Il Ticino, da quando è nato come Cantone, non ha mai cessato di interrogarsi sulla sua «identità» o «personalità»: un processo introspettivo che ha conosciuto diverse fasi e varie intensità, a dipendenza delle sollecitazioni esterne: da un lato le incomprensioni con la Berna federale, dall’altro le tensioni con la vicina Italia. Nell’Ottocento occorreva «fare i ticinesi», dopo secoli di frammentazioni interne, di povertà ed emigrazione; nel Novecento sorse l’esigenza di salvaguardare la propria italianità, insidiata dalla strisciante germanizzazione. Ma è nel secondo dopoguerra che la discussione si fece più consapevole e organica, sulla base di studi che intrecciavano dati demografici, storici, linguistici ed economici. Basti ricordare i nomi di Calgari, Biucchi, Locarnini, Bianconi, Rossi, Ratti, autori di testi che andavano oltre le solite geremiadi della piccola minoranza incompresa, per individuare le cause profonde del malessere.
La discussione riesplose dopo l’apertura della galleria stradale del 1980. Da quell’anno in poi gli interventi pubblici sul tema si moltiplicarono, con l’obiettivo di cogliere quanto stava succedendo in questo triangolo di terra solcato da importanti arterie ferroviarie e autostradali. Emersero così definizioni come «Ticino regione aperta», «Città-Ticino» e, recentissima, «Città dei Laghi», un modello territoriale transfrontaliero insubrico. È dunque ricorrente questo bisogno di afferrare attraverso schemi concettuali e definizioni una realtà sfuggente e cangiante, specie nei poli urbani, che col tempo si sono via via allargati nei fondivalle a guisa di rizomi. Da ultimo, sul quaderno di GeaAgenda (2/2026), il geografo Mosè Cometta ha proposto una categoria sviluppata dal pensiero meridionalistico italiano, in particolare da Antonio Gramsci: quella di «questione meridionale». Buona parte del cammino della nostra regione, già all’epoca dei baliaggi, sarebbe da ricondurre a tare storiche che l’hanno condannata alla marginalità. Numerose ricchezze – a partire dal commercio del legname e dallo sfruttamento delle risorse idriche – sono state accaparrate da potentati esterni, lasciando nelle valli soltanto le briciole, impotenza e frustrazione.
Parlare, come fece Gramsci nel 1926, di «questione meridionale» è qui probabilmente azzardato, in quanto riferita ad un contesto, quello del Meridione italiano, che scontava rispetto al Nord gravi ritardi, sia in termini di progresso industriale, che di organizzazione sanitaria, istruzione delle classi subalterne e ordine pubblico (brigantaggio). E tuttavia la tesi può suggerire piste interessanti, soprattutto se volgiamo lo sguardo alle implicazioni sociologiche e politiche, ai rapporti tra centro e periferia, alle logiche estrattive delle élites urbane per succhiare l’energia delle terre alte. La GeaAgenda contiene numerosi contributi, redatti perlopiù da giovani ricercatori. Segno che la discussione sulle sorti del Ticino interessa e inquieta anche le generazioni che hanno compiuto i loro studi nelle università d’oltralpe. C’è da chiedersi se questo cantone stia recuperando terreno rispetto agli altri, o se continui a rimanere invischiato nelle antiche maglie familiari e clientelari. Difficile accordarsi su un’interpretazione univoca.
C’è chi evidenzia gli sforzi intrapresi per migliorare la formazione dei giovani e dotarsi di istituti superiori (Usi, Supsi, poli scientifici e culturali, Centro di calcolo, Dalle Molle, biomedicina) che fanno da supporto alle imprese innovative, e chi lamenta un livello retributivo al di sotto della media nazionale, soprattutto per le donne. C’è chi prospera su un mercato edilizio capace di garantire sostanziose rendite immobiliari e chi lotta per farsi riconoscere un salario dignitoso. La fotografia che la GeaAgenda offre alla riflessione è disomogenea, con punti luminosi e increspature che rimandano a ritardi decennali, se non secolari. «L’Italia è un paese moderno, ma la sua modernità è incompiuta»: così si espresse il sociologo Franco Ferrarotti (1926-2024) in un suo saggio sull’Italia degli anni 90 del secolo scorso. Sono parole che si attagliano anche al nostro cantone, alle prese con una rincorsa affannosa che sembra non finire mai. Ma non è un destino ineluttabile. È il frutto di scelte politiche che le istituzioni, i partiti, le associazioni hanno via via adottato nel tempo, rendendosi quindi corresponsabili di questa modernità incompiuta.