Dopo due ore, due minuti e quarantanove secondi dall’inizio di Rocco e i suoi fratelli (1960), abbinato al volto apollineo-dionisiaco di un giovanissimo Delon con la nebbia e gli alberi spogli, appare il ponte delle Sirenette. Note anche come sorelle Ghisini, di spalle, mostrando chiappe e remo, per due minuti fanno da sfondo al boxeur protagonista di questo film – incontrato già nei nostri tragitti un autunno per il testoriano ponte della Ghisolfa – che si è preso una pausa di allenamento. Per discutere con il fratello minore, asciugamano intorno al collo, dei casini causati dal fratello maggiore, sul ponticello sirenico situato nel parco Sempione. «Parenti» delle Teodolinde studiate nel girovagare d’inizio estate, sono queste sirenette, osserva Carlo Romussi in Milano che sfugge (1889). Dove a pagina sessantatré fanno capolino le sorelle Ghisini, chiamate così per via del materiale di cui sono fatte, ancora vigilanti sul ponte inaugurato nel 1842 per superare il naviglio di San Damiano: sotterrato negli anni trenta. Quando, assieme a tutto il ponte in ferro fuso nella ferriera Rubini-Falck di Dongo, le quattro sirene vengono dislocate al parco Sempione. Dove verso la fine di un pomeriggio assolato di metà ottobre, mentre l’aria è pervasa dall’odore dei molti osmanti, con il sottofondo reggae dei pusher che da sempre colonizzano l’Accumulazione musicale e seduta (1973) di Arman, afferro con lo sguardo le prime due, bellissime, sirene in ghisa. Ai due fianchi del ponte, sotto le fronde di un noce del Caucaso, scatta l’assonanza tra l’apice acuto delle foglie lanceolate e il motivo a squame del piedistallo, tipo paracarro, dove poggiano. Il motivo a squama che sembra foglia, salendo i gradini, lo ritrovo sul corpo. La mano sinistra sui fianchi, il remo in vista tenuto dall’altro braccio, fiere guardano dritte davanti.
Nate dalla mano di Benedetto Cacciatori (1794-1871) che ne modella i calchi in gesso, le tocco facendo toc toc per saggiarne il materiale. Due, a quanto pare, sono rifatte in bronzo: una è stata distrutta dai bombardamenti e una rubata nel 1948. Ma non sono certo così maniacale da fare toc toc su tutte e quattro che a me, così inverderamate, sembrano uguali; e poi mica saprei riconoscere il suono della ghisa dal bronzo. Però, in realtà , forse potrei provare. Rito degli innamorati, toccarle, dicono, per non lasciarsi mai. Usanza niente male già dai tempi di quando erano sul Naviglio dei sciur come chiamavano il naviglio di San Damiano, travisata nella moda dei tremendi lucchettini attaccati, come in altri ponti in altre città .
Salito sul ponte che supera il laghetto, trovo il punto dell’inquadratura per il volto di Alain Delon – l’attore confesserà , di nuovo in città per girare un noir-poliziottesco negli anni settanta, di amare il grigio di Milano e i suoi giardini segreti – e le sirenette di spalle. Le due code intrecciate, indicano che sono sirene bicaudate, conosciute anche come Melusine. Simboli millenari di fertilità , morte, dualismo tra terreno e divino, visibile e nascosto e così via, le sirene di Cacciatori hanno le stesse treccine nordiche delle Teodolinde tardosettecentesche della fontana in piazza Fontana. Il remo spinge invece il mio immaginario tra i canottieri nei mattini d’inverno nella cerchia estinta dei Navigli. Ma anche a non moltisimi passi da qui, perchè Benedetto Cacciatori, tra l’altro, è autore delle due personificazioni allegoriche dei fiumi Ticino e Po in pietra di Crevoladossola, su in cima all’arco della Pace. E il Po tiene in braccio un remo imparentato a quello delle sorelle Ghisini. Professore di scultura a Brera, dove ebbe anche come allievo Vincenzo Vela, vi educò al bello la gioventù con severi precetti come potete leggere sull’epitaffio della sua tomba, se passeggiate un giorno al monumentale.
Passeggiare qui al parco Sempione all’imbrunire, invece, potrebbe farvi incontrare la dama nera di una delle poche leggende che possiede una città così concreta. Con un cenno della mano vi attira fatale e vi conduce in una villa signorile, nascosta tra gli alberi del parco. Danzerete con lei fino ad accorgervi che dietro al velo nero, un teschio sorride. Un sorriso appena accennato sembra svelarsi, alle sei meno un quarto, ormai il mio orario autunnale milanese preferito, su una delle sorelle Ghisini che qualche milanese un tempo chiamava anche sorei del pont di ciapp.