Un mattino tardi di fine agosto con l’aria rinfrescata, vago consapevole che per arrivarci, dove devo, casomai, farò il giro della Lüzzina. Cammino già da chilometri sfiduciato: sceso a una fermata prematura su via dei Mille a Limbiate – dal bus centosessantacinque preso a Comasina, capolinea della gialla – la prima via possibile era sbarrata da un cancello. Oltre il cancello, orti, invano ho cercato un varco. Un sentiero poco più in giù però, seppure per niente invitante, entrava nel parco delle Groane, in parte uno dei boschi della droga tipo Rogoredo. A un certo punto, lo confesso, quando ho incrociato uno che mi ha ricordato di essere appena uscito dal carcere e sembrava anche uscito da un quadro di Kokoschka, sono tornato indietro. Quando, sulla strada, in questo comune a nord di Milano con il suffisso celtico come Lainate e Bollate dove vi ho portato di recente e che non sono lontanissimi, uno svarionato in vestaglia e paglione in bocca mi chiede «che giorno è?», d’un tratto, ecco una noncuranza postadolescenziale ritrovata. In fondo non ho altro di meglio da fare nella vita che continuare a camminare, per cercare luoghi che valgano la pena di essere raccontati o così, solo per resistere a non scomparire del tutto.
Dopo le ultime case geometrili demoralizzanti, tra i campi argillosi, nel nulla più totale tranne cartelli per la caccia agli autorizzati, stavo per mollare il colpo. Quando arrugginito, quasi illeggibile, a caratteri militari americani da mascherina, sopra un palo della luce, trovai scritto Greenland. Il parco divertimenti creato tra il 1964 e il 1965, in mezzo a una brughiera, dal giostraio Simeone Ottavio Sardena (1934-2025) e Giuseppe Brollo (1907-1992). Imprenditore che ha fatto fortuna iniziando a raccogliere scarti di metalli da grandi aziende e per i dipendenti della sua ditta di profilati metallici, nei dintorni, fa costruire una città-satellite la cui appendice è la Disneyland brianzola chiamata all’inizio Brollolandia. Nata dieci anni prima di Gardaland, Greenland oggi è in completa rovina; il verde, sul viale asfaltato, si riprende il suo destino di terra. Avanzo tra frinire di cicale e ruinenlust, avvistando due torri giocose con ponte in mezzo. Tetto a punta in metallo verde pisello, come due matite colorate, tra un ponte levatoio di un castello che non c’è.
Non idealissimi, oggi, i bermuda: graffiato dai rovi di more, mi avventuro tra i resti di Greenland tra i quali, una mini locomotiva a vapore spiaggiata tra le erbacce. Brollo exspress c’è scritto a mano, con una esse di troppo, su questo trenino divertimento dall’aria artigianale costruito credo con le lamiere del Brollo. Bar Tatanka leggo, sopra un luogo di ristoro crollato ma non c’è gara con un posto dove troneggia ancora in bellavista l’insegna a caratteri cubitali bianchi – un tempo luminosi presumo – con profilo verde: Passeggiata. Panin si legge sotto: l’ultima vocale al neon giallo si è persa ma si capisce lo stesso la loro specialità.
Atmosfera da set cinematografico abbandonato per spaghetti western, qui è stato girato il videoclip di Tu mi fai impazzire (2021) di Blanco e Sfera Ebbasta. Basterebbe l’azzurro-lilla scapigliato della cicoria selvatica, a fianco di un trenino-bruco, come bottino di caccia in questa mattinata verso mezzorgiorno ormai, forse. Eppure nel fitto della boscaglia, trovo anche la mela rossa e verde dove passava. Lo scheletro delle montagne russe è stato demolito qualche anno fa, caccia al premio si legge ancora nella postazione del tiro a segno dove pendono ventilatori da saloon. Per terra, su un cartello di gelati estinti, da repertoriare i nomi Jack Lemon, Gengis Cola, Lipperlì. Se i go-kart sono uno sfacelo, il premio della caccia è, sull’isolotto a fianco dello chalet sul laghetto, dove accanto a una madonna divorata dai rovi, spicca gigante la mascotte di questo luna park il cui declino è iniziato negli anni Duemila.
Un castoro con maglia verde e G bianca sulla maglietta, l’hotdog in una mano e nell’altra il bicchiere da fast-food. E alla fine, lì per lì, penso che a questo americanismo di svago gli sta bene questo sbrindellarsi, al contrario dei luoghi d’ozio umanistico sempreverdi visitati nei paraggi per via dell’acqua. Presente anche qui, in un laghetto per la pesca alla trota come campeggia ancora su un cartello. Su un muro, sprayato in rosso, la parodia sostituendo a una consonante, la vocale persa dei panini.