Non è un Sessantotto

by azione azione
4 Novembre 2026

Tumulti, roghi e disordini a Parigi, Lione, Madrid, Bologna, Milano e in altre città europee. Che sarà mai? Nell’etere corre a briglia sciolta un riflesso condizionato: un nuovo ’68. Tutte le volte che i giovani scendono in piazza e occupano le aule compare questa data spartiacque leggendaria, che tutto spiega e tutto occulta. Troppo facile, troppo comodo. È pigrizia intellettuale, che all’indagine sul campo, nei quartieri dei grandi centri metropolitani preferisce osservare le scene sugli schermi, sempre attenti a rilanciare i medesimi episodi di violenza, i negozi saccheggiati e le vetrine infrante, le sassaiole e i lacrimogeni. Le menti più vigili invitano a distinguere, a non gettare tutto nel medesimo sacco: no, ci sono i teppisti e i facinorosi, ma anche tanti manifestanti che sfilano e protestano pacificamente; anzi, questi sono la netta maggioranza, e sono le prime vittime degli scontri poiché vedono le loro legittime rivendicazioni oscurate e financo annullate dai filibustieri nerovestiti.

Ben venga maggio

Dal ’68 in poi non si contano i movimenti sociali che si sono succeduti negli anni. Nel nostro Cantone le mobilitazioni andarono avanti per qualche tempo, per attenuarsi intorno al 1975 (su questa stagione si rimanda al volume Ben venga maggio, edito dalla Fondazione Pellegrini-Canevascini nel 2025). In Paesi come l’Italia conobbero invece ripetuti sussulti, con apice nel 1977, la comparsa degli «indiani metropolitani», delle radio libere e dello sberleffo anti-autoritario. Si parlò allora della presenza di «due società», una parte tutelata dalla contrattazione sindacale e dall’altra di un’area, sempre più vasta e irrequieta, di «non-garantiti», di studenti precari e di sotto-proletariato urbano senza prospettive, né di studio né di lavoro. Seguirono il «riflusso», l’individualismo e la ricerca del successo privato, quindi di un ritorno nel grembo caldo e rassicurante della tradizione. Fine della contestazione? Non proprio, giacché dopo la fine della guerra fredda riaffiorarono nuove fratture e insoddisfazioni per come le élites dominanti orientavano l’estensione dei mercati in senso neoliberista e acceleravano i processi di globalizzazione senza tener conto dei bisogni delle classi popolari. Il secolo XX si chiudeva con le manifestazioni di Seattle al grido di «un altro mondo è possibile», per poi proseguire nel nuovo secolo con le ribellioni di Genova nel 2001 (al G8) e le iniziative di «Occupy Wall Street» (2011).

Anche la piccola e «beata» Svizzera ha conosciuto fenomeni di insubordinazione giovanile. Circoscritti ma anche duramente repressi dalle forze di polizia. Gli scontri più violenti avvennero nel 1980 a Zurigo, nel perimetro di fabbriche dismesse, occupate per creare spazi autonomi in cui convogliare le energie creative della città. Le agitazioni sorpresero e spaventarono l’opinione pubblica a tal punto da indurre il Consiglio federale a istituire un’apposita commissione d’indagine, diretta dal radicale ginevrino Guy-Olivier Segond. Nel rapporto, gli esperti interpellati mettevano l’accento sulle insufficienze delle nostre principali città, per esempio nella gestione degli spazi pubblici destinati al tempo libero e nell’assenza di adeguate politiche dell’alloggio (questione questa mai risolta e che vediamo esplodere un po’ ovunque in Europa). Un denominatore comune che lega passato e presente esiste e sono i giovani. Tuttavia questa è una categoria troppo generica, che non aiuta a capire. I protagonisti del ’68 erano soprattutto studenti, molti dei quali rampolli di famiglie benestanti, con alle spalle un certo numero di letture (Marx, Marcuse, Mao). Dieci anni dopo erano già diversi, per estrazione sociale e progetti di vita. Oggi sono diventati una galassia con varie componenti, composta da autoctoni sull’orlo dell’indigenza ma anche da figli di immigrati che sono rimasti ai margini dei sistemi educativi. Molti di questi appartengono alla generazione «né-né», coloro che non studiano e non lavorano, rimanendo così sulle spalle dei genitori.

Il sociologo Aldo Bonomi è solito dire che occorre «pensare con i piedi», ossia staccarsi dalla scrivania per camminare nel territorio con sguardo curioso. È quanto dovrebbero fare, e purtroppo non fanno, i media, sempre più ipnotizzati dalle reti sociali. Anche la politica, definita come l’arte del possibile, dovrebbe esercitarsi nell’arte della prevenzione, a cogliere i segnali premonitori, così da evitare di rincorrere sempre l’emergenza.