Sono le sette di mattina. Mi guardo alle specchio.
«Buongiorno», dico.
«Buongiorno», dice lo specchio.
«Come va?», dico.
«Eh», dice lo specchio.
«Problemi?», dico
«Crisi di identità», dice lo specchio.
«E cioè?», dico.
«Non so chi sono», dice lo specchio.
«Sei lo specchio», dico.
«E chi c’è dentro di me», ora?
«La mia immagine», dico.
«Appunto», dice lo specchio. «E quando uscirai da questo bagno, chi ci sarà dentro di me?».
Mi volto, guardo la parete. «Quegli asciugamani», dico.
«Ecco», dice lo specchio. «Finché tu non tornerai, me ne starò qui a rispecchiare quegli asciugamani».
«Ti annoi?», dico.
«Puoi dirlo forte», dice lo specchio.
«TI ANNOI?», dico.
«Ma perché gridi?», dice lo specchio.
«Mi hai detto tu di farlo», dico.
«Ma tu prendi sempre alla lettera quello che ti si dice?», dice lo specchio.
«Come te», dico.
«Mi stai prendendo in giro», dice lo specchio.
«Ma no», dico.
«Non è carino da parte tua», dice lo specchio.
«Che cosa vorresti?», dico.
«Non so», dice lo specchio. «Vorrei fare un po’ di conversazione».
«Stiamo facendo conversazione», dico.
«Stiamo conversando sul fatto che io avrei bisogno di fare un po’ di conversazione», dice lo specchio. «Sai che barba».
«Che progetti hai per oggi?», dico.
«Rispecchiare quegli asciugamani fino alle sei e mezza del pomeriggio», dice lo specchio. «Poi, forse, ti rivedrò». Sospira. «E tu, che progetti hai?».
«Andare in ufficio e starci fino alle sei», dico. «Poi torno qui».
«E in ufficio cosa farai?», dice lo specchio.
«Le solite cose», dico. «Risponderò alla posta, farò delle telefonate, manderò avanti qualche pratica».
«Non mi sembra che il tuo lavoro ti appassioni molto», dice lo specchio.
«È il lavoro», dico. «Mi tocca».
«Ho capito», dice lo specchio. «Stai pensando di consolarmi dicendomi che la tua vita è noiosa più o meno come la mia».
«Più o meno», dico.
«Sei spaventosamente egocentrico», dice lo specchio.
«Perché dici questo?», dico.
«Ti sei messo in competizione. Mi dici: tu sei triste? E io lo sono, o lo sono stato, di più».
«Allora dimmi tu», dico, «come potrei consolarti».
«E, come prevedibile, adesso diventi passivo-aggressivo», dice lo specchio.
«Cioè?», dico.
«Anziché consolarmi rovesci su di me l’onere della consolazione», dice lo specchio. «Chiedere a me di dirti cosa dovresti fare per consolarmi è come dirmi che devo consolarmi da solo. Zero empatia, proprio».
«Be’, senti», dico, «cerchiamo di mettere in chiaro le cose».
«Ecco», dice lo specchio, «adesso anche ti irriti. Io sto male e tu ti irriti».
«Tu sei uno specchio», dico, «la tua natura è specchiare. Non ha senso andare contro la propria natura».
«E tu?», dice lo specchio. «E tu, cosa sei?».
«Sono un uomo», dico.
«E, per tua natura, cosa fai? Uomi?», dice lo specchio.
«La natura degli uomini è vivere», dico, «e vivere significa agire, amare, conoscere, conoscersi, riprodursi, viaggiare».
«Ed è questo che vai a fare in ufficio ogni giorno», dice lo specchio, «dalle otto e mezza alle diciotto?».
«No», dico.
«E allora?», dice lo specchio.
«Chi non lavora non mangia», dico.
«Ihihih», dice lo specchio.
«Che c’è da ridere?», dico.
«Pensavo alla fortuna che ho», dice lo specchio, «che non ho bisogno di mangiare. E quindi neanche di lavorare».
«Ma il lavoro non è tutto», dico.
«Lo so, lo so», dice lo specchio. «Alle diciotto e trenta sei a casa. Passi di qua, giusto due minuti, e vedo la tua aria stanca. Certi giorni fai la lavatrice, certi altri no. Poi sento che ti prepari da mangiare, e poi sento le voci e i suoni della televisione. Poi a una qualche ora ripassi qui in bagno, ancora più stanco, e te ne vai a dormire».
«Questa è la routine», dico.
«Agire, amare, conoscere, conoscersi, riprodursi, viaggiare…», dice lo specchio.
«Mi canzoni?», dico.
«No», dice lo specchio. «Tutt’altro. Ti ringrazio».
«Mi ringrazi?», dico. «E perché?».
«Perché sto cominciando a pensare», dice lo specchio, «che in fondo la mia vita non è male. Adesso scostati, però, che ho voglia di guardare un po’ quegli asciugamani».