Nel giro di pochi mesi una serie di chiamate alle urne in tutto il pianeta ci dirà se le turbolenti linee di tendenza attuali verranno spazzate via da nuovi corsi politici, non necessariamente più propizi, confermate o addirittura rafforzate.
Il primo test sarà il 13 settembre nella Svezia del premier conservatore Ulf Kristersson. Le elezioni diranno se le destre europee avranno ancora il vento in poppa, o si areneranno a vantaggio del centro-sinistra di Magdalena Andersson, come suggeriscono i sondaggi. In un Paese che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ha scelto di entrare nella NATO archiviando una lunga tradizione di non allineamento, il voto avrà un forte valore simbolico per l’Europa. Qui (e l’anno prossimo in Francia) questa volta i fan vetero-continentali di Trump dovranno evitare i salamelecchi al leader americano, che continua a zerbinare l’Europa, mentre quest’ultima sembra finalmente aver capito che è meglio arrangiarsi da sola che fare affidamento sugli States.
La settimana successiva immaginiamo il rinnovo della Duma in Russia con il solito «libero» voto, più imposto che scelto, che plebisciterà le forze fedeli a Putin. Anche perché Yabloko, l’unico partito apertamente critico sulla guerra, è stato escluso dalla competizione nazionale.
Il 4 ottobre scopriremo se il principale Paese sudamericano governato dalla sinistra, il Brasile di Lula da Silva, resisterà all’onda di ritorno del bolsonarismo, che schiera Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, agli arresti domiciliari per il tentativo di sovvertire l’esito delle elezioni del 2022. I sondaggi attribuiscono a Lula un leggero vantaggio, ma è assai probabile che si debba ricorrere al ballottaggio. Se vincerà Bolsonaro jr., Brasilia si allineerà ai Governi di destra dell’argentino Milei, del colombiano De la Espriella e del cileno Kast, tutti vicini a Trump, aprendo la strada a un probabile ritorno a politiche di sfruttamento più aggressive dell’Amazzonia.
Poi tocca a Israele che rinnoverà la Knesset. C’è chi giura che il 27 ottobre l’immarcescibile Netanyahu non ce la farà. La sua formazione, il Likud, resta il singolo partito più forte del Paese. Però il suo blocco di Governo (Likud, destra religiosa e ultraortodossa) è stimato tra 52 e 53 seggi, sotto la maggioranza richiesta di 61, mentre l’opposizione guidata dall’ex generale Gadi Eisenkot ne raggiunge 64. Eisenkot non sposa l’opzione della guerra permanente del Governo Netanyahu, ma non è Gandhi: non ha mai messo in discussione opportunità, modalità e durata del conflitto a Gaza, invece è critico su quello contro l’Iran.
E alla fine arriva Trump. Il 3 novembre negli Stati Uniti si terranno le Midterm Elections, che eleggono l’intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato. Dall’Europa si vaticina un rovescio di Trump, ma mezza America, quella favorevole alla stretta sull’immigrazione e alla lotta contro la cultura «woke», è saldamente con lui. E questo malgrado le fallimentari campagne belliche e la politica dei dazi che – a dispetto delle tonitruanti promesse – pare avere aumentato i costi per consumatori e imprese americane. Da questa parte dell’Oceano ci indigniamo, e giustamente, per le scelte antieuropee, anti-ecologiche, antisociali, anti-inclusive e antiscientifiche del capo della Casa Bianca. E ci aspettiamo un crollo dei consensi. Ma a determinare il risultato del voto in loco sarà soprattutto il costo della vita. Gli americani valuteranno se i dollari nel borsellino aumentano o diminuiscono. A battere Trump, se mai sarà battuto e se mai non dovesse contestare un eventuale risultato a lui sfavorevole, come del resto ha già lasciato intendere denunciando senza prove possibili brogli, non saranno gli errori, le gaffes, gli scivoloni o l’infima attenzione ai valori democratici, ma la possibilità che prezzi, affitti e beni essenziali restino troppo elevati.