L’emergere dei personaggi dall’ombra, come a lume di candela celato, sui volti del secondo Caravaggio di Milano, continuava a risalire a galla dal mio museo immaginario emozionale. Camminando per strada appena dopo la canestra dell’Ambrosiana, si era innescata già subito una microdipendenza lampo caravaggesca. Inevitabile dunque la voglia di rivedere, studiare meglio, lasciarmi andare sprofondandoci dentro, il Caravaggio che si trova alla pinacoteca di Brera dal 1939. Visto due volte, negli ultimi tempi – il novembre scorso in occasione della sbandata per Barocci nel bisogno di un martirio verso le cinque di pomeriggio e alle 12:16 in dicembre l’anno prima per via del reportage sulla Braidense – per La cena in Emmaus (1606), conosco la strada. E così, nella sala ventotto, con sfondo pareti color Borgogna, illuminazione degna del quadro a cui mi avvicino religioso di buon’ora o quantomeno appena dopo le otto e mezza quando aprono e con poca gente in giro, riammiro l’emergere quasi miracoloso dei cinque personaggi dall’ombra.
Il volto delicato del Cristo, reclinato lieve in avanti con postura sacrale, occhi socchiusi, la mano benedicente in aria, è colpito a metà dall’inclinazione particolare del lume. Luce incerta e sospesa si posa anche sul pane spezzato lì davanti. Dietro c’è l’oste con a fianco l’ostessa, ai lati del tavolo i due discepoli, tra i quali uno allarga le mani per lo stupore. La scena di questa tela di centoquarantun centimetri per centosettantacinque è tratta da un passo del Vangelo di Luca ( 24, 13-35). È il momento in cui i due discepoli-pellegrini, uno dei quali è chiamato Cleopa, per via del gesto del pane spezzato, riconoscono Gesù risorto, a tavola con loro, in una osteria di un paesino non lontano da Gerusalemme: Emmaus. Palestrina secondo alcuni o Zagarolo secondo altri mentre c’è chi dice Paliano, ma comunque in un palazzo dei Colonna nella campagna romana a ridosso dei Monti Prenestini di certo, riguardo al posto dove Caravaggio dipinge questo fulminante fotogramma, un attimo prima che il Cristo sparisca.
Fuggito da Roma, dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni nel rione Campo Marzio, per un litigio nato da una partita di pallacorda il ventotto maggio 1606, lì, nascosto, dipinge questo disvelamento per il conte-mecenate Ottavio Costa. Dalla collezione Costa, «il rapido, balenante Emmaus» come annota Longhi, approda presto nel palazzo dei marchesi Patrizi, in faccia a San Luigi dei Francesi dove si fa ressa per il trittico mozzafiato. Rimane lì per secoli, finché viene stanato da Ettore Modigliani, ex direttore lungimirante di questa pinacoteca osteggiato e messo in fuga a causa delle leggi razziali fasciste, aiutato dalla sua «allodola» come chiamava Fernanda Wittgens. Collaboratrice diventata poi direttrice eroica di Brera che salva, portando altrove per tempo, prima dei bombardamenti e così via, capolavori come questo. Torneremo, credo, a parlare di questi due personaggi-chiave di questa pinacoteca-oasi, ora però non perdiamo d’occhio la cena spartana in Emmaus. Vado matto per quel pane rivelatorio dorato, michetta che mostra il cratere formato dalla pressione dei pollici ma restata intera, con magnifiche screpolature. Mi riconciliano con il mondo quelle foglie di lattuga, l’altra cirioletta intatta, nello spazio tra le mani stupefatte del pellegrino. Se la posizione di questi due pani è identica all’Emmaus di Londra dipinta anni prima, dove sembrano dei ferraresi – e non è ancora spezzato indicando che è il momento prima di questo – lì c’era pure un pollo, la canestra di frutta sull’orlo come la natura morta dell’Ambrosiana, molta più luce. Questa cena, anche se l’ostessa – che ricorda molto la vecchietta accanto a Giuditta che tende il drappo in attesa della testa tagliata di Oloferne e anche la vecchiarella in ginocchio nella Madonna dei Pellegrini – sta portando l’abbacchio, è molto più monacale. I vestiti di tutti sono terrosi e s’accordano con il buio dello sfondo.
Mi avventuro con gli occhi a cercare il motivo del tappeto ushak sotto la tovaglia bianca del tavolo, afferrato da un discepolo come per assicurarsi di non sognare. Rifugio lo sguardo nelle ombre dell’incavo del collo, passeggio ancora lungo l’estrema naturalezza di quei volti drammatici e calmi emersi dall’ombra, accarezzati da questo bagliore speciale come di candela sospesa chissà dove o di lume senza corpo.