Il Consiglio federale è dotato del goffo talento del tempismo al contrario. La decisione di stralciare dalla pianificazione finanziaria i fondi federali per l’adattamento dei boschi ai cambiamenti climatici dal 2027 cade proprio mentre il Vecchio Continente sta affrontando, in diversi Paesi, alcuni dei roghi forestali più impressionanti degli ultimi decenni.
Il Parlamento aveva approvato un programma per rendere i boschi più resilienti alle vampe estive, sempre più frequenti e feroci. Ma il Governo ha preso i forbicioni e, zac, ha tagliato i fondi: dai 100 milioni stanziati nel 2020 per quattro anni per piantare specie arboree capaci di tollerare temperature elevate e scarsità d’acqua, prorogati poi nel 2023 con un budget ridotto, si è arrivati all’azzeramento dei contributi a partire dal prossimo gennaio.
Ci dispiace e comprendiamo l’importanza di queste misure, ha spiegato Albert Rösti con glaciale logica contabile, ma dobbiamo rispettare il freno all’indebitamento. Perciò stop, fine delle trasmissioni. Da Berna, perlomeno, visto che la patata, letteralmente bollente, passa ai Cantoni, che mantengono la responsabilità della gestione dei boschi e della tutela della biodiversità.
Non vogliamo addentrarci nell’alchimia dei difficili equilibri finanziari che il Governo federale è chiamato a mantenere, aprendo un rubinetto di qua e chiudendolo di là. Dopo mesi in cui predica la necessità di aumentare le spese per rafforzare esercito e difesa o per finanziare la tredicesima AVS, la protezione delle foreste potrebbe apparire come un vezzo per ecologisti snob. Ma è tutt’altro che così. E lo esprime efficacemente il titolo scelto qualche tempo fa dalla «NZZ am Sonntag» per commentare la notizia: «Giocare col fuoco».
Osserviamo freddamente (magari!) i fatti climatici che hanno segnato le ultime settimane. Le temperature record nelle città non si contano più. Barcellona, Parigi, Roma, Basilea e molte altre hanno dovuto moltiplicare i «rifugi climatici», prevedendo spazi aperti e gratuiti climatizzati all’interno di biblioteche, musei o centri commerciali. Ma sarebbe un errore pensare che il caldo estremo sia soltanto un problema urbano. Le città non sono isole separate dal territorio che le circonda. Foreste sane assorbono anidride carbonica, trattengono acqua, contribuiscono all’equilibrio climatico regionale e attenuano gli effetti degli eventi estremi. Quando i boschi si degradano o vengono inceneriti dalle fiamme, questa capacità di regolazione si indebolisce e a pagarne le conseguenze sono anche le aree urbanizzate, sempre più vulnerabili alle ondate di calore. E proprio queste foreste sono oggi minacciate dalle lunghe canicole che ci tormentano.
Lo dimostrano gli incendi in Francia, Spagna, Grecia e in altre regioni europee. «I megaincendi come quello della Gironda aprono una dimensione sconosciuta nella storia umana del rapporto con il fuoco», hanno avvertito dalle colonne di «Le Monde» il filosofo Dominique Bourg, la climatologa Marie-Antoinette Mélières e l’esponente dell’Unesco Frank Pupunat.
A rendere questi roghi diversi da quelli del passato sono le gigantesche nuvole giallo-grigiastre che generano: i cosiddetti pyrocumulonimbus, talvolta definiti «temporali di fuoco». «Il calore liberato al suolo», scrivono gli esperti, «è tale che una colonna d’aria calda si eleva fino a raggiungere la tropopausa, a circa 12 chilometri di altezza, penetrando in alcuni casi nella stratosfera (…). Il fuoco sviluppa così dinamiche proprie, mutevoli e imprevedibili». Le fiamme possono superare il centinaio di metri di altezza. Hai voglia a corrergli dietro con le autopompe!
I francesi lo hanno capito sulla propria pelle: rendere più resilienti le foreste è una delle poche strategie preventive capaci di ridurre il rischio di catastrofi simili. I boschi sono uno degli scudi naturali più efficaci contro i disastri climatici e il surriscaldamento urbano provocati in larga misura dall’uomo. Perciò no, investire nella loro protezione non è più un lusso. È una necessità.