece, assistiamo a un’esplosione di colore. Anche per me personalmente molti dei quadri sono stati una vera e propria scoperta.
La quadreria è sicuramente l’elemento a sorpresa di questo allestimento. Oltre settanta dipinti disposti lungo le pareti di una stanza del castello lunga 37 metri.
Sì, la quadreria rappresenta la possibilità di conoscere un aspetto diverso di Soldini. Vi sono diverse opere giovanili, ma abbiamo deciso di non seguire una linea cronologica rigida, ci siamo piuttosto affidati ad altri criteri come, appunto, la possibilità di un dialogo tra i singoli dipinti, e scelte di ordine cromatico o compositivo.
Al di là della monumentalità , qual è il messaggio che a lei personalmente comunicano le opere di Ivo Soldini?
La sua alla fine è un’affascinante continua ricerca sull’uomo e sulla figura umana, che rappresenta in varie forme e modi, ma sempre con degli elementi inconfondibili, come ad esempio i graffi, che a me ricordano da vicino ciò che succede nella vita di ognuno di noi. Ho cercato di portare in mostra proprio questo potente aspetto umano delle opere di Soldini. Pensiamo ad esempio all’area vicino all’ingresso del ristorante, dove si trovano delle figure più piccole: grazie alle loro dimensioni ridotte si comportano come delle persone qualunque che chiacchierano. Le statue si possono vedere da vicino e ci si può girare intorno a 360°, scoprendo come ognuna sia diversa dall’altra, così come siamo diversi tutti noi, e questa è un aspetto toccante del lavoro di Soldini. L’artista ha prodotto una quantità incredibile di opere, è proprio questa mole, frutto del suo amore per il lavoro di una vita, il suo elemento di forza maggiore.
Qual è il suo rapporto personale con l’arte?
In realtà seguo percorsi traversali e diversi tra di loro, e l’arte è uno di questi. Mi piace andare alla ricerca di nuovi artisti, sia alle nostre latitudini, sia quando con mia moglie vado in Croazia, suo paese d’origine, e visito gallerie e mi informo. In fondo, l’architettura è un gioco tra la luce, materiali e spazi, ma proprio questi spazi si prestano a essere riempiti e «occupati» dall’arte.
E altri percorsi trasversali?
Sono allenatore della nazionale svizzera U16. Amo molto il calcio, che riesce a darmi uno sfogo diverso e mi permette di interfacciarmi con altre persone e culture, in altre lingue.
