L’ambizione di «raccogliere» il sapere, di codificarlo, di catalogarlo per tramandarlo e conservarlo, e donargli, se non l’immortalità, almeno lunga vita, accompagna l’essere umano sin dall’antichità. La Biblioteca di Alessandria (III secolo a.C.) è forse uno dei templi del sapere più famosi di cui ci siano giunti notizia e riflesso di gloria, ma all’antichità risalgono anche gli Archivi Reali del 2550 a.C. di Ebla, odierna Siria, con centinaia di tavolette di argilla, o la straordinaria collezione proveniente da Villa dei Papiri di Ercolano, rimasta sepolta dopo l’eruzione del Vesuvio, e quindi nascosta all’umanità dal 79 a.C. al 1752 e, grazie a nuove tecnologie – tra cui l’Intelligenza Artificiale – ancora in fase di decifrazione.
Non si producono ormai più papiri, né si scrive sull’argilla (sebbene il passato non abbia mai smesso di parlare e raccontare, anche attraverso pietre silenziose, come testimonia il più recente ritrovamento archeologico in quel di Ligornetto-Stramonte), ma si continua assiduamente a catalogare e ad archiviare, in Egitto nel 2002 si è perfino ricostruita la Bibliotheca Alexandrina – quasi millequattrocento anni dopo la distruzione di quella detta «d’Alessandria» avvenuta nel Seicento.
E ci si è spinti addirittura un passo oltre. Oggi, infatti, per il futuro dell’umanità (che, forse, a detta dell’ex dipendente di Anthropic, sviluppatrice del chatbot Claude, all’IA, alle macchine, non sopravviverà), si raccolgono anche i modelli di apprendimento delle stesse macchine. Siamo in ambito digitale, e ci riferiamo all’ambiziosa mission della fondazione svizzera Internet Archive Switzerland, che, partendo dal presupposto che l’accesso alla conoscenza debba essere universale, si prefigge, da una parte, di mettere in salvo il maggior numero possibile di archivi in pericolo; dall’altra, invece, in quello che per molti è perfino difficile da immaginare, archivia, preservandoli dall’oblio, i modelli di IA, IA Generativa e Large Language Models (LLMs) nelle loro fasi evolutive, documentando così la profonda e inarrestabile mutazione/transizione che l’umanità sta attraversando.
Il bisogno dell’uomo di salvare dall’oblio gran parte di ciò che gli sopravviverà non risparmia nemmeno le lingue: in una replica digitale della Stele di Rosetta del 196 a.C., è stato creato e inviato nello spazio il Disco di Rosetta, contenente un corpus di 1500 lingue racchiuse in un dischetto in nichel di pochi centimetri, la cui durata, garantiscono i realizzatori, arriverà ai 2000 anni. Chiunque nel futuro ritroverà il Disco di Rosetta, saprà come parlavano molti di noi sulla Terra.
Non è un caso che Internet Archive Switzerland, che è partner dell’Internet Archive (la biblioteca statunitense non-profit fondata nel 1996 da Brewster Kahle, che ad oggi ha salvato oltre mille miliardi di pagine web dall’oblio), si trovi a San Gallo, a pochi passi da un’altra biblioteca, di cui per fortuna possiamo godere ancora oggi.
La Biblioteca dell’Abbazia di San Gallo nacque nell’VIII secolo e, grazie alla sua scuola monastica e al suo essere un importante centro di scrittura, diventò meta di pellegrinaggi di persone che venivano da lontano, per «sapere». A lungo fu luogo di incontro e di scambio, con idee nuove che entravano naturalmente in circolo.
L’impressione è che, a differenza di allora, nonostante il sapere che con ogni mezzo cataloghiamo, archiviamo, digitalizziamo, e perfino incapsuliamo per mandarlo nello spazio, sia senza dubbio ben conservato, esso abbia sempre meno presa su di noi. Oggi che possiamo potenzialmente sapere, imparando, tutto ciò che vogliamo, prevenendo i nostri errori, trovando soluzioni alle crisi e urgenze del nostro tempo, lavorando su dei modelli di cui già disponiamo, scegliamo di non sapere, occupati come siamo a investire tutti i nostri sforzi ad alimentare l’IA con ogni mezzo, affidandole il nostro bene più prezioso, quello che portò Dante a dire: «fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza». Ma quando all’IA avremo dato tutto quello che sappiamo, noi per cosa «saremo fatti»?