Nelle ultime settimane diversi articoli, apparsi perlopiù in riviste statunitensi, hanno dipinto un quadro piuttosto scoraggiante dell’odierna società occidentale, sottolineando come essa sia in preda a una vera e propria «epidemia» di isolamento sociale, che vede, tra gli altri, circa la metà dei cittadini americani alle prese con condizioni più o meno gravi di solitudine. Il tutto in barba a quella stessa «iperconnettività» tipica dell’era digitale, la quale, anziché favorire le capacità relazionali, viene da molti commentatori identificata come una delle principali cause di tale isolamento; eppure, ciò che viene spesso sottovalutato è l’esistenza di un fenomeno parallelo, dalle sfumature alquanto differenti, che sta prendendo sempre più piede anche al di fuori degli States: quello della solitudine come scelta consapevole e meditata da parte di individui apparentemente molto diversi tra loro.
Ecco quindi che, da alcuni anni a questa parte, l’ambito della cultura popolare ha visto affacciarsi una categoria che dal Giappone ha ormai raggiunto anche le nostre latitudini: quella degli hikikomori – persone di tutte le età e ceti sociali, accomunate dal fatto di aver consapevolmente rinunciato a uscire di casa per vivere in una sorta di autoimposta clausura, in cui spesso gli unici contatti con il mondo esterno avvengono tramite il computer.
L’implicita rinuncia a ritagliarsi uno spazio all’interno della società diviene così sintomo di un prevaricante senso di estraneità, nonché di un’ipersensibilità talmente acuta da rendere dolorosi i contatti con gli altri; avviene quindi che, nell’intervistare alcuni tra coloro che hanno compiuto questa drastica scelta, ci si trovi confrontati con individui dalla spiccata intelligenza, colpevoli soltanto di non essere riusciti a conformarsi alle direttive di un sistema di vita percepito come troppo esigente, o di non sentirsi abbastanza agguerriti e competitivi da costruirsi una carriera socialmente valida. Non solo: dal momento che quello degli hikikomori è ormai un «caso» globale, appare evidente come la loro diffusione al di fuori dei confini giapponesi rappresenti il segnale di un disagio sociale sempre più diffuso, espresso nell’incapacità di interagire con il mondo e i suoi rappresentanti.
Ma se quella degli hikikomori appare come una sorta di fuga, dettata più dal disagio psichico che da una reale necessità esistenziale, il loro è ben lungi dall’essere l’unico modo di rifiutare i dettami dell’epoca moderna. Di fatto, sebbene il nostro sia un periodo storico caratterizzato da un’enfasi pressoché assoluta sul materialismo più gretto, il collaudato luogo comune secondo il quale ciò coincida con una grave crisi della spiritualità – intesa come esperienza di carattere religioso, ma anche filosofico – sembra crollare miseramente davanti alla crescita del fenomeno, per certi versi quasi paradossale, dei cosiddetti «eremiti urbani». Perché se, di primo acchito, tale termine suona come un ossimoro, in realtà sono sempre di più coloro che scelgono di isolarsi all’interno dei propri appartamenti cittadini alla ricerca di preghiera e silenzio, ritagliandosi, durante la giornata, lunghe ore di contemplazione alla ricerca di un rapporto più stretto con il divino – e, perché no, di una qualche sorta di illuminazione – nel mezzo di una vita estremamente semplice e frugale.
Così, viene naturale chiedersi se queste nuove «tendenze» – in fondo, quiete e silenziose rivoluzioni che vanno svolgendosi nella nostra caotica realtà quotidiana – non rappresentino un segnale ben preciso, e sempre più difficile da ignorare: la dimostrazione di come, pur dentro al maelstrom in cui noi tutti ci troviamo a vivere, la necessità di quiete e riflessione e la ricerca di una qualche forma di dialogo interiore (con sé stessi, o con invisibili poteri superiori) vadano facendosi via via più importanti. Quasi a voler allontanare, zittire, il rumore di fondo delle mille fatuità mondane che ci circondano per ricercare invece la vera, più profonda natura delle cose – in controtendenza con l’effimera superficialità spesso imposta da un mondo che sembra andare troppo veloce.