Macchinari svizzeri, allarme rientrato?

by azione azione
11 Febbraio 2026

La nuova «legge di bilancio» italiana rischiava di penalizzare l’export di beni d’investimento elvetici

Spesso «il diavolo si nasconde nei dettagli». La Legge 30 dicembre 2025, n. 199 (o «legge di bilancio») della Repubblica italiana in vigore dal 1 gennaio 2026, stabiliva che le aziende della Penisola sarebbero state disincentivate dall’acquisto di beni d’investimento o strumentali (ad es., macchinari) prodotti in Svizzera. L’articolo 427 di tale legge limitava la deducibilità dell’acquisto di beni strumentali dalle imposte sui redditi per le imprese italiane ai soli «beni prodotti in uno degli Stati membri dell’Unione europea o in Stati aderenti all’Accordo sullo Spazio economico europeo». Ora però l’allarme sembra rientrato: il Governo di Roma si dice pronto a modificare la norma.

Partiamo dall’inizio: che la Svizzera non faccia parte dell’Unione europea è noto: lo è forse meno che l’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE) sia stato sì negoziato nel 1992 tra l’Ue ed i Paesi dell’Associazione europea di libero scambio (AELS) ma mai ratificato dalla Confederazione. Non rientrando in una delle due tipologie di Paesi, i beni d’investimento di origine svizzera acquistati da imprese italiane venivano equiparati a quelli di mercati non-Ue o non-SEE. Ribattezzato «iperammortamento 2026», lo stesso rappresenta un’importante deduzione fiscale e consente alle aziende di dedurre una quota maggiore del costo dei beni strumentali di nuovo acquisto risparmiando sulle imposte. Se da un lato la maggiorazione è pari al 180%, 100% o 50% a seconda che la spesa d’investimento sia inferiore a 2,5 mln. €, superiore a 2,5 mln. € o a 10 mln. €, per i beni strumentali di provenienza svizzera essa non era prevista.

L’iperammortamento 2026

Certamente, una maggiorazione del costo di un bene strumentale così «generosa» non è evidente. Gli investimenti in capitale produttivo contribuiscono spesso alla performance economica delle aziende del settore in termini di loro produttività, utili ecc. e, di converso, all’economia in generale. Tuttavia, l’acquisto dall’estero comporta sempre ai fini del Prodotto interno lordo (Pil) un effetto contabile neutro in quanto ne aumenterà sia la componente «investimenti» (+) sia quella delle «importazioni» (-). Nella bilancia dei pagamenti dove vengono registrati tutti gli acquisti (tutte le vendite) commerciali e finanziari/e dall’/verso l’estero si assisterà – persino – ad un peggioramento della stessa in quanto l’import di beni/servizi rappresenta una spesa. L’«iperammortamento 2026» laddove relegato ai soli beni strumentali di produzione italiana sarebbe potuto apparire macroeconomicamente più giustificabile, ma anche distorsivo della libera concorrenza ed attenzionato dalla Commissione europea.

In secondo luogo, è alquanto verosimile che l’intento del Governo italiano fosse quello di rafforzare i rapporti commerciali con i Paesi Ue (27) o aderenti allo SEE (27 + Islanda, Liechtenstein e Norvegia) in tempi di concorrenza asiatica e tensioni con un partner occidentale «storico» come gli Usa. È – invece – meno evidente perché un acquisto di beni strumentali da solo alcuni Paesi dovesse essere incentivato rispetto ad altri, essendone l’effetto economico lo stesso. Di più: nel 2023 la Cina (51,5 mld. $), gli Usa (27,2 mld. $) e la Svizzera (19,4 mld. $), Paesi non-Ue e non-SEE, si sono collocati rispettivamente al secondo, settimo ed ottavo posto per importazioni dell’Italia (dati wits.worldbank.org). Chiaramente, però, solo una quota di tali volumi (pari in Svizzera nel 2024 al 13,1% e scesi dal 14,0% del suo export commerciale nel 2023) è destinata a «bene d’investimento» o «beni capitali» come nella figura (https://dam-api.bfs.admin.ch/hub/api/dam/assets/35927545/master).

Vantaggi dubbi, disincentivo certo

Se i vantaggi economici per l’Italia parevano allora dubbi, il disincentivo all’acquisto di macchinari svizzeri (rispetto a quelli tedeschi o francesi) sembrava certo: l’azienda italiana, che optava comunque per il prodotto elvetico, avrebbe rinunciato a risparmiare in imposte il 12% per acquisti fra 10 e 20 mln. €, il 24% (2,5-10 mln. €) o persino il 43,2% per beni strumentali inferiori a 2,5 mln. €. Per quanto sia corretto che un export di qualità sia parzialmente «immune» da dinamiche valutarie ma anche commerciali o fiscali in quanto difficilmente sostituibile per il suo alto «valore aggiunto», occorreva prudenza ed evitare ulteriori fonti di ostacolo al commercio svizzero dopo i dazi di Trump. Forse l’Italia ha riflettuto sulla liceità della nuova norma in quanto in possibile contrasto con l’art. 18 dell’Accordo fra la Confederazione Svizzera e la Comunità Economica Europea del 22 luglio 1972 che prescrive di astenersi «da ogni misura o pratica di carattere fiscale interna che stabilisca, direttamente o indirettamente, una discriminazione tra i prodotti di una Parte contraente ed i prodotti similari originari dell’altra Parte contraente».

Ora l’allarme sembra rientrato. Giovedì scorso il viceministro dell’Economia italiano Maurizio Leo, a Telefisco de «Il Sole 24 Ore» ha annunciato l’intenzione di eliminare le attuali «limitazioni territoriali» sugli iperammortamenti. «Stiamo lavorando, e ringrazio le nostre strutture – Ragioneria generale dello Stato, Agenzia delle Entrate e Dipartimento delle Finanze – con l’obiettivo di eliminare le limitazioni territoriali» e «fare in modo che, indipendentemente da dove viene fatto l’investimento, anche al di fuori di quello che è il perimetro dell’Unione europea», questa operazione sia «premiata, nel senso che si potrà usufruire dell’iperammortamento», ha dichiarato. Sollevati gli esponenti di Swissmem, associazione svizzera dell’industria metalmeccanica, elettrica e metallurgica. «La discriminazione delle esportazioni di macchinari svizzeri in Italia è ora fuori discussione» ha dichiarato il suo vicedirettore Jean‑Philippe Kohl. Si evita così che anche nella vicina Penisola si ricorra alla leva commerciale ai fini protezionistici sulla scia degli Usa, che contribuiscono ad una dinamica globale di contrapposizione fra «Paesi grandi» (o unioni di Nazioni) e «Paesi piccoli» (o Nazioni singole) dove i primi possono facilmente imporre dazi o altre misure economiche restrittive nei confronti dei secondi.