Lo scomodo «Rapporto Bergier» sul ruolo della Svizzera durante la Seconda guerra mondiale ha ancora qualcosa da dire
Mentre in Ticino tiene banco il «caso Zali», tra i temi di maggiore discussione a livello svizzero c’è senza dubbio quello della neutralità, argomento in votazione popolare il prossimo 27 settembre. Un dibattito su scala nazionale voluto da Christoph Blocher in persona, artefice dell’iniziativa chiamata «Salvaguardia della neutralità svizzera» nonché padre (e ancora padrone) dell’UDC post-agraria. Senza entrare nei dettagli di questa iniziativa, che affronteremo nel prossimo numero di «Azione», val la pena di ricordare un capitolo della nostra storia recente che ha avuto direttamente a che fare con il concetto di neutralità. Un capitolo che ha un nome, «Commissione Bergier», un gruppo di storici che a cavallo del cambio di secolo, su incarico diretto del Consiglio federale, rilesse la storia e il ruolo della Svizzera nel corso della Seconda guerra mondiale. Un periodo fondamentale anche per il percorso secolare della neutralità elvetica.
Non per nulla nel suo saggio La Svizzera è un Paese neutrale (e felice) lo storico ticinese Maurizio Binaghi scrive che «Il ricordo della “resistenza vittoriosa” durante la Seconda guerra mondiale ha plasmato le percezioni svizzere per tutta la guerra fredda. (…) La Seconda guerra mondiale rappresenta “un passato che non passa”, attraverso le lenti di questa esperienza il Paese legge il presente». Quel gruppo di storici, che portò il nome del suo presidente Jean François Bergier, ebbe proprio il compito di studiare quel periodo, con un’attenzione particolare alle relazioni del nostro Paese con la Germania nazista e all’applicazione del concetto di neutralità. Oggi, della «Commissione Bergier» si parla ben poco, se non qua e là nelle lezioni di storia o in qualche convegno per esperti. Eppure quel rapporto pubblicato nel 2002, e il confronto politico che lo accompagnò, possono aiutarci a soppesare la portata dell’iniziativa in votazione a fine settembre.
Il rapporto è scivolato nel dimenticatoio
Ma perché il «Rapporto Bergier» è velocemente scivolato nel dimenticatoio? Un motivo è sicuramente dovuto alla sua mole. Malgrado un volume riassuntivo di circa 600 pagine, non si può dire che quel lavoro sia stato di facile divulgazione, visto che si suddivide in 25 volumi, per un totale di undicimila pagine, pubblicati nella loro versione conclusiva nel 2002. Ma al di là delle sue dimensioni «extra-large», le ragioni di questo oblio sono di ben altra natura, si tratta in primo luogo di motivazioni di natura politica. E qui val la pena di tornare agli anni Novanta del secolo scorso. In quel periodo il nostro Paese si era ritrovato nel mezzo della bufera sugli averi ebraici, patrimoni non rivendicati e depositati nel corso della Seconda guerra mondiale nei forzieri delle banche svizzere ma mai restituiti ai loro legittimi proprietari e nemmeno ai loro discendenti. La pressione internazionale sul nostro Paese era enorme, esercitata in particolare dagli Stati Uniti e dal Congresso ebraico mondiale. Era riemersa anche la questione dell’oro acquistato dalla Svizzera in quegli anni, molto spesso dopo essere stato saccheggiato nei Paesi occupati dal regime nazista.
La «Commissione Bergier» venne creata proprio per questo, per far luce sul ruolo della Svizzera nel corso del Secondo conflitto mondiale e per tentare di placare le tensioni internazionali di quegli anni. Un lavoro di ricerca che venne subito ostacolato da una buona parte della destra economica e, a Berna in Parlamento, dall’UDC di Christoph Blocher. Per il tribuno zurighese «non c’era molto da ricercare, non dobbiamo scusarci per quanto capitato», come disse in un suo famoso discorso pronunciato il primo marzo 1997 a Zurigo. «Il popolo svizzero è riuscito a evitare la guerra e l’occupazione straniera grazie al duro lavoro, al sacrificio e alla nostra capacità di resistenza (…) Furono cruciali il ritorno alla neutralità integrale e la capacità di difesa dell’esercito svizzero». Termini che su per giù troviamo anche nell’iniziativa in votazione il prossimo 27 settembre, che non per nulla chiede una neutralità «permanente e armata». Il mito del ridotto nazionale e della mobilitazione generale rimane pertanto ben presente nei propositi di Blocher.
Una posizione condivisa da una parte della popolazione, come ci ricorda Thomas Maissen nel suo volume: Svizzera, storia di una federazione: «Per lungo tempo molti Svizzeri si opposero a una rivalutazione del proprio passato durante la Seconda guerra mondiale, dato che per loro rappresentava un momento saliente nella storia del Paese». Del tutto diverse invece le conclusioni a cui giunse il «Rapporto Bergier». Per quel comitato di storici la Svizzera contribuì, seppur non intenzionalmente, a prolungare la guerra, grazie alle relazioni economiche e finanziarie che continuò a intrattenere con il regime nazista. Una posizione tutt’altro che neutrale. Berna applicò inoltre una politica di asilo particolarmente restrittiva, condannando oltre 20mila persone respinte, in gran parte ebrei, a morte quasi certa. Più della metà di questi respingimenti avvenne in Ticino e in Mesolcina.
Berna respinse oltre 20mila persone ai confini
Il rapporto mise comunque l’accento anche sui rifugiati accolti dal nostro Paese in quegli anni. Da allora ci sono state parecchie altre ricerche, citiamo ad esempio quella dello storico ticinese Adriano Bazzocco che ha studiato in particolare i respingimenti lungo al confine con l’Italia, giungendo alla conclusione che il numero di ebrei a cui non venne dato rifugio fu inferiore a quanto ipotizzato dalla «Commissione Bergier». Resta però il fatto che quel gruppo di storici mise chiaramente in evidenza che durante il Secondo conflitto mondiale la neutralità elvetica fu applicata in modo ambiguo e poco trasparente, una neutralità orientata in primo luogo a preservare gli interessi economici del nostro Paese. Conclusioni che la Commissione formulò nel 2002 e che Blocher, con l’appoggio del suo fronte politico, tentò fin da subito di relegare nel dimenticatoio. E in questo l’uomo forte dell’UDC, che tra poco compirà 86 anni, ha sicuramente raggiunto il suo obiettivo: della «Commissione Bergier» e dei suoi lavori – come detto – si parla oggi ben poco.
In vista della votazione del 27 settembre sembra invece che l’iniziativa sulla neutralità non avrà vita facile. Secondo i sondaggi finora pubblicati i favorevoli a questa proposta supererebbero di poco il 40%. Se questo sarà il risultato effettivo della votazione vorrà dire che quel «passato che non passa» sta perdendo un po’ di presa sull’immaginario collettivo. E lo stesso si potrà dire della versione «blocheriana» della nostra neutralità. Chissà, forse in tutto questo c’è in qualche modo anche lo zampino del «Rapporto Bergier».
