«Invano dunque il sangue scorre»

by azione azione
14 Ottobre 2026

Dal caso di Christa Pike negli Stati Uniti al pensiero del ginevrino Jean-Jacques de Sellon, le ragioni di chi contesta la pena capitale da oltre duecento anni

Una società civile può difendersi dal crimine senza imitare la violenza che condanna. Il concetto ci ispira. Lo ritroviamo negli scritti di Jean-Jacques de Sellon (1782-1839), aristocratico e filantropo ginevrino, tra i principali promotori dell’abolizione della pena di morte in Svizzera e personaggio di primo piano del pacifismo europeo di primo Ottocento (nella foto qui sotto).

 

Ci imbattiamo nella sua figura con la testa piena di interrogativi legati al caso di Christa Pike, la detenuta del Tennessee sopravvissuta a iniezioni di pentobarbital, un barbiturico in teoria letale. Una vicenda terrificante che ha riacceso, non solo negli Stati Uniti, il dibattito sulla pena capitale mentre il presidente Donald Trump ribadiva la sua posizione favorevole, sostenendone l’estensione anche a reati quali il traffico di droga su larga scala o di esseri umani e l’uccisione di agenti di polizia. Intanto, l’8 ottobre, riprendevano in Texas le esecuzioni: Jamaal Howard, 46 anni, è stato giustiziato coi barbiturici nel carcere statale di Huntsville. Ed è stata autorizzata la fucilazione di Nidal Malik Hasan, l’ex maggiore e psichiatra dell’esercito responsabile della strage avvenuta il 5 novembre 2009 nella base militare texana di Fort Hood.

Tra Cina, Iran e Arabia Saudita

Eppure il mondo sembra muoversi in un’altra direzione. Secondo Amnesty International, alla fine del 2024 erano 145 i Paesi che avevano abolito la pena di morte nella legge o nella pratica. A mantenerla sono rimasti 54 Stati, ma solo una parte di essi continua a ricorrervi più o meno regolarmente. Tra questi figurano Cina, Iran, Arabia Saudita, appunto Stati Uniti e (meno) Giappone.

In Svizzera, si sa, il dibattito appartiene al passato. L’ultima esecuzione civile infatti ha luogo nel 1940 a Sarnen, nel Canton Obvaldo, mentre la pena di morte per i reati comuni viene abolita nel 1942, con l’entrata in vigore del Codice penale federale (leggi scheda). Ma da tempo, come detto, c’è chi ne contesta la legittimità. Se Cesare Beccaria fornisce le basi teoriche dell’abolizionismo, de Sellon ne diventa uno dei principali interpreti elvetici, portando il dibattito dalle pagine dei filosofi all’arena politica, in un contesto in cui i Cantoni conservano un ampio margine di autonomia.

Leggendo il pamphlet Un mot sur la proposition de M. J.-J. de Sellon, pour la suppression de la peine de mort (1826), scopriamo che l’autore chiede a più riprese alle autorità ginevrine di abolire la pena di morte dal nuovo Codice penale cantonale. Al suo posto propone una pena detentiva da scontare in un istituto di correzione, dove il condannato avrebbe lavorato per rendersi in un qualche modo utile alla società. «Le leggi – scrive – essendo il fedele specchio dei costumi di un Paese, devono accompagnarne l’evoluzione e il progresso».

Curiosità morbosa

De Sellon è animato da valori cristiani: è protestante e attribuisce grande importanza alla sacralità della vita umana. Ma è anche figlio dell’Illuminismo e delle idee riformatrici del suo tempo, convinto che la pena debba correggere e rieducare il colpevole, non eliminarlo. Nell’opuscolo citato passa in rassegna una dopo l’altra – per confutarle – le principali obiezioni all’abolizione della pena capitale. A partire dal pericolo che la società correrebbe lasciando in vita un assassino. «L’ergastolo e la vigilanza sulle misure di sicurezza della prigione di Ginevra contro le fughe dei detenuti non bastano forse a dissipare queste paure eccessive?». Per quel che riguarda il costo del mantenimento del condannato: «Non faccio l’offesa ai miei concittadini di supporre che possano esitare tra questo inconveniente e il vantaggio di conservare la vita a un loro simile».

Passiamo all’idea «che tutti gli assassini verrebbero a commettere i loro crimini a Ginevra, poiché la legislazione vi sarebbe più mite. Si considera forse l’uomo una creatura tanto mostruosa da credere che scelga sempre a sangue freddo il luogo del suo delitto e che sia attratto dall’idea di andare a godere, in fondo a una cella, del frutto delle proprie colpe? Sono le passioni sfrenate a condurre al crimine; non è con il Codice penale in mano che si ruba o si assassina».

De Sellon afferma che la pena di morte è inutile: «Si può misurare l’inefficacia della pena capitale dal gran numero di omicidi che viene commesso in Europa, nei Paesi dove essa è in vigore. Invano dunque il sangue scorre». Inoltre la considera moralmente dannosa e incompatibile con i principi cristiani: annienta la vita e priva il colpevole della possibilità di redimersi. Per il pensatore ginevrino, non ha altri effetti che «suscitare una curiosità barbara» e abituare «i giovani alla vista del sangue». Una altra ragione per opporsi alla pena capitale è «la moltitudine di condanne a morte pronunciate per ragioni politiche e religiose, che non avrebbe mai avuto luogo se i giudici avessero avuto la fortuna di essere privati di questo strumento, il quale così spesso si ritorce contro coloro che credono di servirsene con giustizia, ma che finiscono per lasciarsi trascinare dalle passioni del momento». De Sellon fa notare anche che la giustizia umana non è infallibile. False testimonianze ed errori giudiziari possono condurre alla condanna di innocenti, come dimostrano i casi francesi di Calas, Sirven e Lesurques. A differenza del carcere, «una condanna a morte non lascia spazio alla riparazione dell’errore».

La Società della pace

Il pensatore ginevrino ha tre modelli storici di riferimento in testa: Elisabetta di Russia (1741-1762) che sospende di fatto l’applicazione della pena capitale nel corso del suo regno, sostituendola spesso con l’esilio in Siberia. Per de Sellon è la prova che uno Stato può rinunciare alle esecuzioni senza scivolare nell’anarchia. Leopoldo di Toscana (1786), il quale abolisce formalmente la pena capitale attraverso il Codice leopoldino del 30 novembre 1786, un provvedimento senza precedenti nell’Europa del tempo. Infine cita la Louisiana e il giurista Edward Livingston (1820), autore di importanti progetti di riforma penale abolizionisti. Per il filantropo è un esempio significativo: come Ginevra, la Louisiana appartiene a una federazione, eppure ha osato adottare una legislazione più umana senza per questo attirare più criminali.

Contrario alla pena di morte, de Sellon era contrario anche alla guerra (nel 1830 crea una delle prime organizzazioni pacifiste moderne, la Société de la paix). Il patibolo e il campo di battaglia erano, infatti, ai suoi occhi, due espressioni dello stesso problema: il diritto che gli Stati si attribuivano di togliere la vita in nome della «giustizia», della politica o della ragion di Stato. In un momento in cui le guerre imperversano e il rispetto per gli altri no, è bene ricordarlo.