Medardo Rosso al monumentale

by azione azione
4 Novembre 2026

In ballo tra la Ca’ Brütta di Muzio in mente da secoli e il bar di Gaber al Giambellino appena scovato, a sentimento decido per il monumentale. Dove salto giù dal vecchio tram dieci sferragliante, un pomeriggio inoltrato di fine ottobre. Lì davanti chioschetti carichi di fiori e un chiringuito cimiteriale. Il momento giusto, in questi giorni che si avvicinano ai morti, cadono le foglie, l’animo si raccoglie e così via, mi spinge qui dentro il cimitero monumentale dove eravamo già stati, nello stesso periodo, in occasione dell’angelo di Fontana in ceramica smaltata a gran fuoco. E infatti, l’atmosfera fugace-triste-deliziosa del vero autunno si acuisce, camminando in uno dei cimiteri più straordinari al mondo. Al punto che ogni volta ho l’impressione che potrebbe quasi essere rubrica a sé per tutte le storie che si potrebbero raccontare.

Il gigantismo di certe edicole mi strappa un sorriso ricordandomi il graffiante raccontino di Buzzati intitolato Week-end (1963) dove «tutti i bisnonni i nonni i padri del boom» sono «così soli soletti senza segretarie» eccetera. Un viale ombroso di cedri californiani il cui odore, tra i loculi, si mischia ai clacson attutiti dalle mura e le sonorità tipiche delle ambulanze nelle grandi città, mi riconcilia con il mondo. A ponente, di colpo, nel riparto Acattolici dove non devo essere lontano dalla meta, quando lo scrosciare della vedovella in ghisa verde, i cinguettii, il traffico fuori, s’intrecciano al cotto di una cappella nella luce autunnale a quest’ora, un attimo incomprensibile di gioia dilaga ancora prima del capolavoro-tomba cercata. L’occhio cade sul nome, inciso in oro nel marmo bianco, di Ulrico Hoepli, editore-libraio svizzero trapiantato a Milano che avremo modo di conoscere meglio presto. Domina la scena l’edicolona trascurata di Alberto Keller, il primo cremato d’Italia. Mi distrae però di più il dopobarba Denim, posato su una tomba di famiglia con fiori finti. Mi chiedo chi, tra i defunti, sia «l’uomo che non deve chiedere mai». Scorro veloce le date di nascita e morte e non può essere che il dottor Franco Gardiol a richiamare questo famoso slogan anni Ottanta a cui va aggiunto, all’inizio, un «per».

Dietro l’angolo, in mezzo a un filare di tombe, riconosco il volto sfuggente dell’Ecce Puer (1906) in bronzo, incastonato nel granito serizzo della tomba di Medardo Rosso (1856-1928). Fuoriclasse espulso da Brera, anticipatore assoluto che fondeva lui stesso le sculture in boulevard des Batignolles in happening prepollockiani con Apollinaire tra il pubblico, il cui apice vertiginoso sono forse le fotogafie lunari – tagliate a mano con delicata noncuranza, annotate, impreziosite con collage – di dettagli ingranditi delle sue stesse sculture magnifiche e imprendibili. Come la sua ultima, modellata in una notte londinese nel gesso, catturando il volto apparso tra le tende, del figlio del collezionista-imprenditore tedesco Emile Mond. Ecco il fanciullo, il monumento di un attimo che accarezzo ora con gli occhi, in controluce. Posto dal figlio Francesco che è sepolto anche lui qui, assieme alla consorte Clotilde come si legge sulla tomba numero centodiciannove mezzocolonizzata da un’edera lussureggiante, tra la quale, si nota un vaso in bronzo senza fiori. Accanto al volto solo edera rinsecchita, dentro un vaso di vetro dentro un altro vaso di vetro vuoto. Sacralità radicale, certo, di mio gusto, però mi pento per un secondo di non aver preso una rosa ma poi, alla fine, sarebbe fuori luogo, dunque meglio così, senza niente.

Nella grazia del brullo risalta forse così di più la purezza del volto di bambino apparso, girato verso la strada, che emerge a stento annientando la materia. Esistente in varie versioni in bronzo, in cera (mozzafiato), in gesso patinato – come la prima versione tra l’altro conservata qui alla Galleria d’Arte Moderna – «ha un impatto mallarmeano che anestetizza» eccetera fino a parlare di «ipnosi» osserva Max Kozloff in un saggio risalente al 1963 a proposito dell’Ecce Puer. Trafitto ai lati dai raggi del sole che va calando, ricatturo a malapena la comparsa del volto quasi Bacon, in un pulviscolo stordente come negli inarrivabili aristotipi sperimentali degli ultimi anni dove Rosso si avvicina a Turner. Tornare qui, per le altre due sue opere di rilievo delle tre esistenti, penso sia inevitabile, prima di crepare.