Dopo vent’anni di preziosi contributi su «Azione» Silvia Vegetti Finzi si accomiata dai lettori della Stanza del dialogo
Per vent’anni nel nostro settimanale è stato un appuntamento fisso. Uno spazio di ascolto e di riflessione guidato dalla professionalità e dall’umanità di Silvia Vegetti Finzi. Il nome, La stanza del dialogo, lo aveva scelto insieme all’allora caporedattore di «Azione», Peter Schiesser, che aveva fortemente voluto la sua collaborazione. Fin dal nome gli intenti di questa rubrica amatissima dai lettori erano dunque chiari: aprivamo le nostre pagine ai lettori, ai loro interrogativi, alle loro riflessioni, alle loro paure, alle loro esperienze. L’ambizione era quella di fornire ascolto e risposte. Attraverso la penna di Silvia questo piccolo miracolo di condivisione è avvenuto per anni. Ora è tempo di chiudere questo bel capitolo. Chi scrive lo fa con il magone perché Silvia non è stata al fianco solo dei lettori ma di tutta la redazione, per anni è stata una confidente paziente e disponibile, una collaboratrice sempre pronta a dare un suo contributo di valore al giornale; ricordo, ad esempio, durante il periodo del Covid le sue «Riflessioni durante la pandemia». Gli acciacchi legati all’età, mi confida in questa intervista con la quale saluta i suoi lettori, non le permettono più di continuare a scrivere per «Azione», la sua voce è limpida come sempre quando me lo dice al telefono e non è per nulla lamentosa, anzi il messaggio che qui riportiamo è di fiducia e di ottimismo.
Vent’anni fa nella prima Stanza del dialogo che pubblicammo nell’ottobre 2006 tu scrivevi: «…ora la vita privata è diventata così problematica da richiedere modi nuovi di conoscere, di comunicare e di agire. Nei rapporti tra coniugi, genitori e figli, nonni e nipoti non vi è più nulla che vada da sé. Che segua i solchi della tradizione, che si possa affrontare con semplice buon senso. Spesso, nei momenti più difficili, ci sentiamo frastornati in un vortice di suoni, parole, immagini, messaggi che ci circondano ma non c’incontrano. Avvertiamo allora il bisogno di un luogo di silenzio e ascolto, ove parlare di sé, non per sfogarsi, ma per esprimere pensieri ed emozioni, per superare ostacoli che sembrano insormontabili, ma che, una volta raccontati e condivisi, si ridimensionano e lasciano emergere possibili soluzioni». Sono trascorsi vent’anni eppure questa introduzione potrebbe essere scritta oggi, non credi?
Altro che! Forse oggi la situazione si è ulteriormente aggravata per un nuovo problema, una nuova difficoltà che è l’eclisse del futuro. In questi 20 anni molte speranze e molte illusioni sono crollate, le giovani generazioni si trovano spaesate, i genitori sono preoccupati. Per fortuna in famiglia ci sono i nonni, i quali, avendo vissuto tempi migliori, come i felici anni 60, gli innovativi anni 70, i cambiamenti e il femminismo degli anni 80, portano una visione più positiva. I nonni sono una forma di speranza, che rassicura la famiglia e che suggerisce alle generazioni più giovani l’idea che come c’è stato un buon passato ci può essere anche un buon futuro.
Tu hai aperto una Stanza del dialogo e i lettori hanno risposto subito. In questi anni sono stati numerosi coloro che ti hanno scritto e confidato dubbi, timori, esperienze, idee, riflessioni chiedendoti un’opinione o un consiglio. Come hai vissuto questo dialogo? È stato più un dare o un ricevere?
Per me è stata sicuramente un’esperienza importante nell’ambito della mia vita. È però difficile dare una misura di quanto si riceve e quanto si dà, perché quando esiste un affetto, un’amicizia, una corrente d’amore penso che il dare e il ricevere si confondano. Comunque è stata una grande passione, credo di esserne uscita più matura, più consapevole. Questo non vuol dire che io nella Stanza del dialogo abbia esposto una forma di saggezza, la saggezza del passato non c’è più, i tempi cambiano troppo rapidamente e possiamo solo crescere insieme.
Nella tua vita professionale sei stata psicoterapeuta, insegnante e scrittrice. Sono tutti modi diversi di entrare in contatto con gli altri, in quale ruolo ti sei sentita più appagata?
Direi che questi ruoli sono accomunati dal fatto di essere costituiti soprattutto dall’ascolto. In questi ruoli ho ricevuto le esperienze degli altri, ho accolto vite possibili oltre la mia e quindi mi hanno permesso un arricchimento incredibile in tutti i casi. Inoltre resto convinta che sia importante la narrazione, cioè che di fronte a emozioni spesso oscure e passioni incontrollabili sia importante dare voce alle nostre esperienze e condividerle perché solo così, sapendo da dove veniamo, possiamo capire dove stiamo andando.
Oggi ti accomiati dai nostri lettori, i limiti dell’età si fanno sentire ci hai detto e cerchi la tranquillità. Come affronti questa stagione della vita?
La quarta età è una stagione della vita che reca in modo ineluttabile degli acciacchi, per dare loro un nome che si dava una volta. Credo, però, che ci sia molto di positivo nel fatto di condividere quest’età. Io vivo in una comunità di anziani, per non dire di vecchi, e c’è un’amicizia, uno scambio di parole, di opinioni, una cura reciproca e un aiuto che fa sentire ancora bella questa quarta stagione della vita.
Sta per uscire il tuo ultimo libro, ci puoi dire di cosa parla?
Molto volentieri. Questo libro di fatto continua la storia della mia vita oltre la prima infanzia. Continua, dunque, la narrazione del primo libro dedicato alla mia vita che si intitola Una bambina senza stella. Questo secondo libro inizia quando io ho l’età di 9 anni e mi descrivo fino a quando io ne ho 14. I tempi sono stati tempi particolari, sono stati gli anni di quel cosiddetto miracolo economico e nel mio racconto osservo l’avvento, ciò che viene prima dello scoppio del miracolo economico e lo faccio con gli occhi di bambina, quindi con una vista dal basso, da dove si colgono con meraviglia dei particolari che rappresentano poi lo sviluppo ma che sfuggono allo sguardo alto degli adulti. I bambini sanno avere uno sguardo di meraviglia che coglie il piccolo ma sappiamo che nel piccolo, nel minuscolo, nella microvita trovano posto anche i grandi eventi.
Come si intitola?
Sono ancora incerta ma credo che il titolo sarà Il mondo nel cortile, perché la storia si svolge tutta nel microcosmo del cortile dove io sono cresciuta nella periferia di Brescia. Raccolgo le filastrocche, i giochi, gli incontri e gli scontri di quel piccolo mondo estremamente vivace e in questo modo man mano racconto la storia delle donne fino a cogliere quello che i grandi rapporti di statistica ed economia non hanno colto, cioè il rapporto delle donne, la loro evoluzione che in quegli anni le ha viste passare da casalinghe a lavoratrici. Spesso è stato un lavoro in nero rimasto misconosciuto ma penso che l’autonomia economica abbia segnato l’inizio dell’emancipazione femminile.
Con quali pensieri vorresti salutare i lettori di «Azione»?
Innanzitutto vorrei ringraziare di tutto cuore i lettori soprattutto quelli che mi hanno corrisposto perché hanno costituito il cuore della Stanza del dialogo. Io rappresento la generazione dei nonni, quella che è stata chiamata la generazione felice e che porta uno sguardo positivo sul mondo, dimostrando che anche dopo la notte più scura viene sempre il mattino. Ci tengo molto a mandare questo messaggio di fiducia e di speranza, perché ho vissuto un mondo in cui ogni giorno era migliore dell’altro mentre adesso sembra che ci sia una stagnazione che immobilizza tutto. Rimango convinta, però, che le nuove generazioni sapranno assumersi e lo stanno già facendo una nuova responsabilità di fronte alla crisi della natura e di fronte alle guerre che insanguinano il mondo.
