Nel suo discorso all’assemblea della Camera di Commercio di ottobre, il presidente Andrea Gehri ha proposto alle autorità cantonali di preparare un nuovo libro bianco sul futuro del Ticino. Uno studio, si pensa, del tipo di quello che nel 1998 aveva redatto il prof. Carlo Pelanda su mandato di Marina Masoni. Non si tratta però di una proposta nuova: una richiesta analoga era già stata avanzata nel settembre del 2021 dal granconsigliere leghista Michele Guerra. Con una differenza: Guerra chiedeva un rapporto sul modello di quello elaborato dal prof. Kneschaurek nel 1964. I due documenti condividono un’ottica di laissez-faire, ossia una concezione dell’economia nella quale il ruolo principale tocca al mercato mentre l’intervento dello Stato deve essere il più ridotto possibile. Differiscono però sia nell’impostazione, sia nella formulazione delle proposte di intervento. Il rapporto Kneschaurek metteva l’accento sul ritardo economico del Cantone in termini di reddito pro-capite rispetto alla media svizzera, insisteva sulle debolezze strutturali dell’economia e auspicava una politica orientata a creare condizioni favorevoli allo sviluppo dell’economia privata, attraverso investimenti nelle infrastrutture, specie nei trasporti, nell’educazione, nella formazione professionale e in ambito fiscale. Kneschaurek prevedeva difficoltà e anticipava grossi sforzi se lo Stato avesse voluto promuovere la politica da lui proposta per recuperare il ritardo accumulato.
Nel suo libro bianco invece Pelanda, ispirato dall’ottimismo che caratterizzava la fine del secolo scorso, si faceva paladino del «turbocapitalismo». Il suo termine di riferimento non era la media nazionale che bisognava raggiungere, ma lo scenario della globalizzazione. In quest’ottica vedeva soprattutto opportunità di sviluppo per il Cantone, a condizione che adottasse le riforme liberiste necessarie per non perdere il treno dello sviluppo che gli stava passando davanti. Si trattava nella fattispecie di ridurre al minimo regolamentazioni, barriere e controlli statali. I due documenti sul futuro dell’economia del Cantone si distinguevano anche nel tono. Misurato quello del rapporto Kneschaurek, nel quale veniva fatto largo uso di dati e statistiche sull’evoluzione della demografia e dell’economia cantonale. Enfatico quello del libro bianco di Pelanda, che sembrava volersi occupare solo delle «superbe e gloriose mete» – come avrebbe detto Torquato Tasso – a cui il Cantone poteva aspirare appena lo Stato avesse abbattuto gli ostacoli che ancora intralciavano il laissez-faire.
Marketing politico
Il rapporto Kneschaurek era una perizia che usciva da un istituto universitario; quello del prof. Pelanda, orientato verso quanto si dovrebbe fare per stare alla pari con le economie più avanzate del mondo, può invece essere considerato come uno dei primi documenti di marketing politico del Cantone. Mentre Kneschaurek offriva un indicatore concreto per misurare l’efficacia degli interventi pubblici, Pelanda si limitava ad agitare le acque e non proponeva strumenti per quantificare gli effetti dei provvedimenti suggeriti. L’esame del futuro dell’economia cantonale, che viene ora sollecitato sia da Guerra sia da Gehri, può quindi essere affrontato in due modi diversi. Per il Consiglio di Stato non sembra che un nuovo rapporto Kneschaurek sia necessario e, forse, neanche un libro bianco. Rispondendo a Guerra, il Governo osservava infatti che la riflessione sul futuro del Cantone era già stata affrontata nel documento «Prospettiva 2040». Per il Governo si trattava di «uno studio di orientamento e visione strategica, privo di obiettivi politici vincolanti o priorità operative rigide, pensato per stimolare il dibattito tra Governo, Parlamento e cittadinanza». Il documento era stato elaborato attraverso un processo partecipativo che aveva coinvolto oltre 300 persone.
Così vi si può trovare un po’ di tutto. Il Governo affermava comunque, in modo piuttosto grandiloquente, che il documento aveva lo scopo di «individuare le sfide strutturali (invecchiamento, cambiamenti climatici, transizione digitale, vincoli finanziari) e trasformarle in opportunità per garantire uno sviluppo sostenibile e prospero al Cantone Ticino». Siamo lontani dal tono misurato di Kneschaurek. Qui ci troviamo in pieno marketing politico e il linguaggio sembra quello di chi afferma: «Per l’impossibile ci vorrà ancora un po’ di tempo, per i miracoli ci stiamo attrezzando».