Edita Walterovna, pittrice fuori dall’ombra

by azione azione
14 Ottobre 2026

[…segue] Nel 1917, Edita si sottopose a un provino con il regista teatrale d’avanguardia Anton Giulio Bragaglia, che si avventurava nel mondo del cinema e preparava Perfido incanto, una fiaba coreografica con la danzatrice russa Thais Galizky detta «la belva asiatica» (dopo l’esibizione in aprile a Roma dei Ballets Russes di Diaghilev, tutti coloro che si definivano moderni sfoggiavano artisti russi nelle proprie produzioni). Negli studi della Novissima Film, Edita von zur Muehlen, che si faceva chiamare (dal patronimico) Walterovna, conobbe Mario Broglio, più giovane di lei di cinque anni, «pallido, magrissimo, dal collo lungo».

Il provino riuscì bene, ma non le si schiuse una carriera d’attrice. Broglio era pittore e si cimentava nell’editoria d’arte (con De Chirico, Savinio e Carrà, stava progettando una rivista, «Valori Plastici»). L’aristocratica baltica e il versatile piacentino formarono un saldo sodalizio di vita (culminato nel matrimonio, nel 1927) e d’arte, supportandosi a vicenda, scambiandosi idee e ideando progetti. Broglio le riconobbe un ruolo essenziale: «la nostra intelligenza ha sempre lavorato insieme e io ti sono venuto dietro come un bambino».

Il primo numero della rivista apparve nel novembre 1918: pittori (e scultori, come Arturo Martini) promuovevano il «ritorno all’ordine» (Broglio preferiva «il ritorno al mestiere»), dopo la stagione delle avanguardie. Edita si unì al gruppo, espose con gli altri alla Fiorentina Primaverile del 1922 e in seguito, con gli scritti di presentazione ai suoi quadri, ebbe modo di precisare la propria estetica.

«Valori Plastici» chiuse nel 1922, ma figliò un’omonima casa editrice (la collana di opere monografiche pubblicò fra gli altri i saggi di Roberto Longhi su Piero della Francesca, e di Carlo Carrà su Giotto). Edita ritrovò il gusto di dipingere cose reali. Le sue raffinate nature morte degli anni Venti raffigurano, con colori slavati e trasparenti, oggetti prosaici e d’uso quotidiano – scarpe, pane e acqua, carciofi, gomitoli, uova e bottiglie (paragonate spesso alle bottiglie di Giorgio Morandi). Aveva – è ancora De Chirico – «un gran senso del disegno e della forma».

Gli oggetti, dipinti con maniacale accuratezza e sintetica essenzialità, sospesi in un’atmosfera straniante e immobili (non vi è mai alcuna azione) sono trasfigurati in presenze enigmatiche, quasi metafisiche. Per questo è stata definita «la pittrice del realismo magico» (la formula rimandava a una rappresentazione mimetica del mondo, prossima alla Nuova Oggettività).

Negli anni Trenta, Edita approfondì lo studio della pittura fiorentina del Quattrocento e prese a comporre immagini ricercate (anche figure umane), in cui toni, tinte e forme raggiungessero una sorta di purezza cristallina. Pieraccini trovava qualcosa di glaciale nelle sue maschere e nei suoi giocattoli, come in Edita stessa, ansiosa e dal volto sempre più scavato. «Quegli occhi di visionaria, la lentezza scandita nel parlare, le pause, il riso isterico» suscitavano sconcerto e anche il suo regime alimentare di vegetariana crudista la esponeva a qualche ironia.

Durante la Seconda guerra mondiale, i Broglio si ritirarono in una villa di san Michele di Moriano, nelle campagne di Lucca: una grande casa, ambienti vastissimi arredati con gusto, e una proprietà agricola. Vivevano come feudatari (verrebbe da dire, come «baroni baltici»), eppure la solitudine pesava e la guerra in Lucchesia, sulla linea del fronte, fu cruenta – dilemmi morali e violenze li coinvolsero in prima persona. Come già nella Prima guerra, Edita smise di dipingere.

Mario scomparve nel 1948, ma la perdita, pur devastante, segnò per lei l’inizio di una nuova fase creativa. Era rimasta per vent’anni nell’ombra del marito: ne raccolse l’eredità artistica ed editoriale, ricominciò a dipingere (ormai orientata verso un classicismo atemporale), rientrò nella capitale, partecipò a numerose mostre, e negli anni Settanta godette di una rinnovata notorietà. A Villa Torlonia, nel Museo della Scuola Romana, figura una sua austera Governante del 1940. A Roma, dove è morta nel 1977, riposa fra gli stranieri del cimitero acattolico.