In vista dell’uscita di «Becaària», il 17 settembre, il regista ticinese Erik Bernasconi racconta come ha trasformato il romanzo di Giorgio Genetelli in un film che ribalta più di un luogo comune
1977. Dicono che sia un lazzarone, e allora il padre lo spedisce in montagna dove deve imparare a stare al mondo; ma invece di insegnargli un po’ di disciplina, proprio quel castigo estivo gli farà capire come scegliere da sé chi diventare.
È il viaggio di formazione di Mario, protagonista di Becaària, il film del bellinzonese Erik Bernasconi tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore preonzese Giorgio Genetelli.
Premiato alle Giornate di Soletta 2026, dove si è aggiudicato il Prix du Public, Becaària arriverà nei cinema il 17 settembre. In vista dell’uscita abbiamo incontrato Erik Bernasconi per parlare del passaggio dal romanzo allo schermo, di un Ticino del 1977 che sovverte più di qualche luogo comune e delle scelte con cui il regista ha trasformato quel passato in immagini.
Il cambiamento più sostanziale rispetto al romanzo di Giorgio Genetelli è l’introduzione di un vero e proprio coprotagonista, assente nel testo originale. Una scelta che potrebbe apparire radicale, ma che nasce dalla volontà di conservare ciò che Erik Bernasconi considera l’aspetto più prezioso del libro: il suo tono. «Nel romanzo questo è dato dai pensieri dell’io narrante. Non si capisce bene se sia un Mario più anziano che racconta o un Mario molto più consapevole, che si prende anche un po’ in giro. Questo contraltare dato dai pensieri e dal flusso di coscienza, ecco, avrei potuto replicarlo con una voce fuori campo, ma avrebbe appesantito il medium cinematografico», spiega il regista.
Svegliarsi alle 5, fare il fieno…: «Lavorare in montagna stanca. Anche ribellarsi, a un certo punto, diventa una fatica»
Da qui, la scelta di introdurre una figura femminile capace di svolgere quella stessa funzione narrativa. «Avrei potuto anche scegliere Cicio quale personaggio speculare; importante nel romanzo, un po’ meno nella riduzione. Ma a me sembrava che in quel modo la parte femminile di Mario, che nel libro emerge dai suoi pensieri, avrebbe rischiato di andare perduta».
Così prende forma Prisca: «È ispirata a una figura minore del romanzo, che appare verso la fine del libro e di cui non parlerò più di tanto. Prisca è però diversa, tranne per il carattere che corrisponde a quello di una donna tipica di quel tempo».
A colpire è anche il rovesciamento del tradizionale rapporto tra città e montagna. In Becaària è quest’ultima a concentrare quasi tutta la libertà – sessuale, sentimentale, comportamentale –, mentre la città sembra incarnare soprattutto rigidità e conformismo: «Sì, è vero: c’è un rovesciamento rispetto alla norma che vuole un giovane di un paesino, di una periferia, costretto ad andare in un posto più grande, dove fare esperienza per crescere. Abbiamo visto molte storie di questo tipo. Già nel romanzo, invece, è presente una situazione contraria: questo nostro Mario è perso, non sa che cosa vuole fare della vita, ma soprattutto rivendica il diritto di non saperlo. Alla fine, scopre alcune cose, mica tutte, ma alcune sì, andando in un paesino di montagna» spiega Erik Bernasconi. «Da un lato può sembrare un paradosso, ma a me divertiva. Anche perché è tutt’altro che impossibile che qualcuno vada in un posto ancora più piccolo e scopra delle cose importanti. Le cose importanti, infatti, le scopriamo incontrando persone nuove, e le persone nuove sono ovunque. Mi interessava molto scardinare un po’ il cliché secondo cui in montagna ci sono tutte persone chiuse, mentre in città sono tutte persone aperte». Una contrapposizione che Bernasconi non nega del tutto, ma che invita a guardare con maggiore sfumatura: «Come in tutti i cliché, qualcosa di vero in parte esiste. Però, quando andiamo nelle valli, incontriamo anche persone di grande saggezza. Questa è la parte che mi interessava raccontare».
Eppure, quando arriva il momento di trasformare le sue scoperte in un futuro concreto, Mario dovrà decidere se fare le valigie e partire oppure no. Viene allora da chiedersi se, in fondo, non riaffiori l’idea che per emanciparsi davvero occorra andare altrove: «È così, e vale un po’ per tutti, ma non per forza dal piccolo al grande, dalla montagna alla città. Probabilmente, se incontrassimo un adolescente di New York, ci racconterebbe del suo bisogno di andarsene da New York per scoprire qualcosa di nuovo». E il film lo lascia ben capire: «È l’alterità, più del luogo, a permettere di ridefinire sé stessi, per poi magari tornare», osserva il regista. «Quanti ticinesi e quante ticinesi sono andati via e poi sono tornati per dirsi: “Ma no, alla fine in Ticino si può anche stare bene”. E quanti di chi non partirà mai, non avrà mai questi pensieri?».
Di certo Mario in montagna subisce una trasformazione tale da sorprendere. In città è un ragazzo ribelle, arriva fino alla provocazione, rompe una vetrata, si abbassa i pantaloni davanti al maestro; poi viene praticamente esiliato in montagna e, invece di tentare di scappare, opporre resistenza, o sottrarsi al lavoro, si adegua quasi subito alla nuova vita. Un cambiamento che potrebbe apparire sin troppo improvviso. «Beh, intanto diciamolo: è vero che lui è un ribelle, ma un ribellino. Ricordiamoci anche che siamo negli anni Settanta. Arriviamo dal Sessantotto, quando la ribellione, soprattutto fuori dal Ticino, era ben altra cosa. Anche la violenza legata alla ribellione era ben altra cosa». In verità, sembra che Mario in città si adegui quasi per inerzia a un certo modo di essere ribelle; in montagna, invece, è costretto a chiedersi chi sia davvero. Del resto, è proprio il film a suggerire che Mario non sappia ancora chi sia; non è davvero il ribelle, non è il bravo ragazzo e non è nemmeno il lazzarone: è un giovane che deve ancora definirsi. «Sì, è un po’ questo il punto», conferma Bernasconi. «Lui arriva in un posto nuovo e ha finalmente lo spazio per ridefinirsi, per crearsi un ruolo che non deve essere per forza quello di prima. Si ritrova davanti a qualcuno che gli chiede semplicemente di lavorare. Mentre le provocazioni di Rinaldo e Ardito – “Ma chi è ’sto qua? ’Sto becaària…” – finiscono per toccarlo nell’orgoglio. Era un po’ il metodo educativo che avevano anche i miei allenatori in quegli anni. Ti davano del lazzarone e tu ci rimanevi male e reagivi».
Lo stesso meccanismo, tuttavia, era già attivo anche nel rapporto con il padre…: «I genitori non valgono!», sorride il regista. «O meglio: allora, la generazione dei padri, in generale, era da rifiutare. E in ogni caso, anche oggi, quando si trova qualcuno che non ha un giudizio complessivo su di te, ma ti punzecchia su un aspetto preciso, allora su quello puoi agire. Così come quando io giocavo a hockey: quando mi stuzzicavano era più facile reagire e cercare di fare meglio quella cosa specifica».
La ribellione, del resto, non scompare del tutto: «Qualche piccola reazione Mario ce l’ha ancora. In qualche gesto da sbruffone, in qualche tentativo di indipendenza. E poi lavorare in montagna stanca. Anche ribellarsi, a un certo punto, diventa una fatica».
Qualcosa di quella rivoluzione adolescenziale riemerge anche in un’immagine enigmatica che viene ripetuta nel film: il pugno alzato che Prisca rivolge a Mario prima di partire e che lui, nel finale, le restituisce. Un gesto che richiama immediatamente l’immaginario politico della sinistra degli anni Settanta, ma che nel film assume anche il valore di un linguaggio privato, condiviso soltanto dai due protagonisti. Difficile è capire davvero quel che si dicono: «In realtà mi piace che resti questo alone di mistero» confessa il regista.
Non è un caso. Anche sul piano del tono, Becaària sembra sottrarsi continuamente a definizioni troppo nette. Passa con naturalezza dal comico al sensuale, dal grottesco ai momenti più drammatici, senza stabilirsi davvero in un solo registro. Un equilibrio che Bernasconi ricerca consapevolmente: «Mi fa piacere che si noti. Credo che ci siano due motivi di base. Uno è che già il romanzo affronta una storia seria, ma lo fa con la leggerezza e l’autoironia che probabilmente sono tipiche di Giorgio Genetelli. E poi credo che sia un po’ la mia cifra stilistica quella di combinare i generi, di stare in un tono composto da vari tipi di sensazioni».
Una scelta che, in fondo, riflette anche il suo modo di guardare la realtà. «Credo di rispecchiarmi in questo. Cerco sempre di vivere i drammi con la maggiore leggerezza possibile e le grandi gioie con la consapevolezza che fanno parte delle cose della vita. Non voglio farla troppo filosofica: è che sono così».
Poetica che passa anche attraverso la fotografia, chiamata non a riprodurre il 1977, ma a evocarlo. Con il direttore della fotografia Pietro Zürcher, Bernasconi ha infatti immaginato, fin dalle prime fasi della lavorazione, quale avrebbe dovuto essere l’estetica del film lavorando molto sul colore; ogni singolo fotogramma sembra una polaroid di quel tempo: «Abbiamo deciso che non volevamo essere filologici, che non volevamo riprodurre l’immagine proprio com’era negli anni Settanta. Volevamo cercare di arrivare a come noi ci ricordiamo quegli anni». Scelta poi condivisa dall’intera squadra. «Ci siamo documentati, siamo andati a vedere le fotografie. Un lavoro che abbiamo fatto anche con il trucco e i costumi, ma pure con la scenografia. Per ottenere un’immagine bisogna che tutti remino nella stessa direzione».
Il 17 settembre, Becaària arriverà nelle sale, però, con una speranza che va oltre la ricostruzione di un’epoca. «Si dice molto che chi ha vissuto quegli anni si riconoscerà. Io spero invece che si riconoscano anche i giovani di oggi. Essere adolescenti significa sempre essere confusamente in cerca di sé stessi. Cambiano i tempi, cambiano le difficoltà, ma quella ricerca resta la stessa». La sfida, conclude sorridendo, sarà convincerli a entrare in sala: «Una volta che lo faranno, ho una buona speranza che il film possa arrivare anche a loro».





