Neutrali ma armati fino ai denti

by azione azione
29 Aprile 2026

Una mostra al Museo nazionale svizzero, sede di Zurigo, racconta il nostro rapporto complesso con la guerra, dal Rinascimento a oggi

Fino al 2022, l’anno dell’aggressione della Federazione russa all’Ucraina, la guerra non era in cima ai pensieri dell’opinione pubblica occidentale, in particolare europea. Mai era scomparsa, per la verità, ma era lontana, o in Paesi poco conosciuti e da tempo instabili: un retaggio di infinite faide tribali, oppure di contese per il controllo delle materie prime. Poi tutto è cambiato. La guerra è nuovamente penetrata nel nostro spazio mentale per abitarlo come un tarlo insonne. Un improvviso ritorno che ha scatenato una reazione a raggiera, dalla diplomazia all’aiuto umanitario, dall’accoglienza dei profughi all’esportazione di materiale bellico. E poi la neutralità, tema di ricorrenti dibattiti e dissidi, per alcuni tuttora salva, per altri tradita. Sulla questione, com’è noto, il popolo dovrà prossimamente esprimersi. La neutralità, come principio, poggia su un largo consenso, dicono i sondaggi; il problema è come starci, con quale stato d’animo, con quali piani di intervento nelle aree di crisi.

Di questo rovello si occupa anche la mostra che si è appena aperta al Museo nazionale svizzero, nella sua sede di Zurigo. Nelle varie stazioni del percorso, il tema della neutralità funge da filo conduttore. Soprattutto non cessa di interrogare il pubblico, di sollecitarlo ponendogli domande ragionate, che invitano a schierarsi, a non eludere le conseguenze di taluna o talaltra opzione.

La Costituzione del 1848 vietò i contratti con potenze estere

L’esposizione, che porta il titolo «Noi e la guerra», prende avvio dall’epoca rinascimentale. Si apre con un grande arazzo ritraente la battaglia di Pavia del 1525, con i fanti confederati in precipitosa rotta, sospinti nelle acque del Ticino dalle truppe di Carlo V e qui affogati. Il disastro militare mise fine alle ambizioni nell’Italia settentrionale di Francesco I di Francia, proprio il re che qualche anno prima, nel 1515, aveva sbaragliato i contingenti svizzeri a Marignano.

Le sconfitte nelle guerre d’Italia furono rovinose, ma anche provvidenziali, perché schiusero un nuovo capitolo, ossia il mercenariato («fremde Dienste»). È qui che i montanari provenienti dai territori forestali intravidero una via per sfuggire ad un sicuro destino di stenti. Tuttavia a trarne i maggiori vantaggi, in termini di ricchezze e di prestigio sociale, furono le élites altolocate, le famiglie più blasonate. A tali affari collaborarono anche le donne, sia come reclutatrici, sia come econome nella distribuzione del soldo. Le monarchie europee, con in prima fila quella francese, erano ben felici di rivolgersi ai mercenari svizzeri per condurre le loro campagne belliche, attraverso reggimenti ben inquadrati e comandati da ufficiali friburghesi o svittesi. L’attività andrà avanti per tutta l’età moderna, nella cornice della vecchia Confederazione, per poi gradualmente declinare con l’avvento dello Stato federale. La Costituzione del 1848 vietò espressamente (art. 11) le «capitolazioni militari», ovvero i contratti con potenze estere, e nel contempo obbligò ogni svizzero a prestare servizio militare (art. 18). Alla metà dell’Ottocento i Cantoni iniziarono a cedere una quota della loro sovranità alle autorità federali, un’operazione centripeta che riguardò in primo luogo la politica daziaria e l’organizzazione dell’esercito all’indomani del conflitto del Sonderbund.

L’esercito, sproporzionato, assume tratti salvifici

La formazione di una coscienza nazionale elvetica esigeva però la costruzione di una tradizione eroica, che elevasse le disfatte militari a gesta gloriose e le battaglie tardomedievali contro gli Asburgo a momenti fondativi. Ad esaltare tali imprese soccorreva sempre la celebre definizione del Machiavelli, essere gli svizzeri «liberissimi e armatissimi», ovvero liberi perché armati. Le due carneficine mondiali del XX secolo e la successiva guerra fredda consentono all’esercito di acquisire un potere crescente, che impregna e mobilita l’intera società, nelle sue varie articolazioni economiche, politiche, civili, simboliche. Il settore degli armamenti lavora prevalentemente con l’estero, costringendo la Confederazione a dotarsi di una sua industria, che tuttavia rimarrà sempre a rimorchio dei sistemi d’arma forniti prima dall’Inghilterra e poi da Francia, Stati Uniti, Germania federale, Israele. A Berna, nei due rami del Parlamento, la «classe» degli ufficiali è molto presente e influente; il cittadino-soldato conserva la sua arma a domicilio, il suo addestramento non si conclude con la scuola reclute ma prosegue con i corsi di ripetizione e il tiro obbligatorio. D’altro canto l’esercito – sempre più sproporzionato, con oltre mezzo milione di uomini in grigioverde – assume tratti salvifici, che trasmettono alla popolazione un profondo senso di gratitudine per averlo preservato dagli orrori delle guerre mondiali. C’è infine il «ridotto alpino», il simbolo della resistenza ad oltranza, il labirinto fortificato considerato inespugnabile scavato nelle Alpi centrali.

Ma la mostra dà conto anche della truppa come strumento di controllo e repressione dei moti sociali, come accadde nel 1918, nei giorni dello sciopero generale, o nel 1932, con l’uccisione a Ginevra di 13 dimostranti antifascisti. Discussioni accanite suscitarono negli anni Sessanta del secolo scorso la decisione di dotarsi della bomba atomica (avallata in votazione popolare) e lo scandalo legato all’acquisto di cento cacciabombardieri Mirage, che alla fine costrinse il responsabile del Dipartimento militare, il vodese Paul Chaudet, a rinunciare all’incarico. La mostra espone parecchi materiali bellici, fucili e mitragliatrici, proiettili di vario calibro, camuffamenti che paiono installazioni artistiche e veicoli militari, compresi alcuni velivoli e droni mai realizzati o rimasti allo stato di prototipo. Ma parallelamente non dimentica la partecipazione alle missioni di pace nei territori lacerati da atavici contrasti etnici e religiosi. Con l’ingresso nell’Onu, nel 2002, anche la Svizzera inizia a dare il suo contributo alle operazioni di «peace keeping» in Kosovo tramite il contingente «Swisskoy».

C’è poi il rovescio della medaglia di un Paese che ama autorappresentarsi armato fino ai denti a difesa della sua neutralità. È il movimento pacifista, impegnato nel difendere le ragioni degli obiettori di coscienza che nei tribunali militari subivano umiliazioni e pesanti condanne. Questa tradizione – incarnata da attiviste come la grigionese Clara Ragaz – ha sempre potuto contare su una consistente e combattiva militanza femminile. Anche sull’onda di questa mobilitazione fu possibile, nel 1989, raccogliere il 35,6% di consensi attorno all’iniziativa «per una Svizzera senza esercito». Tutte le informazioni su www.landesmuseum.ch