Che cosa ci ha insegnato Trump

by azione azione
28 Ottobre 2026

Fra pochi giorni, al voto di metà mandato, conosceremo l’entità del danno che secondo la maggior parte degli osservatori colpirà Trump, reo di avere disatteso molte delle promesse strombazzate agli elettori, soprattutto nel campo del potere d’acquisto. Ma, come direbbe Trapattoni, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Visto poi che il gatto in questione è bello grosso e mostra un’innata tendenza a sguainare gli artigli, da qui allo spoglio del voto può ancora succedere di tutto, forse anche dopo.

Al di là del malanimo nei suoi confronti che accomuna gran parte degli europei e degli svizzeri (gran parte ma non tutti, e poi ci torneremo) l’irruzione in modalità schiacciasassi di Donald Trump nelle nostre vite quotidiane qualche merito ce l’ha.

Il primo è di averci costretto a risvegliarci dalle illusioni di cameratismo occidentale in caso di guerra. Se l’Europa si aspetta di essere protetta dall’ombrello militare Usa, o che la Nato venga finanziata in modo massiccio da Washington, si sbaglia di grosso. Putin ci fa paura? Trump gli dà una mano: conclude accordi energetici con Mosca e fa funzionare a intermittenza i servizi satellitari fondamentali alla difesa ucraina. Pace e amen se questo affosserà Kiev e metterà in pericolo i suoi smarriti alleati europei. Ci eravamo illusi che per noi, isola felice e lontana dalle miserie del resto del mondo (poveretti!), la pace fosse un fatto acquisito. L’Uomo col Ciuffo Biondo ci ha dimostrato il contrario. Siamo stati precipitati in un attimo fuori dal club privilegiato degli intoccabili.

Il secondo è che non ci conviene dipendere troppo dagli Stati Uniti neppure in campo economico. L’Europa aveva già scoperto che non era salubre dipendere dal gas russo e da alcune catene di approvvigionamento dominate dalla Cina. Con Trump abbiamo scoperto che anche un partner storico può usare i balzelli doganali, l’accesso al mercato, le tecnologie e gli investimenti per ricattarci. In subordine abbiamo scoperto che non conviene rifornirsi da un solo distributore di energia e che non è un cavillo moralistico chiedersi se quel fornitore sia un paladino del diritto internazionale o un efferato tagliagole.

Vale anche per la Svizzera, che non può pensare di essere la mosca bianca d’Europa, al riparo dalle tempeste internazionali. Anche noi dobbiamo scegliere con chi commerciare, come difendere le nostre infrastrutture critiche e quali relazioni privilegiare. Non basta dichiararsi neutrali per evitare di restare intrappolati nelle rivalità tra grandi potenze.

Che altro ci ha insegnato Trump? Ah sì, che il sovranismo funziona alla grande se si hanno in mano le leve del potere economico e politico mondiale, ma si inceppa subito se si conta come il due di picche nello scacchiere internazionale. Tutti i primanostristi caserecci dovrebbero ammettere di essere vittime del primanostrismo del più forte, secondo il quale fuori dai confini degli States ci sono solo selvaggi, nemici e parassiti. Molti sovranisti continentali hanno guardato con simpatia al principio del «prima noi». Salvo poi scoprire che, applicato dagli Stati Uniti, quel principio significa inevitabilmente «prima gli americani», non «prima gli svizzeri», «prima gli italiani» o «prima i francesi».

Per il presidente statunitense gli alleati minori contano nella misura in cui coincidono con gli interessi strategici americani e vanno ignorati quando si tratta di trovare soluzioni alle crisi che ha contribuito ad alimentare. Per il futuro dell’Ucraina è felice di trattare con Putin, con la Cina o con Carondemonio, ma non con Zelenski, men che meno con noi. Non perché siamo semplicemente irrilevanti, ma perché, parafrasando il premier canadese Mark Carney, se non siamo seduti al tavolo, probabilmente siamo nel menu.