Prime mattine con un pizzico di frescura. Mentre rovisto negli armadi alla ricerca di abiti soffici e un po’ più caldi, mi tornano alla mente alcuni dettagli minori, ma assai significativi, dell’estate canicolare appena trascorsa. Come il ritrovamento, in luglio, nella parte bulgara del Danubio in secca, di una mandibola, due zanne e altre ossa appartenute a un mammut preistorico. Nello stesso Paese, l’eccezionale abbassamento delle acque aveva permesso agli archeologi di studiare per benino le fondamenta di un monumentale ponte costruito nel 328 d.C. da sua maestà l’imperatore romano Costantino.
La canicola ha riesumato i cimiteri della storia. Vicino a Dunaújváros, archeologi ungheresi hanno recuperato dal greto del Danubio un altare romano e i resti silenziosi di un monastero medievale. Mentre nei tratti serbo e austriaco del medesimo corso d’acqua sono spuntate le navi tedesche autoaffondate nel 1944 per rallentare l’avanzata sovietica, alcune delle quali conservavano ancora nel ventre munizioni ed esplosivi. A Budapest hanno inoltre ripescato una motocicletta della Wehrmacht praticamente intatta, oltre a diverso materiale bellico e ai resti di due soldati tedeschi. Scheletri dimenticati dell’ultima guerra.
Paccottiglia analoga è stata rinvenuta anche in acque svizzere, a Zurigo, dove la polizia cittadina, allertata dai bagnanti, ha avvistato nella Limmat quella che poi si è rivelata essere una granata. La squadra di rimozione e neutralizzazione degli ordigni esplosivi dell’esercito svizzero ha dapprima appurato che si trattava di una bomba a mano (attiva!) proveniente dall’ex Jugoslavia. Poi, dopo averla portata via con un veicolo speciale, l’ha fatta esplodere in modo controllato.
Insomma, sotto il pelo dell’acqua giacciono i resti di un mondo perduto. Le gigantesche creature scomparse, i conflitti di ieri, la storia sociale dei popoli. Nel Reno e nell’Elba sono riapparse le «Hungersteine», le pietre della fame: massi incisi nei secoli passati quando i greti dei fiumi si prosciugavano. Alcune riportano date che risalgono al Settecento e ammonimenti del tipo: «Se mi vedi, piangi». Un inquietante messaggio dei nostri antenati ai posteri delle grandi siccità (noi compresi).
L’elenco delle scoperte potrebbe continuare e senz’altro continuerà nei prossimi anni, tra lo scioglimento dei ghiacciai (in 12 mesi abbiamo perso il 5% del ghiaccio residuo in Svizzera) e le secche dei corsi d’acqua, restituendoci parti della nostra identità nascosta. Stiamo vivendo una stagione di paleontologia per sottrazione d’acqua, senza scavi, fatta di riemersioni del passato che oggi tornano ad ammonirci. Gli strati della storia cancellati dal tempo riemergono a causa della siccità e ci ricordano quanto fosse fragile il mondo di ieri e quanto possa tornare a esserlo quello di domani.
Non risultano rinvenimenti in Ticino e un po’ mi dispiace. Quanto sarebbe stato bello se si fosse trovata la colonna vertebrale fossile di un Ceresiosauro in un’insenatura a Brusino, proprio ai piedi del Monte San Giorgio, dove 240 milioni di anni fa c’era il mare e i rettili marini ci sguazzavano davvero (a proposito, leggete la curiosa storia del barone paleontologo a pag. 3). Se non fosse un’ipotesi scientificamente sgangherata, la canicola ci avrebbe consegnato le spoglie di un mostro nostrano a chilometro zero. Invece, al massimo, dai nostri fondali potremmo ripescare lavatrici rotte, biciclette arrugginite e copertoni sfatti. E invisibili nuvole di microplastiche che i laghi non riescono a smaltire. In Svizzera, tra il 2020 e il 2021, sono state monitorate 143 località sulle sponde di laghi e fiumi e sono stati trovati mediamente 200 rifiuti ogni 100 metri di riva, con una forte prevalenza di plastica e mozziconi di sigaretta. Altro che dinosauri e siti archeologici: dai nostri laghi e fiumi inariditi emergeranno i resti fossili della nostra idiozia.