«Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima». Questa la chiusa di una poesia della peruviana Cristina Torres Caceres nel frattempo assurta ad agghiacciante slogan di movimenti femministi, singole donne e chiunque abbia a cuore il desiderio di arginare un fenomeno in preoccupante espansione (sono in primis le cifre a confermarlo), che non conosce limiti di età, classe sociale, ruolo professionale o nazionalità.
Il problema è che l’ultima non c’è mai, anzi, sembra avere sempre meno probabilità di esserci, perché di donne vessate, maltrattate, abusate e umiliate ce ne sono sempre di nuove, in quello che è un elenco infinito capace da una parte di dare i brividi, ma che dall’altra rischia di creare l’assuefazione. Sono i media stessi a raccontare questi casi, rivelando un giorno dopo l’altro schemi simili tra di loro per dinamiche e sviluppi.
Ce lo hanno confermato ad esempio i fratelli inglesi Andrew e Tristan Tate, ottimi rappresentanti e promotori della cosiddetta «manosfera», l’ambiente digitale che – attraverso forum e piattaforme online – promuove la misoginia, l’odio verso le donne, incitando violenza e sfruttamento (attività in cui, da bravi maestri, hanno dato l’esempio per primi, tant’è che sono stati arrestati a Miami con l’accusa di stupro e sfruttamento sessuale).
Ce lo racconta il caso del politico argoviese sul cui capo pendono accuse gravi al punto da indurre la Procura a chiedere la detenzione a vita, in una vicenda che per diversi aspetti assomiglia in modo terrificante al triste caso francese di Gisèle Pelicot, la donna sedata e abusata per anni dal marito e da una schiera di aberranti figuri, ma che ha avuto il coraggio e la forza (come molte altre, davanti a cui non ci si può che inchinare) di denunciare, di mostrare il proprio volto e di parlare, mettendo in luce con calma e precisione in tutta la sua rivoltante entità un sistema di violenze quasi inenarrabili.
Ce ne hanno dato prova i brutali femminicidi avvenuti anche in un Cantone come il nostro, che fino a qualche anno fa si credeva ingenuamente al riparo da un fenomeno che, invece, lo vede primeggiare nei numeri di violenza, destando preoccupazione, e che meriterebbe un’attenzione costante e continuativa, anche quando i riflettori si sono spenti e chi lotta per i diritti delle donne si allontana dalle panchine rosse dei presidi.
Ce lo hanno mostrato le magliette preparate per i dipendenti di un lido e di una gelateria nostrani, dove a lettere cubitali si alludeva chiaramente alla sfera sessuale (delle donne, ovviamente, qualcuno aveva dubbi?) e dove, poi, si è cercato di liquidare la questione buttandola in caciara.
Ma infine, last but not least (anzi) sembrerebbe confermarlo anche il contesto della crisi istituzionale che tocca le più alte sfere politiche cantonali, a proposito del quale Reto Ceschi, responsabile del Dipartimento Informazione della RSI, ha parlato di «politica del testosterone», chiedendo misure di intervento urgenti.
Una violenza sistemica, dunque, che travolge generazioni giovani e meno giovani, finendo per riverberarsi irrimediabilmente sulle relazioni tra le persone, in un mondo dove il revenge porn, le rivendicazioni, le umiliazioni e le molestie sono sempre più all’ordine del giorno (v. pag. 15). Non sono impressioni, qualsiasi giovane ragazza ve lo potrà confermare. Mutuando il titolo ai fratelli Cohen, per molte questo Non è un Paese (o un mondo) per donne.
Un femminicidio non è mai solo un femminicidio, così come la violenza di genere non è mai solo una violenza di genere. Come ben spiega la professoressa statunitense Maggie Nelson nel suo Le parti rosse. Autobiografia di un processo, queste violenze si riflettono su intere famiglie, comunità sociali, entrando nel patrimonio biografico di innumerevoli persone. Un danno collaterale che sporca ulteriormente una società, a quanto pare, già di suo profondamente macchiata.