Famagosta: scendo a una delle ultime fermate della verde. Toponimo cipriota del metrò legato a qualche battaglia che mi ricorda un mio monologo teatrale sepolto. Nella struttura drammaturgica della via crucis, trasposta nelle stazioni della linea metropolitana verde per dar voce a un ex attore divenuto barbone, c’era proprio Famagosta. Da viale Famagosta, superata l’Esselunga, svolto in via San Vigilio. In una spirale di dipendenza per scoprire chiese nuove strambe meritevoli, nel tragitto vengo sorpreso prima. Riconosco uno scorcio architettonico degno di nota incontrato tra le pagine di un libro che ora mi sfugge ma tra un attimo mi torna in mente: Marco Zanuso e Milano (2018).
Lo zigzag di mattoni sabbiati dell’Istituto italoafricano risalente ai primi anni settanta porta, per un attimo, in Inghilterra o Scozia ma siamo alla Barona: quartiere sud-ovest di Milano. Dove dall’altra parte della strada, tra platani e pioppi, accarezzo la carrellata dei palazzoni popolari con piega da serpentoni, pure rivestiti di mattoni rossi. Elogiati tra l’altro da Gio Ponti, li disegna lo stesso architetto della chiesa cercata non ancora all’orizzonte. E tra una bufera di polline, l’ultima domenica di aprile di buonora eccola, con davanti una vasca-fontana scenografica in asse, la chiesa-piramide spuntata nel 1968. Opera di Arrigo Arrighetti (1922-1988), architetto-urbanista impiegato del Comune il cui nome allitterante da fumetti non è conosciutissimo, tranne dai tifosi di architettura mesmerizzati dal suo modernissimo innesto – post-bombardamenti – della biblioteca Sormani, ha un che di guerriero.
La facciata a triangolo isoscele in beton bucherellato da feritoie stile fortezza, innesca una consonanza con le case ancestrali nella roccia in Cappadocia. Al contempo, il tempio grezzo-ascetico sprigiona qualcosa di fantascientifico-pseudospaziale tipico degli spomenik disseminati nella ex Jugoslavia. Questa chiesa brutalista dedicata a San Giovanni Bono – vescovo di Milano dal 641 al 651 nato, dicono, a Camogli – appare dopo quattordici secondi nel videoclip Trap phone (2018) di Guè Pequeno. Prende subito la scena anche grazie alla fontana-vasca davanti. Ai fianchi di questa vasca a forma di diamante (omaggio a Gio Ponti ?) con tanto di getti d’acqua, i cui bordi hanno tutta l’aria essere granito rosa di Baveno levigato, sfrecciano quattro amici in scooter e alla fine uno entra in mutande a farsi il bagno. E sullo sfondo, la parete piramidale traforata, orienta lo sguardo in un altrove alla fine del mondo.
Cammino così, senza nessunissima fretta e con noncuranza estrema, verso la chiesa-piramide alla Barona. «Ba-Ba-Barona» come risuona cadenzata in un singolo del 2005 di Marracash che cita spesso questo quartiere di periferia, al confine con l’agreste, dove è nato, nei suoi testi. Un baretto scrauso vigila, con trio mattiniero di disagiati modello, accanto alla chiesa che da vicino, svela, a lato, il suo aspetto non più tanto da piramide ma da tenda. Dentro è spoglia, francescana, facciavista il beton mostra gradevoli striature. Lo sguardo si arrampica lungo i trentacinque metri della parete centrale tempestata dalla partitura multicolore di feritoie: blu, rosse, gialle, arancio. In fondo alla strombatura, questo sciame di vetrate-rettangolini sembra ascensionale e mi fa venire in mente gli spari del videogame Space invaders. «Sashimi di medusa» però è l’associazione-idea fissa per questi pezzetti di vetri colorati che ormai – per via della canzone di Guè Pequeno citata prima – non mi levo dalla testa.
Nessuna messa a quest’ora, l’aria è viziata, su in alto molta polvere. Va detto, la cura dei dettagli come panche, confessionali, porte d’entrata, pavimento, non è certo giopontiana. Esco perché mi piace molto più da fuori questo «imponente tempio cuspidato» come si trova scritto tra le pagine di Le nuove chiese della diocesi di Milano (1994) a cura di Cecilia De Carli. Del resto brutalismo e primavera vanno a braccetto. Vado al baretto di fianco a raccogliere voci sul campo e ne dicono di tutti i colori, al punto che non posso ripetervele. Ritrovo il punto di osservazione in asse con la punta più lontana della fontana-vasca dove noto, all’ombra degli ippocastani, un cartello con su scritto: piazza Arrigo Arrighetti. Non credo ai miei occhi quando su in cima, al vertice della piramide-chiesa, al posto della croce, c’è un fugace corvaccio.