Un altro racconto dei Mondiali

by azione azione
22 Luglio 2026

La mano sul cuore, lo sguardo perso nel vuoto, la musica solenne a far risuonare il legame con una terra di cui sono figli: Sudafrica, Messico, Capo Verde, ma anche Francia, Germania, Svizzera. E tante altre appartenenze, dentro suoni emozionanti e canti emozionati, a disegnare confini identitari, come terra promessa da onorare sul campo.

Li abbiamo visti e rivisti questi ragazzi durante i Mondiali di calcio appena conclusi. Abbiamo potuto vedere, dipinti sui loro volti, i racconti di tante storie intrecciate, a colorare ogni differenza con i profumi di quel cammino che sempre scandisce la nostra comune appartenenza. Tanti frammenti di verità, ad aprire un panorama sulla vita, un invito ad andare ben oltre gli spazi e i tempi dell’attesa per ciò che sarebbe accaduto di lì a poco in campo.

Nei loro sguardi ho cercato di intercettare desideri e gioie, difficoltà e paure. Ma soprattutto, nell’indugiare delle immagini televisive, ho visto scorrere tanti sogni e ho pensato che i sogni, per quanto diversi, unici e segreti, ci rendono uguali nel desiderio di trascendere la fragilità del nostro esserci, sempre mancante. Mentre gli inni nazionali e le bandiere esagerate ci invitavano ad accomodarci dentro i loro confini, dagli occhi di quei ragazzi ci veniva incontro un altro racconto: un racconto silenzioso ma pieno di voci che parlavano una sola identica lingua, quella della nostra comune appartenenza all’umanità.

Certo, pochi minuti dopo avremmo potuto assistere a tante «carinerie», a gestualità non propriamente amichevoli, tenute sotto controllo dallo sguardo ossessivo di arbitro e VAR. La battaglia stava per cominciare ma quel rituale così scenografico, tutti sospesi nell’attesa, ci stava offrendo un altro film, un’atmosfera altra in cui pareva dissolversi ogni confine. Catturati dentro questo sguardo ci siamo ritrovati davvero lontani da quell’idea malata di identità che, in nome delle differenze, rischia sempre ancora di costruire muri sui sentieri della convivenza.

Questa esperienza feconda ci ha ricordato il valore della somiglianza che sempre abita dentro le differenze. Riuscire a intercettarla, riuscire a coglierla nel volto dell’altro, di un altro così diverso, è un’occasione preziosa per comprendere davvero la nostra identità, per accoglierla e valorizzarla nella sua purezza, semplicemente come quell’unicità creativa che ci fa star bene al mondo insieme agli altri. È un’esperienza però difficile, prigionieri come siamo stati, e come in parte lo siamo ancora oggi, di rappresentazioni simboliche che spesso si sono rivelate delle gabbie.

Il sociologo Francesco Remotti nel suo Contro l’identità illustra bene i meccanismi che operano nella costruzione di quella che lui definisce una vera e propria ossessione per l’identità. L’uomo è un animale culturale, un animale simbolico che vive dentro significati. Rispondere alla domanda «io chi sono?» è una necessità. Il «conosci te stesso» è da sempre un monito e insieme un bisogno ineludibile. La rappresentazione simbolica della propria identità ha però sempre comportato, nella nostra cultura, una separazione dall’altro. E questa separazione, spiega Remotti, è stato un tagliare, un tagliare il legame di somiglianza. I confini, le soglie invalicabili, i muri nascono così.

Il problema è proprio qui, nel non riconoscere la somiglianza della nostra comune avventura umana. L’aveva già capito il filosofo Protagora, nel V secolo a.C.: «ogni cosa per un verso o per l’altro assomiglia a qualcos’altro».

Anche da un campo di calcio questa comune appartenenza, resa invisibile da troppe derive culturali, viene a suggerirci una cosa importante: che dalla logica identitaria, narcisista e autoreferenziale, è possibile uscire, basta saperla vedere, la somiglianza, dentro ciò che guardiamo, basta saper riconoscere che l’alterità ci abita sempre. Solo così le differenze non rischiano di diventare prigioni e gabbie culturali.

A proposito delle molte gabbie culturali che hanno dolorosamente segnato la nostra civiltà, non posso non ricordare la costruzione simbolica dell’identità della donna, con tutte le derive che ne hanno accompagnato nel tempo la storia. Anche la piena affermazione del femminile ha bisogno di lasciare sullo sfondo le differenze di genere perché ciò che unisce uomini e donne è molto più importante e significativo di ciò che li distingue.

Il valore della somiglianza, intercettato tra una partita e l’altra, si è rivelato dunque un ulteriore, e forse inatteso invito a sempre modulare le differenze, che certamente esistono, con gli intrecci fecondi in cui si esprime la nostra umanità.