Scocca l’ora dell’immortalità artificiale

by azione azione
14 Ottobre 2026

Avatar dei defunti, chatbot del lutto e nuove frontiere digitali: l’Intelligenza artificiale cambia il nostro rapporto con la morte e solleva interrogativi etici, psicologici e giuridici

I dilemmi – e le straordinarie opportunità – legati all’Intelligenza artificiale sono diventati pane quotidiano della riflessione contemporanea perché toccano tutti gli ambiti della nostra vita: la raccolta di informazioni utili, la scrittura di testi, la creazione di immagini e di video, la ricerca di dati, la sostituzione di attività contabili o burocratiche e perfino la consulenza medica e psicologica. Ma da qualche tempo vanno perfino oltre la nostra naturale esistenza umana perché, in un qualche modo, l’IA sembra in grado di superare i confini del tempo e addirittura della morte. Sapevate, per esempio, che grazie ai suoi strumenti è possibile creare degli avatar digitali che interpretano in tutto e per tutto persone già decedute?

Esistono, in altre parole, profili personali che sono programmati per interagire con noi come se fossero i nostri cari estinti.

Difficile capire quanto siano realistici e fedeli agli originali. Ancora più arduo stabilire se questi avatar prolunghino davvero l’esistenza dei defunti dentro di noi, o piuttosto non dilatino all’infinito i tempi del lutto e dell’accettazione della loro irreparabile scomparsa. Partendo da situazioni del tutto inedite come questa, il prossimo 10 novembre la Commissione di etica clinica dell’Ente Ospedaliero Cantonale (COMEC) organizza una serata alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano intitolata «Morire nell’era dell’Intelligenza artificiale. Aspetti storici, psicologici, etici e giuridici».

Who Died Today?

Che le nuove tecnologie potessero modificare i comportamenti relativi alla morte non è una novità. Già da diversi anni, infatti, esistono siti internet e profili social che affrontano l’argomento in modo diretto e qualche volta sorprendentemente leggero. Come Who Died Today? Recent Celebrity Deaths & Obituaries (whodiedtoday.com) e altri siti simili un po’ in tutte le lingue. E non è inedito il fenomeno dei profili social di defunti «tenuti in vita» da parenti o amici che continuano a scrivere e pubblicare contenuti al loro posto. Il tema continua a inquietare i contemporanei ma, secondo la filosofa e tanatologa Marina Sozzi, tra le relatrici della serata, quello della morte negata è un mito dei nostri tempi.

«Per decenni abbiamo dato per scontato che la società occidentale negasse o tabuizzasse la morte», spiega la studiosa. «Ma se si allarga lo sguardo, emerge che non siamo un’eccezione antropologica: quasi tutte le culture hanno, in modi diversi, pensato la morte come un tabù. È infatti il pericolo più grande, una realtà misteriosa e ardua da accettare per gli esseri umani: in questo non siamo diversi dai nostri antenati che vivevano in società tradizionali».

Le strategie contemporanee

Ne consegue, secondo Marina Sozzi, che «poiché la nostra società è incline a innovare e a prendere le distanze dalle tradizioni, è anche vero che il tabù della morte anziché essersi accresciuto, si è ridotto».  A suo modo di vedere, oramai la morte fa parte del discorso pubblico: «Abbiamo trovato strategie adeguate al nostro tempo per salutare i defunti e per superare il lutto. Ma, soprattutto, abbiamo inventato le cure palliative, che si prendono cura delle persone con una malattia inguaribile e hanno dato una risposta concreta allo sgomento degli esseri umani di fronte alla sofferenza legata al morire».

Qualche segnale di questa presenza più accettata della morte è visibile perfino per strada. A Lugano, da qualche anno una nota ditta di pompe funebri si sponsorizza con le gigantografie dei titolari dell’azienda stampata sugli autobus cittadini.

Gli aspetti emotivi

Ma è nel mondo virtuale che le nuove modalità di rapportarci alla morte si manifestano con maggior evidenza. «L’Intelligenza artificiale sta diventando sempre più integrata in ambiti emotivamente sensibili della vita quotidiana, tra cui la salute mentale e le relazioni interpersonali», osserva la ricercatrice della Facoltà di scienze biomediche dell’Università della Svizzera italiana Serena Petrocchi, anch’essa tra le relatrici della serata organizzata dal COMEC. «Ma uno degli sviluppi più recenti è l’emergere dei cosiddetti deathbot, ossia sistemi di IA progettati per simulare persone decedute sulla base delle loro tracce digitali. Sebbene queste tecnologie stiano suscitando un crescente interesse, è necessario riflettere su tutte le possibili conseguenze di utilizzo di un tale sistema».

Sarà lei, quindi, a parlare delle implicazioni generate dagli avatar dei defunti descritti all’inizio di questo articolo. Ci sarà parecchio da dire, se è vero quanto scriveva qualche mese fa «Il Fatto Quotidiano»: «Il mercato dei cosiddetti deathbot o griefbot, ovvero software che permettono alle persone di continuare un’interazione virtuale con chi non c’è più, è in crescita e nel 2025 sarebbe stato stimato attorno a 1,5 miliardi di dollari. Nel frattempo, uno studio dell’Oxford Internet Institute prevede che entro il 2070 i profili delle persone decedute potrebbero superare quelli degli utenti in vita».

Questioni etiche e legali

Gli scenari sono già presenti anche se sembrano trame per film di fantascienza. Un’Intelligenza artificiale costruita sulla personalità di una persona morta che continua a esistere e a interagire con i vivi dopo la sua morte comporta in effetti un’IA generativa che replichi voce, stile e ricordi di una persona. Che conservi testi, immagini, audio e dati della persona morta; che parli e risponda come lei e magari che richieda pagamenti per l’accesso al suo profilo. Ecco un altro problema, questa volta giuridico: i dati personali continuano a rappresentare la persona anche dopo la morte. Utilizzarli, modificarli o commercializzarli senza consenso non costituisce una lesione della dignità del defunto? Il rischio dello sfruttamento commerciale è evidente: le aziende potrebbero usare il rapporto di fiducia creato dal deathbot per raccogliere dati o influenzare comportamenti e consumi. In teoria, persino promuovere prodotti o messaggi politici attraverso la «voce» del defunto. Sono aspetti etici che interpellano anche la legge. Ecco perché fra i relatori del 10 novembre è previsto l’avvocato Davide Cerutti, docente all’USI e alla SUPSI come esperto di materie giuridico-sanitarie.

Il cortometraggio

Alla serata, aperta al pubblico, parteciperà anche il regista Domenico Singha Pedroli, che col suo ultimo cortometraggio dedicato proprio a queste tematiche (il titolo è: Typhoon Mambo / Morire nell’era dell’IA), ha vinto il Pardino d’oro SRG SSR per il miglior cortometraggio svizzero all’ultimo Locarno Film Festival. Tra lutto, memoria e i paradossi dell’IA, Singha Pedroli mostra l’anziana vedova thailandese Rusmee che, grazie al tablet e sotto gli occhi di una giovane infermiera, continua a interagire con Chalerm, il suo defunto marito, sotto forma di chatbot basato sull’Intelligenza artificiale. «L’intervento, ci spiega il regista, cercherà di ricostruire i riferimenti e le intuizioni sui deathbot che avevo raccolto tra il 2021 e il 2022, durante la scrittura di Typhoon Mambo; le dinamiche e le difficoltà delle riprese; e, soprattutto, il modo in cui la post-produzione, avvenuta a fine 2025, abbia permesso di cogliere con maggiore precisione l’evoluzione tecnica dei chatbot e il loro accesso ormai globale. A partire dal film vorrei sollevare alcune questioni. Un deathbot è, a tutti gli effetti, un personaggio scritto da qualcuno: chi ha il diritto di prestare parole a un morto? Un chatbot, inoltre, non si congeda mai, mentre il lutto ha bisogno di una fine; nel film questa fine arriva da una presenza umana, non dalla macchina». Domenico Singha Pedroli vorrebbe infine portare uno sguardo thailandese, dove il dialogo con i defunti fa parte della vita quotidiana: «Forse, spiega, il deathbot non è una rottura, ma un nuovo medium per una pratica antichissima»

Alla sera del 10 novembre parteciperà anche un impresario di onoranze funebri ticinese, Daniele Franzoni, che racconterà il modo in cui le persone vogliono ricordare e «mantenere presente» una persona dopo la morte. «Spiegherò anche come sono entrato nel settore e quali sono attualmente le pratiche funerarie più diffuse in Ticino. In realtà non abbiamo ancora integrato strumenti di IA nel nostro lavoro, ma ci basiamo su una visione filosofica e culturale del rito funebre rispettosa della tradizione».

Insomma, un tema delicato e coinvolgente che ora, grazie alle possibilità offerte dall’Intelligenza artificiale, sta varcando frontiere inedite tutte da capire.