Una città che non obbliga tutti a essere uguali

by azione azione
23 Settembre 2026

Ospite di Sconfinare, dall’8 all’11 ottobre a Bellinzona, il geografo Alberto Vanolo parlerà della «città autistica»

«Immaginare differenti tipi di città è un modo per immaginare differenti forme di società». È una delle frasi che meglio restituiscono il senso de La città autistica (Einaudi) di Alberto Vanolo, ospite – venerdì 9 ottobre alle 18:30, in Piazza del Sole a Bellinzona – di Sconfinare Festival, quest’anno, dedicato a «Parola, silenzio e nuovi sguardi».

Geografo, studioso di città e di giustizia sociale, Vanolo chiarisce subito da quale punto osserva l’autismo: non è un medico, ma è il padre di Teo, un ragazzo autistico con il quale ha maturato negli anni una conoscenza della neurodivergenza. La città autistica non è però un libro su suo figlio, e nemmeno soltanto sull’autismo. È piuttosto un modo per rimettere in discussione alcune idee che diamo per scontate: come dovrebbe funzionare una città, e soprattutto, chi o cosa deve adattarsi a chi. A Bellinzona il suo intervento si inserisce anche nel progetto La città che include, sviluppato in collaborazione con Fondazione ARES per favorire contesti più consapevoli nell’accoglienza delle persone autistiche e delle loro famiglie.

Professor Vanolo, scrive che le parole plasmano il modo di vedere la realtà. Quanto pesa la parola «autismo»?
Nel linguaggio comune, descrivere un comportamento, una persona o un fenomeno come «autistico» implica attribuire una connotazione negativa: una cosa «autistica» non parla, non si relaziona, è isolata dal contesto. È un problema culturale, come lo è anche per altre categorie. Il fatto stesso che un elemento dell’identità sia utilizzato in senso dispregiativo è il tipo di lettura culturale dell’autismo che ritengo sia oggi importante contrastare.

Scrive che comprendiamo molte più cose di quelle che riusciamo a nominare. Quanto si può comunicare anche senza parole?
Solo una piccola parte delle nostre conoscenze, emozioni e atmosfere può essere descritta o ricondotta alla comunicazione esplicita. Nella comunicazione umana neurotipica si tende ad assegnare moltissimo valore a quello che si dice. Nella relazione con una persona non o poco verbale bisogna imparare a mettere in secondo piano quel registro e valorizzare altre forme di empatia. Le persone autistiche non verbali non sono non-comunicative o non-empatiche: semplicemente lo sono in maniera diversa, come sostiene il ricercatore autistico Damian Milton che parla di un «problema di doppia empatia»,

Nel libro critica alcuni processi di normalizzazione. Qual è il confine fra offrire nuove possibilità e richiedere un mascheramento?
La risposta non è semplice, ma ritengo che porsi il problema sia un primo passo importante. Non essendo io autistico, non intendo farmi in alcun modo loro portavoce. Ho descritto il mio particolare incontro con l’autismo, e come ho imparato a conoscerlo. Quell’incontro è stato plasmato da chi sono e da cosa studio, e in questo senso posso affermare che è stato un incontro di taglio quasi «coloniale»: scoprire ed esplorare l’autismo, tentare di entrare nella mente di mio figlio, come se fossi un esploratore che si avventura nel cuore della giungla, pronto a diffondere la logica superiore dell’uomo bianco. Quello che sto tentando di fare è rimettere in discussione tutta quella costruzione, cercando di guardare all’autismo in maniera differente, decentrando gerarchie e performance implicite nel mio sguardo neurotipico. Rispetto al confine sollevato nella domanda, immagino possa essere individuato nella distinzione fra ciò che può ampliare il repertorio di azioni di una persona, e quindi la sua libertà, e ciò che invece serve solo a venire incontro ad aspettative sociali o a ridurre il disagio altrui, per esempio insegnando a sedersi nel modo «giusto», guardare le persone negli occhi e stringere la mano nella maniera ritenuta appropriata. Questi però sono esempi estremi, per il resto non è semplice.

Dunque, quando parliamo di inclusione, di quali bisogni stiamo parlando davvero: quelli delle persone autistiche, delle loro famiglie o della comunità neurotipica?
Di tutti e tre. Prendo l’esempio delle proiezioni cinematografiche autism-friendly: luci soffuse, volume più basso, ed è ammesso muoversi, parlare, uscire e rientrare. Vengono presentate come un servizio per le persone autistiche, e in parte lo sono. Ma se guardo alla mia esperienza, si ripercuote anche nella sospensione temporanea del giudizio altrui: per due ore non devo controllare mio figlio, non devo scusarmi, non devo spiegare. Il beneficio principale è dunque mio. Molte misure di inclusione riducono l’attrito sociale prodotto dalla presenza di persone atipiche più di quanto trasformino l’ambiente per chi lo abita. Il che va bene, purché non si scambi la tregua per la giustizia, e non si finisca per costruire sale separate.

È questo l’intento del libro? Non chiedersi solo quali difficoltà abbia una persona autistica nel vivere la città, ma quanto sia la città stessa a produrre alcune di quelle difficoltà?
La relazione funziona nei due sensi. Nel caso delle disabilità fisiche, una città con barriere disabilizza le persone che si muovono per esempio con una sedia a rotelle. Ma, in senso provocatorio, lo schema logico può essere applicato anche altrove: il meccanismo è differente, tuttavia ci sono ambienti in cui il colore della pelle, o un’altra caratteristica, viene tradotto in un «muro invisibile» che rende difficile l’accesso. Vale anche nel caso dell’autismo, per esempio perché è spesso associato a meccanismi peculiari di percezione sensoriale. Si può lavorare molto per produrre ambienti più accessibili e, quindi, giusti.

Una «città autistica», però, non può significare solo eliminare rumori, luci forti o altri stimoli. Come si progetta allora uno spazio capace di accogliere bisogni diversi?
Non esiste un modello universale di città vivibile. La città è, per definizione, uno spazio di conflitto e compromesso: non si può spostare un mattone senza che ci siano scontenti e soddisfatti. C’è chi è eccitato da frenesia e velocità, e chi ha bisogno di silenzio e isolamento. Molti avvertono oggi la sensazione che il modello dominante di città sia problematico e non a caso le presunte «visioni alternative», come la celebre città dei 15 minuti, godono di popolarità. La città autistica può forse offrire qualcosa di radicalmente differente rispetto all’immaginario della città delle 24 ore, piena di stimoli e sorprese. Nel campo dell’accessibilità il problema è noto: tornando a chi si muove con una sedia a rotelle, ci sarà il bisogno di eliminare i gradini, ma chi è ipovedente e utilizza un bastone ha invece bisogno di dislivelli e di segnali acustici, che però possono infastidire le persone neurodivergenti. Conoscere e riconoscere la molteplicità di queste esigenze può alzare la qualità del design. Ambienti ben progettati tendono, comunque, a essere apprezzati in maniera trasversale: le aule scolastiche rivestite di materiali fonoassorbenti, per esempio, piacciono a tutti.

La città è normalmente associata all’anonimato, alla libertà e alla tolleranza della differenza; eppure lei racconta di sentirsi spesso più libero con Teo nei locali periferici, dove gli «sguardi normativi sono meno penetranti»…
Credo sia soggettivo. La mia impressione è che il confine fra ciò che si ritiene o no «appropriato» sia molto stretto nei luoghi maggiormente codificati ed eleganti. Un ristorante di lusso, una biblioteca o una chiesa richiedono silenzio, movimenti lenti, un abbigliamento e un comportamento ben definiti, tutte cose difficili da controllare per mio figlio e me, che tendiamo a essere sbracati e chiassosi. E la sensazione di essere penetrati dagli sguardi è a volte molto violenta. Ci troviamo meglio in situazioni più punk, dove la nostra eccentricità non viene nemmeno notata.

Da questo punto di vista, Bellinzona potrebbe avere qualche vantaggio rispetto a una metropoli?
La città di media dimensione offre delle possibilità straordinarie grazie a percorsi di comunità, solidarietà, cura reciproca che sono difficili da immaginare nei centri più grandi. D’altro lato, tende a diminuire l’eterogeneità delle situazioni che si possono incontrare. Credo che riconoscere come centri grandi e piccoli funzionino in modo differente possa permettere una politica dell’accessibilità e della coesione sociale più attenta.

La città autistica rivaluta stabilità, ripetizione, lentezza, noia, riposo e silenzio: quasi l’opposto dell’immaginario urbano. Il discorso sull’autismo diventa qui una critica più ampia alla città contemporanea?
Sì, è possibile leggere l’autismo come una logica alternativa a quella dominante. Naturalmente è una lettura culturale e metaforica: le persone autistiche, di per sé, possono essere consumiste o anticapitaliste, di destra o di sinistra. Ma è il fatto stesso di avere un modo di essere al mondo differente da quello dominante a rendere la categoria un punto di vista privilegiato per la critica alla società contemporanea. Non è un caso che Autistici/Inventati sia il nome di uno storico collettivo italiano di attivismo digitale, che si è appropriato di quel termine facendo leva proprio su quella connotazione, e che oggi è tornato alla ribalta dopo che, a fine agosto, l’amministrazione Trump l’ha inserito fra le organizzazioni terroristiche globali.

La città che immagina richiede però anche solidarietà collettiva, una cultura della cura, tempi meno competitivi e persino un ripensamento dell’idea di autonomia. Sembra che per costruire una città autistica occorra prima costruire una società completamente diversa?
Città e società sono due aspetti di una stessa realtà. In geografia, con città non intendiamo un centro che supera una certa soglia di popolazione, ma più in generale la dimensione della vita comune, e non a caso gran parte del pensiero utopico si lega all’esercizio di immaginare città completamente differenti da quelle che conosciamo.

Per non restare un’utopia, quindi, qual è la prima cosa che si potrebbe fare domani mattina?
Spesso, le famiglie in cui c’è una situazione di disabilità intellettiva (condizione che non necessariamente si sovrappone all’autismo) tendono a sottrarsi allo spazio pubblico. La vita prende forma prevalentemente a casa o in poche situazioni protette. Questo è un problema sociale, politico e culturale enorme. La prima cosa da fare è pensare a come restituire lo spazio pubblico a chi si sente inadatto o ha paura. Vale per l’autismo, ma vale per qualsiasi altra categoria sociale.

Bibliografia
Alberto Vanolo, La città autistica, Einaudi, 2024, pp. 136