Il bosco comincia accanto a casa sua. È l’inizio di ottobre, l’aria è mite, e Bruna cammina al passo del suo cane che si ferma, annusa, riparte, curioso e attento. Le chiedo di raccontarmi un episodio dei suoi anni al Telefono amico. Ride. «Di aneddoti ne ho tantissimi, però non si possono raccontare». Chi compone il 143 lo fa con la garanzia dell’anonimato, e quella promessa vale anche qui, tra gli alberi, a distanza di anni.
Bruna è arrivata al Telefono amico della Svizzera italiana una ventina d’anni fa, come turnista: una dei volontari che si alternano alla cornetta, di giorno e anche di notte. Dopo un paio d’anni è diventata formatrice, poi responsabile della formazione. In pensione da qualche mese, siede oggi nel comitato dell’associazione, dove resta la referente per la preparazione dei volontari. A suo dire, quell’esperienza è stata «una grandissima opportunità di crescita». Le ha fatto conoscere meglio se stessa e, insieme, «una realtà di cui non immaginavo l’esistenza». «Non sapevo che ci fossero così tante persone malate e così tanto sole. Molti con problemi di salute mentale che non hanno più nessuno che li ascolti». E poi c’è la solitudine di chi magari solo non è, ma si sente tale, anche davanti a cose che viste da fuori non sembrano così gravi.
Nel bosco i silenzi non pesano
La scoperta più grande, però, riguarda lei. «Io prima sentivo. E mentre sentivo quello che la gente mi raccontava, ero nella mia testa a pensare: cosa farei al suo posto? Adesso cosa gli dico?». Al 143 ha imparato altro: «Ascoltare senza pensare a cosa devo dire. Ed è una cosa bellissima». Lo chiamano ascolto profondo; per lei è «un viaggio che si fa insieme». E a chi la chiamava, dandole fiducia, dice di essere sempre stata grata. Mentre camminiamo mi accorgo che di questo incontro mi resteranno, oltre alle parole, i silenzi. Nel bosco non pesano: si segue il ritmo del cane Romeo e il sentiero diventa uno spazio protetto, dove si può tacere senza che nessuno si affretti a riempire il vuoto. È qualcosa di simile che trova chi chiama. Lo so perché a quel telefono, per un periodo della mia vita, ho risposto anch’io: da volontaria ho imparato che in certi momenti non servono risposte, serve restare. A insegnarmelo è stata proprio lei.
E il numero delle persone che si rivolgono al servizio continua ad aumentare. Nel 2025 la sede della Svizzera italiana ha ricevuto 20’252 telefonate, quasi tremila più dell’anno precedente; ne sono nati 13’884 colloqui d’aiuto. A rispondere sono 42 volontari. Il motivo più frequente sono i disturbi psichici, seguiti dalle fatiche del quotidiano e dalla solitudine.
Cure psicologiche e psichiatriche
È lo specchio di un disagio che attraversa il Paese. L’ultimo bollettino dell’Osservatorio svizzero della salute restituisce l’immagine di una popolazione in larga misura soddisfatta della propria vita (in maggioranza si dichiara felice), ma nella quale il ricorso alle cure psicologiche e psichiatriche continua a crescere, soprattutto tra i più giovani. Un fenomeno che preoccupa, anche perché chi tarda a chiedere aiuto rischia di vedere il proprio disagio trasformarsi in una condizione cronica. Non a caso la Giornata mondiale della salute mentale, celebrata il 10 ottobre, aveva quest’anno per tema l’ascolto di chi il disagio lo vive: «Voci vere, vero cambiamento». Offrire a quelle voci qualcuno che ascolti è ciò che il Telefono amico fa, nella Svizzera italiana, da oltre cinquant’anni. Al servizio di sostegno si rivolgono soprattutto gli over 45. I più giovani preferiscono scrivere in chat. Per Bruna il servizio «si sta adeguando ai tempi», ma «la tecnologia non risolve sempre i problemi delle persone e soprattutto non insegna sempre ad ascoltare». Il bisogno di raccontarsi resta, perché «siamo fatti così». E la voce, dice, è «fondamentale».
Quell’ascolto, ormai, «ce l’ho dentro». Non sempre, non per una chiacchierata al bar. Ma quando scatta lo riconosce, e lo cerca anche negli altri. Prima di salutarci mi consiglia una poesia, Ascoltami, per favore, ho bisogno di parlare, nota anche come L’elogio dell’ascolto, di autore anonimo. Chi parla chiede semplicemente di essere ascoltato, e chiude con una promessa: quando ne avrai bisogno tu, ti ascolterò io. Romeo si ferma ancora, e noi con lui. Per un momento nessuna delle due parla e va bene così.