Il loggione più cattivo del mondo

by azione azione
13 Aprile 2026

Al Regio di Parma fischi e critiche (argute) a cantanti, maestri e registi erano all’ordine del giorno

Sempre più spesso capita che prestazioni vocali o direttoriali per lo meno discutibili passino distrattamente, senza un rimbrotto, magari con il plauso di gazzettieri che ripetono formule incensatorie ammuffite. Chi, in genere, si becca fischi è il regista, sia per il fatto che è più facile emettere giudizi su una regia che comprendere i pregi o i difetti di un interprete. Senza saperlo, a legger certi articoli in fotocopia, penseremmo di vivere un’età dell’oro.

Gli appassionati parmigiani si preparavano all’opera con ascolti e ripassi e facevano ore di fila al freddo o sotto il sole

«Oggi non si odono che applausi dappertutto, in tutte le circostanze, per tutti i cantanti, per tutti i maestri, per tutte le stonazioni, per tutte le opere mal concepite e peggio partorite», riportava Carlo Dossi citando le parole dello scrittore e critico musicale Giuseppe Rovani, padre della generazione scapigliata milanese, nella sua antologia di detti, Rovaniana. Un quadro non lontano dalla situazione odierna dove il fischio è divenuto «una privativa», l’applauso generico è passato «in bancarotta».

Ben vengano allora le storie dei loggionisti del Regio di Parma, narrate da Mauro Balestrazzi in Mentre un grido vien dal cielo. Il Loggione di Parma si guadagnò la fama di «più cattivo del mondo» da un tenore di prima fila che era di casa al Metropolitan, Giuseppe Giacomini, beccato impietosamente in una serata non brillante. Gli appassionati parmigiani si preparavano all’opera con ascolti e ripassi dello spartito, facevano ore di fila sotto i portici al gelo o nella canicola estiva, dividevano le ore d’attesa a pane e melodramma; per tutti i sacrifici fatti la ricompensa erano gli «acuti» e i divi dovevano essere sempre all’altezza della fama.

Quando dovettero digerire un tenore di seconda fila che sostituiva la stella rossiniana Chris Merritt, poco prima maltrattato come inappropriato verdiano dal loggione scaligero, attesero il momento in cui Ernani: «dice Mille guerrier m’inseguono». Allora «si levò una voce: Speräma ch’it ciàpon (Speriamo che ti prendano), e la delusione fu stemperata in una risata consolatoria». Fra i cantanti che passavano a Parma si sapeva che al Regio bisognava dar fondo a tutte le munizioni vocali a disposizione per accontentare un loggione che voleva si tirasse fuori la voce, magari ance quando non era prescritto dall’autore.

Perfino un figlio di quella terra come il tenore Carlo Bergonzi, nato a Vidalenzo, a pochi chilometri da Busseto, si beccò un celebre «Bravo, Tajoli» dal loggionista-fattorino della «Gazzetta di Parma», per aver cantato in Aida un si bemolle a suo dire come lo sdolcinato cantante di musica leggera Luciano Tajoli.

Dopo l’incidente, Bergonzi che era un tenore verdiano ammirato in tutto il mondo, volle incontrare i loggionisti parmigiani per fargli vedere che lo spartito indicava «con dolcezza» nel passo incriminato e in un altro punto in cui si era abituati a sentire gridare a tutta forza un trono vicino al sol, Verdi aveva indicato pianissimo. La risposta arrogante e folle fu: «Alòra, a s’vedda cha zbaljè Verdi» (Allora, si vede che ha sbagliato Verdi).

Bergonzi si prese la rivincita completa due giorni dopo facendo crollare il teatro nella Forza del destino, ma non volle mai più cantare nel teatro della sua terra. La spocchia di certi loggionisti che si sentivano depositari del canto verdiano aveva radici antiche; in un certo senso era come ritornare all’Ottocento, quando Rovani rimpiangeva l’età in cui perfino Rossini teneva preparata una carrozza fuori dalla Scala in caso la serata fosse volta al peggio: «In teatro si fischiava allegramente e sonoramente anche al cospetto di reputazioni più o meno grandi, anche in presenza di cantanti semidive: fu fischiata la Malibran, fu fischiata la Pasta, Rubini stesso, una sera che gli andò male un falsetto, venne fischiato dal pubblico, che come un doganiere aveva l’abitudine di non guardare in faccia a nessuno».

Pur non amando certe intemperanze che sconfinano nella maleducazione (ricordo la risata di scherno di tutto il loggione parmigiano a un «povero Ernesto» che se la faceva sotto nel Don Pasquale), e men che meno il culto dell’acuto per l’acuto, la nostalgia per la tensione e l’emozione di certe serate roventi di entusiasmi loggionistici è forte nei tempi civili (o distratti) in cui viviamo. Come non essere d’accordo con Rovani: il tramonto del fischio in teatro è chiaro sintomo di decadimento: «Come quando le mosche emigrano in massa quando l’aria è infetta (…) così il pubblico, annoiato anche di lamentarsi, batte le mani come chi ride delle disgrazie e sfida il pericolo con indifferenza gioviale».

Non rimane che consolarsi con le battute fulminanti di altri loggionisti parmigiani: a un direttore di braccio pesante dopo il primo Preludio della Traviata una la voce dalla piccionaia gridò: «Chilù l’à bel-e ciapè sinch minùd da Toscanèn» (Quello ha già preso cinque minuti da Toscanini!).