Le intese con Bruxelles puntano a colmare le lacune militari ma rilanciano il confronto politico sulla neutralità
È ormai trascorso un anno da quando Martin Pfister è stato eletto in Consiglio federale. Era il 12 marzo del 2025, e allora quel nome diceva poco o nulla alla maggior parte dei cittadini svizzeri. Lanciata dal partito del Centro, a cui spettava il seggio rimasto libero in Governo, la campagna per la successione della ministra della difesa Viola Amherd si era svolta con modalità a dir poco inedite. Tutti i principali «papabili» si erano man mano fatti da parte, persino l’allora presidente del Centro, Gerhard Pfister, considerato un anno fa il candidato numero uno, aveva deciso di non presentarsi ai cancelletti di partenza. E così questa sfida si era ridotta a soli due nomi, gli unici che avevano deciso di farsi avanti: lo stesso Martin Pfister, allora consigliere di Stato nel canton Zugo, e il presidente dell’Unione svizzera dei contadini, Markus Ritter, in Parlamento a Berna dal 2011. Una lunga esperienza politica che però non gli è servita per riuscire a vincere questa corsa. A sorpresa il Parlamento gli ha preferito lo sfidante Pfister. Molto meno sorprendente era stata poi l’assegnazione del dipartimento rimasto libero, quello della difesa, che è andato dritto dritto nelle mani del neo-eletto Pfister.
I caccia della discordia
Come ci si poteva facilmente attendere, nessuno tra gli altri sei Consiglieri federali ha voluto lasciare il proprio Dipartimento, anche per i numerosi cantieri aperti, con relative patate bollenti, lasciati in eredità da Viola Amherd. E così Pfister si è dovuto ben presto confrontare con i tanti grattacapi che assediano il suo Dipartimento. A cominciare dal costo degli F-35, i nuovi aerei da combattimento che la Svizzera ha voluto acquistare per sostituire la flotta degli FA/18, ormai vicini al loro pensionamento. La prima amara sorpresa per Pfister è stata proprio quella del prezzo di questi nuovi caccia, che Amherd aveva sempre considerato un prezzo fisso. E invece non è così, all’inizio della scorsa estate le autorità statunitensi hanno fatto chiaramente capire al nostro ministro della difesa, e al Consiglio federale, che la fattura era da considerarsi flessibile e che per i 36 velivoli previsti ci sarebbe stato un rincaro di oltre un miliardo di franchi. Un bel rompicapo: accettare il nuovo prezzo, rompere il contratto o ridurre il numero di aerei da acquistare? Queste in sostanza le tre opzioni che Pfister si era ritrovato sulla scrivania, con una risposta giunta non proprio celermente. Per conoscerla si è dovuto attendere una decina di mesi, fino allo scorso 6 marzo, giorno in cui il Governo ha comunicato di volersi accontentare di 30 jet da combattimento, un numero che permette di rimanere nella cifra pattuita di 6 miliardi, sempre che nei prossimi anni dagli USA non arrivino altri brutti aggiornamenti di questa fattura.
Il contesto di guerra diffusa che caratterizza questi nostri tempi ha fatto lievitare la concorrenza tra Paesi per potersi accaparrare le armi necessarie alla loro rispettiva sicurezza, e questo rende la situazione oltre modo delicata per un piccolo Paese come il nostro che in questi ultimi anni si è accorto di avere scarse riserve nei propri arsenali. Un esempio su tutti riguarda il sistema di difesa anti-aerea. Il Consiglio federale prevedeva di acquistare i Patriot, uno scudo controaereo di fabbricazione statunitense, ma si vede costretto a fare i conti con 4 o 5 anni di ritardo nella consegna e con relativi costi aggiuntivi. Per questo a Berna si sta ora soppesando la possibilità di acquistare un «ulteriore sistema di difesa terra-aria a lunga gittata, prodotto di preferenza in Europa. Questo ridurrà la dipendenza da una singola catena di approvvigionamento o da un singolo Stato e, dall’altro, garantirà una maggiore disponibilità ». La difesa terra-aria è al momento un vero e proprio tallone d’Achille per il nostro Paese, come del resto ha dovuto laconicamente ammettere il capo dell’esercito Benedikt Roos: «Per questo tipo di minacce non abbiamo nulla al momento, cerchiamo di avere qualcosa il più rapidamente possibile».
Una minaccia dal cielo
In altri termini, se una minaccia dovesse arrivare dal cielo, la Svizzera ad oggi si ritroverebbe del tutto sguarnita. Per questo motivo Martin Pfister punta molto sulla cooperazione con la Nato e con l’Ue, come del resto aveva fatto prima di lui anche Viola Amherd. Ed è in questo senso che va letta la recente sottoscrizione proprio con l’Unione europea di due nuovi accordi: il primo «sul rafforzamento della cooperazione in materia di politica estera e di sicurezza» mentre il secondo riguarda la partecipazione della Svizzera alle missioni di pace dell’Ue. I due nuovi trattati sono stati firmati a inizio marzo dai nostri ministri Ignazio Cassis e Martin Pfister e da Kaja Kallas, l’alta rappresentante per gli affari esteri dell’Unione. Questi accordi – in linea con la neutralità svizzera, come il Governo si è affrettato a sottolineare – hanno l’obiettivo di «analizzare tempestivamente gli sviluppi internazionali, identificare gli interessi comuni e intensificare in modo mirato la cooperazione sulle principali questioni della sicurezza in Europa». Contestate dall’UDC, che vi vede invece un’ulteriore minaccia alla nostra neutralità , queste nuove intese vanno viste come un ulteriore tentativo del nostro Paese di rafforzare la propria sicurezza, questo perché, come ha affermato il ministro degli esteri Ignazio Cassis «al giorno d’oggi nessun conflitto rimane regionale».
Ma al di là del posizionamento del nostro Paese, e della sua neutralità , in un contesto geopolitico sempre più teso e imprevedibile, rimane da risolvere la questione dei mezzi finanziari da mettere a disposizione della difesa militare. Una fattura che Martin Pfister ha stimato attorno ai 31 miliardi di franchi nel corso dei prossimi anni. Il ministro del Centro intende trovare questi fondi attraverso un aumento dell’IVA pari allo 0,8%, a partire dal 2028 e per una durata di dieci anni. Su questo incremento è stata aperta una procedura di consultazione, fino al prossimo mese di maggio. Il problema, per Pfister, è che al momento nessuno sembra volerlo seguire tranne il suo partito. Dopo un anno in Governo il ministro della difesa si ritrova così in un labirinto di cantieri aperti e con i conti che piangono. Non è un caso che, un anno fa, quasi nessuno si era voluto lanciare nella corsa alla sua scomoda poltrona.