Per una volta tanto, per portarvi a spasso attraverso uno dei miei microreportage mediolanensis, a Milano ci vado verso sera. Una di quelle sere di fine estate in cui si assapora una malinconia dolce e giusta, grazie alla quale ritrovo la mia unica vera vocazione, forse: flâneur baudeleriano professionista. Tanto che se il soggetto in mente delude, non m’intristirò certo sul posto, passerò oltre, verso altre mete in ballo, annotate da tempo. Pronto a girare fino a notte fonda, se caso.
Nascostissima, sotto la gigantografia del volto radioso di Kimi Antonelli appena dopo aver vinto il Gran Premio di Monza, scorgo l’entrata della galleria Strasburgo. Sulla soglia, l’occhio è risucchiato dai vortici del pavimento tutto a mosaico, leccati dalla luce delle lampade a boccia a grappoli di tre. Opera di Francesco Somaini (1926-2005), scultore originario di Lomazzo che non mi fa impazzire, a parte magari la serie delle Antropoammoniti. E i pavimenti-mosaici vorticisti come questo, il primo tra l’altro, nato nel 1957 tra corso Europa e via Durini: fin dal primo istante preso per mano dalla grazia dell’illuminazione dovuta ai trio di bocce in cima a steli disinvolti, merito di Luigi Caccia Dominioni (1913-2016). Architetto-designer super milanese – esempio di quella milanesità colta senza sfarzo ormai rara, dove nel rigore si nasconde come si deve la sorpresa, il lampo di follia – incontrato all’inizio dell’estate non lontano da qui, per via di una sua fontana in piazza San Babila. Maestro di scale elicoidali, qui potrete scoprire oltre le bocce-luci – un po’ un suo leit-motiv, illuminarono l’Ambrosiana nel 1959 ma innanzitutto conducono l’animo nei passages parigini dove sono elemento tipico da sempre – il lucernario ellittico puntiforme in vetrocemento.
Il percorso non dritto, le vetrine ricurve, il manto sinuoso del muro e soffitto in stucco veneziano tra rosso mattone e rosso pompeiano. Nel punto di snodo, fuori da un bar chiuso, per terra, sul pavimento a mosaico, dorme un barbone. «Finché ci sarà ancora un mendicante, ci sarà il mito» osserva Walter Benjamin nella sua opera postuma e incompiuta: I passages di Parigi (1982). Dove al di là di questi «mondi in miniatura» si tratta anche del flâneur baudeleriano e così d’un tratto, i riflessi benjaminiani fraterni rafforzano il mio vagare impegnato. Raccolgo la gamma di colori delle tessere di marmo e pietre, poste una a una dai fratelli Bernasconi di Como, su disegno di Somaini: nero lava, bianco magnolia, marrone, beige, smeraldo, «color del tra-su». Come canta Jannacci per il vestitino della ragazza che Andava a Rogoredo (1964).
In The Analysis of beauty (1753), William Hogarth definisce la linea serpentina, la linea della bellezza perché incarna, al contempo, varietà e unità e compagnia cantante. Conto, in un andirivieni degno di Pollock che a qualcuno potrebbe venire in mente anche a proposito del pavimento, trentatré bocce su un lato, trentanove sull’altro, per un totale di settantadue, scandite in grappoli di tre, di cui solo tre, fulminate. Tre negozi di cucine, l’entrata di un condominio con tavolo di legno e marmo bianconero come salame, un lampadario eccentrico in ferro battuto, pavimento a scacchi, è il repertorio in parte di questa galleria dal toponimo alsaziano. Con la testa sopra le sue scarpe, il barbone non fa una piega ai miei continui passaggi. Si è svegliato solo una volta, non mi ha chiesto niente se non l’ora, ed è tornato a dormire. Nel sonno, protrae, ignaro, il mito; quantomeno per i lettori di Benjamin.
Settantasette passi, a ritmo a metà strada tra film poliziottesco e scapigliatura, ci metto, entrando da Corso Europa, per sbucare alle 18.51 in via Durini. Dove vi trovate in faccia la casa di Toscanini, poi negozi di Cassina, Versace o cos’altro. Ma il mio sguardo, in questa domenica sera verso metà settembre dal sapore savinionesco-gaddiano con pure il rosa in cielo, alla faccia dei tanti ancora in giro con borse d’alta moda, marche di lusso o quello che sono poi, è rapito dal movimento in cotto della facciata di Santa Maria della Sanità . Mini chiesuola che sembra la forma di un violoncello, non a caso alcuni milanesi la chiamano El Viulun. E tra le pieghe barocche, acciuffando il guizzo di quel pezzo di tetto in coppi che mi ricorda tantissimo una curva da autodromo, vinco anch’io il mio gran premio.