Il Governo si prepara a firmare il nuovo pacchetto di accordi, mentre si apre il confronto sulle modalità della futura votazione popolare
Stiamo per assistere a un doppio cambio di passo nel lungo cammino che ancora attende il nuovo pacchetto di accordi tra il nostro Paese e l’Unione europea. Il primo passo, in verità si tratta di un volo a Bruxelles, spetta al presidente della Confederazione Guy Parmelin che all’inizio di marzo è atteso nella capitale europea per sottoscrivere questi accordi, voluti e negoziati per stabilizzare ed estendere le nostre relazioni con l’Ue. Un’intesa che si basa – riassumendo all’osso e citando soltanto uno dei punti più controversi – su una ripresa «dinamica» della legislazione comunitaria e sull’istituzione di un tribunale arbitrale per dirimere i contenziosi tra Berna e Bruxelles. Una firma formale, quella di Parmelin, ma dal sicuro valore simbolico anche perché nel 2021 era stato lo stesso ministro UDC, anche allora presidente della Confederazione, a comunicare ai vertici dell’Ue la decisione del Consiglio federale di rinunciare al cosiddetto «accordo istituzionale», negoziato fino a quel momento per rilanciare le relazioni bilaterali tra Svizzera e Unione europea.
La visita di Parmelin a Bruxelles non piace a diversi parlamentari UDC, partito ferocemente contrario a questi accordi. Ma questa è una questione che chiama in causa il principio della collegialità , Parmelin si muove in nome del Governo e non del suo partito, come ha fatto notare su «Die Weltwoche» il servizio stampa dello stesso presidente della Confederazione. In ogni caso, il nuovo pacchetto di accordi dovrà essere confermato dal Parlamento e poi anche dalle urne, visto che l’ultima parola su questo scottante dossier spetterà di sicuro ai cittadini. E su questo punto, sulla votazione popolare, andrà fatta chiarezza, per stabilire se questa storica chiamata alle urne si svolgerà alla stessa stregua di un semplice referendum, in cui si tiene conto unicamente del voto dei cittadini, oppure se occorrerà includere anche il parere dei Cantoni. Una doppia maggioranza che renderebbe più difficile l’approvazione di questi accordi e che sta già facendo parecchio discutere. Basti ricordare che su questo argomento è stata persino lanciata un’iniziativa popolare, chiamata «Bussola», che vuole introdurre il referendum obbligatorio per i trattati internazionali, chiamando in causa in questo modo anche i Cantoni. E qui arriviamo al secondo cambio di passo, quello che prevede l’entrata in scena del Parlamento.
Una maratona politica
Nel corso del mese di marzo il Consiglio federale consegnerà l’intero dossier alle commissioni competenti delle Camere federali. Questi nuovi accordi passeranno così al vaglio del legislativo, un dibattito politico che si trasformerà , non è difficile prevederlo, in una vera e propria maratona politica, con ore e ore di discussioni in aula e anche nel Paese. Basti pensare ai tanti ambiti che vengono sollecitati da questa nuova intesa: la libera circolazione delle persone, la protezione dei salari, il ruolo dei Cantoni, l’accesso al mercato elettrico europeo. Senza dimenticare la cosiddetta «clausola di salvaguardia» da far scattare in caso di forte immigrazione dai Paesi dell’Ue. Temi potenzialmente divisivi a cui va aggiunta la questione delle modalità con cui chiamare i cittadini alle urne. Il Consiglio federale si è già espresso, ritenendo che su questo punto la Costituzione parli chiaro. All’articolo 140 la nostra Magna charta recita: «Sottostanno al voto di popolo e Cantoni (…) l’adesione a organizzazioni di sicurezza collettiva o a comunità sopranazionali». Per il Consiglio federale, che si basa anche su una perizia dell’Ufficio federale di giustizia, questo nuovo pacchetto di accordi non rappresenta un’adesione all’Unione europea, ma un rafforzamento delle nostre relazioni con l’Ue. Sul fronte opposto l’UDC ha già fatto emergere tutta la sua contrarietà . A detta del partito democentrista questa nuova intesa con l’Unione mette a rischio la nostra sovranità , e necessita pertanto di una votazione con doppia maggioranza. In fase di consultazione su questo argomento si è espresso, tra gli altri, anche il Consiglio di Stato ticinese che ritiene pure lui indispensabile passare da una votazione a doppia maggioranza. Una posizione a cui, a geometria variabile, si sono aggiunte altre voci del fronte borghese.
Doppia maggioranza?
Il PLR su questo tema ha già svolto una votazione interna, dando sostegno, seppur di misura, alla posizione del Governo. Una votazione a maggioranza semplice è vista di buon occhio anche dalle forze di sinistra. Il tema approderà presto in Parlamento, visto che il prossimo 4 marzo il Consiglio degli Stati dovrà discutere di una mozione, del liberale radicale Martin Schmid, che chiede di sottoporre al popolo l’iniziativa «Bussola» prima della votazione popolare sul pacchetto di accordi con l’Ue. Con questo tipo di tempistica si farebbe chiarezza, secondo Schmid, sul tipo di maggioranza che sarà necessario per l’approvazione della nuova intesa con Bruxelles, visto che l’iniziativa «Bussola» chiede di introdurre la doppia maggioranza per «i trattati internazionali di ampia portata in cui la Svizzera cede a terzi parte della sua sovranità ». In altri termini si tratterebbe di anticipare la votazione popolare sull’iniziativa «Bussola» così da lasciare al popolo l’ultima parola: saranno i cittadini, e non il Parlamento, a decidere se i nuovi «Bilaterali» andranno sottoposti anche all’approvazione da parte dei Cantoni. Il 4 marzo toccherà così proprio al Consiglio degli Stati, chiamato anche Camera dei Cantoni, affrontare per primo l’argomento della doppia maggioranza. Il tema delle nostre relazioni con l’Unione europea sta dunque per entrare nel vivo del dibattito politico. Un banco di prova epocale per il nostro Paese.
