L’idrogeologa ticinese Marie-Louise Vogt: «Il Paese ha bisogno di investimenti, non di soluzioni tampone e ancor meno di tagli al sostegno dettati da motivazioni politiche»; «Io non sono stata discriminata ma le donne stanno sempre peggio»
L’Afghanistan è in gravi difficoltà, questo lo sappiamo. Ma possiede anche risorse umane straordinarie, sulle quali sarebbe bene appoggiarsi. Ne parliamo con una persona che per tre anni ha lavorato alla mappatura, al monitoraggio e alla pianificazione di infrastrutture che servono per la vitale questione dell’acqua nel Paese: Marie-Louise Vogt. Nata e cresciuta a Lugano, ha studiato geologia all’Università di Losanna, specializzandosi in idrogeologia; ha lavorato per molte Ong e per la Confederazione svizzera nell’ambito dell’aiuto umanitario, soprattutto nel Continente africano. È stata tre anni in Afghanistan per il corpo umanitario svizzero, che fa capo al Dipartimento federale degli affari esteri; in quanto esperta di cartografia delle risorse idriche e delle acque sotterranee, è stata inviata dal nostro Paese a lavorare in seno all’Unicef, che in Afghanistan si occupa proprio di questo settore.
Passo dopo passo
«Il primo passo – racconta – è stato raccogliere la documentazione esistente sui bacini idrici in superficie, sotterranei e sulle precipitazioni, completando i dati mancanti con immagini satellitari per creare una banca dati da analizzare. Poi abbiamo valutato il sistema di monitoraggio attuale e abbiamo ideato una strategia e un piano di azione per rafforzare a lungo termine il buon uso delle risorse idriche». Questo approccio non è quello dell’emergenza: rispondere a un bisogno immediato può significare costruire pozzi e pompare acqua dal sottosuolo, ma in questo modo, spiega Marie-Louise Vogt, si rischia di prosciugare a lungo termine i bacini sotterranei portando a una catastrofe irreversibile. Il fatto di studiare, mappare e creare una strategia sostenibile e condivisa con i partner locali è dunque fondamentale, anche se è più difficile da spiegare alla popolazione, che spesso invece vorrebbe vedere un aiuto concreto immediato.
La crisi climatica colpisce l’Afghanistan in modo particolarmente grave, e per questo è indispensabile adottare misure preventive in vista della probabile scarsità d’acqua nei prossimi anni. Il compito di Marie-Louise è dare un supporto tecnico al Ministero dell’energia e dell’acqua che deve regolare lo sfruttamento e bilanciare la ricarica acquifera. In tre anni di lavoro sono stati costruiti 49 pozzi e posti 100 registratori di dati in diverse province del Paese, anche in zone che prima erano irraggiungibili a causa dei conflitti, per il monitoraggio dei livelli dell’acqua. Resta però molto lavoro da fare a livello di serbatoi di raccolta, riciclaggio di acque e di sensibilizzazione a un uso parsimonioso della risorsa. Tuttavia, osserva l’esperta, «un principio essenziale della cooperazione è evitare che una soluzione apparentemente efficace generi nuovi problemi in futuro; sarebbe inutile costruire infrastrutture che poi restano inutilizzate, si deteriorano senza che nessuno sappia come intervenire o consumano una risorsa fino a esaurirla. Per questo sono decisivi tre elementi: rispondere a un bisogno espresso da chi vive nel Paese; valutare attentamente tutte le conseguenze di ogni intervento; trasmettere le competenze necessarie affinché ciò che si è realizzato possa essere gestito in autonomia».
Contribuire alla costruzione del Paese
Questo terzo punto, secondo l’idrogeologa, è il più importante: «Ci tengo molto alle formazioni in ambito tecnico. Le conoscenze di monitoraggio idrico sono poco conosciute in Afghanistan e ci sono moltissimi studenti qui che hanno voglia di imparare; sento una grande riconoscenza verso chi viene nel loro Paese per condividere e trasferire saperi. Certo, ci sono varie difficoltà legate alla formazione: spesso manca l’elettricità, la connessione internet, le risorse finanziarie, non tutti hanno un computer ecc. ma la qualità degli studenti e la loro voglia di contribuire alla costruzione del proprio Paese è notevole».
E aggiunge: «A volte chi arriva dall’Occidente e ha avuto un’istruzione specifica è tentato di “agire al posto di chi non sa”, ma sarebbe controproducente. È importante dare il tempo a chi abita e lavora sul campo di capire, di essere d’accordo, di partecipare, anche di sbagliare e infine di contribuire a trovare la giusta soluzione. E poi va valorizzato il sapere tradizionale, tramandato da chi vive lì da secoli, e che spesso ha già le soluzioni. Bisogna lavorare davvero insieme, altrimenti non è cooperazione, è imposizione. Se non si responsabilizza chi rimane sul posto, il nostro lavoro non ha senso. Una volta ho partecipato a un seminario all’Università di Kabul in cui uno dei miei studenti presentava la posa dei datalogger (strumenti di registrazione dei dati): vederlo insegnare ai suoi pari è stato il momento più bello di tutta questa esperienza. Compito del maestro è rendersi superfluo: solo allora può dire di aver fatto bene il suo lavoro».
Chiediamo a Vogt come si è trovata in Afghanistan. Nel Paese, infatti, non poteva mai uscire da sola (è una donna, anche se più rispettata in quanto occidentale), non andava in giro per le strade di Kabul e non poteva accettare gli inviti dei suoi colleghi locali. «Era frustrante perché la popolazione è estremamente ospitale e tutti mi invitavano a casa a mangiare con loro. Vivevo nel compound delle Nazioni Unite ed ero scortata ovunque, nonostante il contesto sia più sicuro di quando sono state istituite queste misure di sicurezza». I suoi contatti con la popolazione locale riguardavano docenti universitari, studenti, autisti, colleghi e colleghe che lavoravano per l’Unicef, tecnici, impiegati del ministero e delle imprese private che si occupavano della trivellazione dei pozzi, e qualche volta le comunità locali. I talebani stessi sono pieni di sfumature, racconta. Anche se al Governo ci sono i più fondamentalisti, fra la gente «vedi sempre che dietro a un’ideologia ci sta una persona in carne e ossa, con la sua voglia di aprirsi, di ridere e di scoprire cose nuove. Anche le mie guardie armate all’inizio non accettavano niente da me; poi si sono aperte, hanno iniziato a scherzare e se gli offrivo frutta o biscotti accettavano con piacere».
Le donne hanno sempre meno libertà
Intanto il Governo talebano ha ristretto la possibilità di venire in ufficio per le donne, quindi negli ultimi tempi di permanenza nel Paese l’intervistata ha visto meno le sue colleghe. «Io non ero discriminata in quanto straniera», afferma. «Avevano bisogno di me e mi rispettavano. Diverso è per le afgane. La questione dei diritti delle donne è in continuo peggioramento. Non possono uscire, devono oscurare le finestre di casa dalle quali potrebbero essere viste dai vicini; le ragazze non studiano e questo è un disastro per il futuro: immaginiamo tra trent’anni quando non ci saranno più dottoresse per visitare le donne… Solo il mestiere della levatrice continua a essere promosso. I miei colleghi uomini – che si professino talebani o no – sono preoccupati per le loro figlie: vorrebbero farle studiare e dare loro maggiori libertà. Tuttavia in questo momento prevale la stanchezza di decenni di conflitti: la gente non ha più voglia di avere paura, vuole vedere il Paese ricostruirsi e raggiungere stabilità. Per questo chiede prima di tutto sicurezza, infrastrutture, strade, accesso all’acqua, industria, educazione, elettricità e i progressi si stanno concretizzando. Poi, se un giorno si ribelleranno al potere che li governa, saranno loro a farlo e a dire al mondo come vogliono essere sostenuti».
Marie-Louise Vogt è convinta che l’Afghanistan possa rialzarsi: le persone hanno risorse straordinarie, hanno attraversato crisi e guerre e sono sempre riuscite a ricostruire con dignità la propria vita. «Ma dobbiamo permettere che siano loro a farlo», sottolinea. «Negli anni Settanta l’Afghanistan era un punto di riferimento culturale e tecnologico per l’intera regione. Le potenze straniere hanno distrutto quasi tutto e oggi metà della popolazione dipende dall’assistenza umanitaria. Ora il Paese ha bisogno di investimenti, non di soluzioni tampone, e ancor meno di tagli al sostegno dettati da motivazioni politiche. Alimentare la dipendenza non serve: è proprio questo che rende gli afghani più vulnerabili. Possiamo solo collaborare con il Governo attuale per costruire un futuro all’altezza della popolazione, rendendola protagonista del proprio sviluppo. E non ho dubbi che saprà impegnarsi e riuscirà a farcela. Diamo loro fiducia, accompagniamoli, senza sostituirci a loro».
