In occasione dell’8 marzo ragioniamo sul tempo denso e iper frammentato che caratterizza la vita delle donne
Sveglia alle 7, doccia lampo e prepari la colazione per tre. L’altro genitore ha già abbandonato la base. «Beato lui», pensi, sentendoti una madre snaturata. Un bimbo si prepara da solo, l’altro dorme mentre lo vesti tu. Occhiata al cellulare: chat di classe, passeggiata. Il panino! Ti sei scordata il panino! Loro intanto litigano per sport. Fiato molto corto. Apri la dispensa e abbozzi un toast al formaggio. «Il pane crudo non è buono mamma», dice il grande. «Amore, crudo è un’esperienza formativa», rispondi, osservando che gli poteva andare molto peggio. Poi li cacci di casa – il bus non aspetta – e corri trafelata al lavoro. Traffico. Tanto traffico. Chiamata: tua zia in ospedale e qualcuno deve pur farle visita. Più tardi o domani. Dramma cosmico.
Intanto sei arrivata. Entri in ufficio con la faccia di chi ha fatto baldoria tutta la notte. Ed è solo lunedì mattina. Nuove notifiche. Chat del calcio: sabato torneo «fino ad eliminazione», tu leggi «sfinimento». «Chi prepara le torte?». Vedi una giornata che credevi libera sfumare in un’estenuante e chiassosa attesa. Finalmente lavoro. Devi ricordarti il colloquio con la maestra però: mercoledì. Imposti un avviso sul telefono. Ma ora solo lavoro. Metà giornata, ma a giudicare dall’energia che ti resta in corpo ne hai fatte due, e tutte intere. Esci: spesa, casa, mail arretrate del mattino e devi richiamare un paio di clienti. Intanto infili il bucato in lavatrice, cerchi idee per la cena, piazzi il maggiore davanti alla tele e accompagni il piccolo a nuoto: con il computer in borsa però, così sfrutti l’oretta per portarti avanti… Sperando che i calcoli tornino, accidenti, sei o non sei una contabile in gamba?!
Lavoro non pagato à gogo
Saranno in tante a riconoscersi in questa corsa all’incastro, col tempo che scorre così bizzarro e veloce che nemmeno te ne accorgi. Ed è proprio sul tempo denso e iper frammentato delle donne che vogliamo riflettere in occasione dell’8 marzo che sta per arrivare. Un fenomeno documentato da diverse indagini promosse dall’Ufficio federale di statistica (Ust), Ocse, Eurostat ecc. Restando in Svizzera: nel 2024 – afferma l’Ust – le donne dedicano più ore settimanali al lavoro, retribuito e non, rispetto agli uomini: 57,2 ore contro 54,3. Sono però le prime ad accollarsi la maggior parte del lavoro non pagato (cura dei figli, dei parenti, della casa ecc.): il 61% del loro tempo lavorativo totale, contro il 42% di quello degli uomini. E ancora: nelle coppie con almeno un figlio sotto i 7 anni le madri svolgono in media 63,1 ore di lavoro domestico e familiare alla settimana, i padri 39,8.
Sempre l’Ufficio federale di statistica fa notare che, nel nostro Paese, quasi il 60% delle donne lavora a tempo parziale, contro il 18% degli uomini. Molte mamme scelgono – o sono costrette a farlo – il part-time per riuscire a incastrare la professione con gli orari scolastici e gli altri impegni famigliari, in un contesto in cui i servizi di cura scarseggiano oppure sono troppo costosi. Ma il tempo parziale comporta conseguenze pesanti: riduce il reddito, penalizza la previdenza futura, rallenta la carriera, limita l’accesso ai ruoli di responsabilità e, paradossalmente, non libera davvero il tempo delle donne. Piuttosto lo spezzetta, lo sovraccarica, lo rende ancora più difficile da governare.
Non di rado da una donna occupata ad esempio al 50% ci si aspetta di tutto: dal lavoro alla gestione della casa, dai trasporti legati alle attività dei figli al semplice taglio-unghie «sennò si trasformano in artigli», passando dalle risposte alle chat di famiglia alle visite mediche dei parenti anziani. Le giornate, per queste persone, diventano dunque un intreccio di compiti da espletare e continue interruzioni. Attenzione alla concentrazione! Il multitasking è d’obbligo. La fatica anche. La testa continua a correre, a pianificare, a organizzare, a prevenire… Si spera non fino al burnout.
Attenzione alla concentrazione
Il fatto di non poter disporre di blocchi lunghi e continui di tempo oltretutto finisce per pesare su studio, formazione professionale, riqualifica e avanzamento di carriera. Non perché alle donne manchino capacità o determinazione, ma perché, con un tempo così frammentato, per raggiungere gli stessi risultati bisogna faticare il doppio. Mentre il «tempo pubblico» si riduce drasticamente – poco spazio per attività politiche, associative, culturali – il «tempo libero» è spesso breve, irregolare, poco rigenerante. Spesso si tratta di tempo residuo: quello che rimane quando tutti dormono, quando la casa diventa finalmente silenziosa e spesso la stanchezza pesa più della voglia di fare.
Se volete approfondire… Ricerche sociologiche confermano il quadro: la studiosa Arlie Hochschild, ad esempio, definisce «secondo turno» il lavoro domestico che si aggiunge a quello retribuito, mentre Susan Walzer analizza il carico mentale che grava soprattutto sulle madri. Anche le riflessioni sviluppate da esperte come Barbara Adam e Judy Wajcman mostrano come il tempo delle donne sia modellato e deformato da relazioni di cura, continue richieste esterne e ritmi non lineari.
Cosa sono i Bureaux du temps
Come cambiare rotta? Innanzitutto bisogna rendersi conto della situazione. Se si vuole parlare seriamente di parità è necessario riconoscere il tempo come un fattore di uguaglianza o, al contrario, di disuguaglianza. Si tratta di una risorsa di cui non tutte le persone godono in egual misura. Le donne, come abbiamo visto, sono penalizzate anche perché si dà per scontato – considerandolo «naturale» – il loro impegno nelle attività domestiche e legate alla cura. Sono loro le prime a doversi riappropriare del tempo, sostenute da un processo collettivo che si può realizzare attraverso piccoli passi. Qualche esempio: studiare orari scolastici sensati (e, perché no, anche vacanze scolastiche più in linea con l’attuale organizzazione del lavoro), servizi pubblici accessibili e di qualità (asili nido, pre e dopo scuola, strutture per l’assistenza agli anziani), abbracciare politiche del lavoro eque (flessibilità e congedi paritari), valorizzare e redistribuire il lavoro di cura.
In questo senso uno spunto interessante – almeno sulla carta – arriva dalla Francia, dove esistono i Bureaux du temps. Pensiamo a quello della Métropole européenne de Lille, che coordina orari scolastici, trasporti, altri servizi pubblici e attività per ridurre gli incastri impossibili della vita quotidiana. Un ufficio, insomma, che si preoccupa di sviluppare politiche del tempo che guardano alla città, alla società come ad organismi da sincronizzare, in favore di tutte e tutti, non come a puzzle lasciati alla resilienza e alla buona volontà delle singole persone.
