Eisenstein, scrittrice polacca, torna al centro dell’attenzione attraverso un’opera nata dall’internamento fascista e riletta con lo storico Gianni Orecchioni
C’è una storia che attraversa il Novecento e ha a che fare con una donna: di origini polacche, nata a Vienna allo scoccare della Grande Guerra e giunta in Italia negli anni Trenta. Si chiamava Maria Eisenstein, al secolo Maria Luisa Moldauer. Quando arrivò a Firenze non era che una ragazza, ma già brillante e affamata di cultura, voleva frequentare l’università e laurearsi in Belle Lettere: un traguardo in cui riuscirà, a un soffio dal secondo conflitto mondiale, qualche mese prima del suo arresto e della successiva reclusione.
Maria Eisenstein finì così in una delle strutture di detenzione fascista riservate ai comparti femminili. Sette in totale, disseminate per lo più tra Marche, Abruzzo e Molise, ospitarono centinaia di donne, in gran parte straniere. E proprio tra le loro fila, a partire dal luglio 1940, comparve anche questa presenza estrosa, la giovane col sorriso largo e occhi imperscrutabili, che sarà presto smistata nel campo di Lanciano, in provincia di Chieti, all’indomani della sua cattura in Sicilia.
L’ironia diventa qui strumento di resistenza, per sottrarre alla prigionia almeno lo spazio della coscienza e della parola
Oggi però non ricordiamo Maria Eisenstein soltanto per questo, né per essere infine fuggita negli Stati Uniti scampando alla furia nazista. Il suo nome si associa anche all’opera che ci ha lasciato, L’internata numero 6: l’unico racconto dal vivo di una donna segregata in un campo di concentramento fascista. Precedente anche le riflessioni di Anna Frank, il testo vide la luce nel 1944, per poi essere variamente riproposto in seguito, in Italia come in America.
Non semplice diario e neppure mera cronaca, né scrittura privata né bollettino di prigionia: il tentativo di Maria Eisenstein, sempre più noto tra critici e lettori, è qualcosa di più; un ibrido, un’invenzione inclassificabile, che congiunge cruda retrospezione e audacia sperimentale, trasmissione autentica e autofiction spudorata.
È difatti assai romanzesco, pur non essendo un romanzo, imperniato com’è sulle peripezie della protagonista, scissa tra il proprio io funambolico e l’esistenza delle settantaquattro compagne: Susy, Cora, Muzzetta, Jeanne e Peggy, Mireille e la signora R., insieme a molte altre: tutte memorabili e tutte saldamente vicine a Maria, la quale a un certo punto, in uno dei picchi più drammatici della narrazione, rinuncia perfino al proprio nome, spogliandosene simbolicamente. «Dalla mattina in poi – leggiamo – il n. 6 cammina, si lava, scrive, legge, mangia, parla, proprio come tutti gli altri numeri dall’1 al 5 e dal 7 al 75, che fanno le medesime cose».
Tuttavia, quello stesso numero, anche nell’angoscia più sfigurante, ritroverà l’identità con forza, quasi con violenza: prendendo carta e penna, è così che ci riuscì Maria Eisenstein, che candidamente confessa, nel capitolo sedicesimo, «eppure scrivo». Siamo a ridosso del finale, e veniamo resi affidatari di annunci che pesano come scuri, su noi come sull’autrice, che poco dopo sembra scusarsi, rinunciando a definirsi un vero scrittore. «Io non sono un Dostoevskij», preciserà. «Eppure scrivo. Perché sento ancora che sono viva».
L’internata numero 6 è dunque anche lo specchio di questa lotta, è la guerra tra l’erosione di un’anima e la spinta salvifica delle parole, mai usate a fini consolatori. Al contrario, Maria Eisenstein vi si accosta magmaticamente, trattandole come fari di fermento, come opportunità di tensione, anche di sfregio se occorre, se questo conduce alla rivelazione, all’arte della verità implicita nell’affabulazione. Di ciò è ugualmente convinto lo storico Gianni Orecchioni, che da tempo si dedica alla materia, confluita anche in Dietro il sipario (Carabba, 2020/2): volume che oltre a ripubblicare per intero L’internata numero 6 ne sviscera numerosi aspetti, ragionando al contempo sul percorso della sua creatrice.
Ha destinato a Maria Eisenstein buona parte dei suoi studi: che idea si è fatto di lei?
Una creatura sorprendente. Scossa dall’esperienza dell’internamento ma combattiva, protesa a trasmettere l’insopprimibile necessità di realizzare un mondo diverso, abitato da persone libere da qualsiasi forma di discriminazione e sopraffazione.
Eclettica, cosmopolita e viaggiatrice: è stata un modello di emancipazione?
Era colta, curiosa, acutissima, oltremodo apprezzata per la vivacità intellettiva. Non fu mai una donna convenzionale; e sempre tenacemente impegnata, nonostante le mille difficoltà dovute al trauma dell’internamento e a due matrimoni non riusciti, a realizzare un proprio progetto.
E calata nel nostro presente? Che valore ha la sua testimonianza per noi?
È un regalo meraviglioso e inatteso per la letteratura della Shoah, e questo per varie ragioni. Parliamo di una scrittura vibrante, intensa, impregnata di modernità, costruita intorno a una drammaturgia lucida ed efficace, che conferisce all’ambito storico una dimensione in grado di travalicare il contesto spazio-temporale, risultando così estremamente attuale.
L’internata numero 6 stupisce inoltre per il suo approccio transdisciplinare, il quale, ricorda ancora Orecchioni, riesce a spaziare dalla letteratura al teatro, dalla scultura al cinema e perfino alla musica operistica. Già in apertura, non causalmente, è rielaborato il Verdi del Rigoletto, e a seguire il Donizetti della Maria Stuarda e il Rossini del Barbiere di Siviglia. Nel mezzo, ulteriori rimaneggiamenti di Pirandello, da sommare a riferimenti a Brecht, Goethe e Winckelmann, come a molti altri rappresentanti dello scenario mitteleuropeo, a cui Maria Eisenstein dovette la sua prima formazione.
Ma ciò che a mio parere rappresenta la vera cifra di questo scritto è l’uso dell’ironia, un sentimento tipico del mondo ebraico aschenazita. Nello specifico, qui è trattato come strumento liberatorio per fuggire da realtà squallide, oppressive e mortificanti, un mezzo per prendersi gioco dei propri carnefici, soprattutto nei frangenti peggiori.
Cosa l’ha emozionata di più durante le sue ricerche?
Nel giugno del 2023 ho conosciuto, in modo del tutto inatteso, Eric Feingersh Steele, l’unico figlio di Maria Eisenstein. Così, dopo vent’anni che mi ero occupato di lei, ho potuto avere accesso alla sua intimità, visionando le foto di famiglia e ascoltando il racconto sulla sua vita americana.
