Una nuova edizione per il godibilissimo libro di viaggio di Samuel Butler tra Ticino e Piemonte
Immaginate un tizio pieno di humor e innamorato di Händel, di Shakespeare e dell’Italia, che si aggira, verso la fine dell’Ottocento, nei villaggi alpini e prealpini tra Italia e Svizzera, nel mondo arcaico delle frazioni di montagna ancora privo di automobili e quasi del tutto pre-elettrico. Era appena iniziato il cantiere del tunnel ferroviario del San Gottardo, verso il quale non provava simpatia, e il tizio osservava con entusiasmo fanciullesco usi e costumi rurali, ogni tanto si sedeva sopra un sasso e cominciava a disegnare quello che vedeva: vecchie cappelle, cascine, capre, bimbi scalzi, sagrati pieni di vita.
Una grande tradizione
Il tizio si chiamava Samuel Butler e nel giro di alcune estati aveva percorso spostandosi a piedi o in carrozza le contrade del Nord Italia, in particolare del Piemonte e del Ticino, per poi raccogliere in un libro il suo curioso girovagare: Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino, che appartiene alla grande tradizione anglosassone dei libri di viaggio. Uscito a Londra in prima edizione nel 1881 e in una successiva del 1890, il testo è ora presentato da Humboldt Books nella traduzione di Maria Luisa Agosti Castellani, rimasta finora inedita. La traduttrice iniziò a lavorarvi nel 1946 e vi tornò a più riprese fino al 1991, ma il progetto non trovò mai la via della stampa. Il volume è arricchito da un’introduzione dello scrittore Matteo Terzaghi, da un profilo su Agosti Castellani a firma di Teresa Franco e dalle illustrazioni dell’artista Emi Ligabue ispirate dai disegni di Butler.
A distanza di oltre un secolo dalla prima pubblicazione il testo di Butler continua a stupirci per attenzione e ironia
Il testo è brillante, ironico, pieno di passione per la natura e per gli umani che la abitano. Continuamente intervallato da riflessioni che filosofiche sarebbe dir troppo, dato il tono leggero, al di là del titolo, Alpi e santuari è tutto fuorché una guida turistica. Al centro degli interessi dell’autore ci sono gli esseri umani, gli incontri, lo splendore della natura. C’è perfino un sottofondo musicale, perché Butler tra una descrizione e l’altra, pubblica pagine con gli spartiti e le note di brani a lui cari. Si direbbero scritte e disegnate fischiettando. E forse andrebbero lette con lo stesso spirito.
Per dare un’idea di questo testo anomalo e divertito abbiamo raccolto brevi citazioni legate ai luoghi descritti (nelle preferenze di Butler c’è molta Leventina, un po’ di Mendrisiotto, di Locarnese e di Moesano), tralasciando, e ce ne scusiamo, le descrizioni «piemontesi».
Luoghi antichi e pittoreschi
A Faido l’impressione è insieme pratica e sentimentale: «Ad attrarmi a Faido è stata la sua posizione: sul versante italiano delle Alpi è uno dei punti più facilmente raggiungibili dall’Inghilterra… Faido è luogo antico e pittoresco… Parecchie delle sue case risalgono alla metà del XVI secolo». E poco oltre, quasi senza soluzione di continuità, compare il dettaglio conviviale: «C’è una birreria dove si produce della birra eccellente». Il senso di una soglia, di un mondo che sta cambiando, ritorna ad Airolo: «Airolo è stata rivoluzionata… per i lavori sul versante italiano della grande galleria del Gottardo… è una cittadina nuova, che ha perduto l’aspetto pittoresco di una volta».
Quando il paesaggio prende il sopravvento, Butler aguzza i sensi. Davanti al Ponte del Diavolo taglia corto con una misura personale, quasi capricciosa: «Direi che a me basterebbe fermarmici trenta secondi». Ma subito dopo, a Calpiogna, il tono si fa lirico: «Né schizzo né parole valgono a dare un’idea del pathos di questo luogo… Tutto era silenzio, tranne il sommesso ma incessante rumoreggiare del Ticino e della Piumogna», finché «mi sentii tornare all’orecchio… il “Messiah”», di Haendel s’intende.
I portatori di fieno che scendono da Dalpe, con carichi «di due quintali» sulla testa, diventano figure epiche: uomini che «scendono quasi di corsa, senza mai un passo falso», incarnando una sorprendente fisicità caprina. Subito dopo, però, Butler smorza la tentazione dell’enfasi con una battuta: quel «corpo di legno e gamba di ferro» gli sembra «un’esagerazione». È questa continua oscillazione fra ammirazione e ironia a rendere vivo il racconto.
Scene da commedia
Gli incontri, poi, sembrano piccole commedie. Una vecchia di Dalpe lo crede un dottore e gli mostra una gamba malata. Poi, scoprendo che è solo un viaggiatore, si infuria: «Perché mi ha permesso di mostrarle la gamba?», e «tirata giù subito la gonna… se ne corse via zoppicando». Adora le minuzie naturali: lungo un sentiero in Leventina «scorsi… un corteo di formiche… ogni anno ho sempre rivisto queste formiche allo stesso posto». E dentro la chiesa di Giornico: «rimasi sorpreso dallo splendido verde… quel verde non era che il riflesso dell’erba… l’erba riesce a insinuarsi dappertutto». Talvolta il paesaggio si accende in visione, come sul Ritom: «Gli abeti si mutarono in orchestrali… i ghiacciai due nobili schiere di coriste biancovestite… l’anfiteatro montano divenne un’enorme orchestra».
O sconsolate tragedie. Una donna di Rossura gli racconta di aver perduto la figlia a Parigi poche settimane prima: «Era una bella donna, – dissela madre orbata di tanto affetto, – ma ciao. Era molto intelligente… ciao. L’avevo fatta educare dalle suore a Bellinzona… ciao. Conosceva la geografia sulla puntadelle dita… e ciao, ciao, – ecc. Qui “ciao” sta per “pazienza”, “ho fatto e ho dettotutto quello che stava in me, e adesso devo rassegnarmi quanto più posso”».
Il cane lupino
Non manca l’osservazione venata di sarcasmo: a Londra «vidi una povera ticinese inginocchiarsi… davanti alla vetrina di un dentista… aveva scambiato le dentiere per reliquie». O il dettaglio vivido e insieme leggero: il «cane lupino» che «non rifuggì da nessuna bassezza nell’importunarci per ottenere bocconi di pane». Ci sono poi le scene corali, come a Locarno: «luminarie, fuochi d’artificio, palloncini cinesi…» e soprattutto «una Apparizione artificiale della Beata Vergine col Bambino», che lo attira più di tutto. O la quotidianità rituale di Mesocco: il pastore «annuncia la sua partenza… suonando la tromba in una conchiglia… udendo quel suono la gente… porta fuori le mucche».
Infine, immagini che restano come emblemi: a Soazza «un uomo… falciava l’erba… lo si sarebbe potuto scambiare per la Morte»; oppure «mai prima di allora le nubi mi erano apparse tanto nere, color dell’inchiostro». Così Butler attraversa i nostri luoghi lasciando una traccia fatta soprattutto di sguardi e di voci. E ciò che ne emerge, più che un territorio da descrivere, è un modo di guardarlo: curioso, partecipe, ironico – e per questo ancora sorprendentemente vivo.

