Donne, scienza e discriminazioni 

by azione azione
14 Ottobre 2026

Nel suo «manuale di resistenza» intitolato "Non mollate", la virologa Ilaria Capua spiega come sopravvivere al maschilismo nel mondo della ricerca scientifica. Con indicazioni utili a tutti

«Ho appena compiuto sessant’anni, un’età importante, un giro di boa “constrictor”. Ho deciso che era il momento giusto per restituire la mia esperienza alle persone più giovani». Ilaria Capua, scienziata di fama internazionale con una brillante carriera alle spalle (ha lavorato in centri di ricerca europei e negli Stati Uniti) racconta ad «Azione», non senza una certa ironia, come è nata l’idea del suo ultimo libro Non mollate. Manuale di resistenza per l’affermazione del talento femminile (Rizzoli). Il titolo è insieme un monito e un incoraggiamento a non arrendersi di fronte alle (molte) difficoltà che si possono incontrare sul lavoro e a pretendere il giusto riconoscimento. La professoressa Ilaria Capua ci tiene a essere chiamata al femminile, perché, chiarisce, è importante usare la giusta declinazione per le professioni dato che «il cambiamento passa anche dal linguaggio».

Le ricercatrici sono da sempre, a livello internazionale, il 50% del totale, con punte del 70%, eppure i docenti sono ancora in maggioranza uomini

Il suo libro si apre con un aneddoto memorabile, che Capua descrive anche al telefono, nel corso dell’intervista, mentre la sua voce passa dall’ironia al sarcasmo: «l’operazione crostata». L’episodio si riferisce a un incontro avvenuto nello studio del «magnifico» rettore di un’università italiana, dove Capua si è trovata dopo aver ricevuto un premio alla carriera. Davanti ad altri colleghi, Capua fa notare al capo dell’ateneo la scarsa presenza delle donne nelle università (nei ruoli di insegnamento e comando), nonostante le studentesse siano tante quanto i maschi. La conversazione sul gender gap nell’accademia è una continuazione del discorso di Capua per l’accettazione del premio, durante il quale la scienziata ha sottolineato che nessuno può fare ricerca da solo, e che quel riconoscimento non omaggiava soltanto il suo lavoro, ma anche quello delle innumerevoli scienziate con cui ha collaborato. Il rettore, dopo avere esclamato che «le donne hanno due lavori, quello principale è cucinare», alla fine del dialogo, chiosa che in quell’ateneo «le professoresse e le future professoresse» hanno il compito di portargli la crostata, che deve pure piacergli, esplodendo in una risata finale di autocompiacimento.

Viene quasi da ridere, di fronte al comportamento surreale del rettore, ma subentra subito un profondo imbarazzo, misto a una rabbia crescente. Capua, nel susseguirsi delle pagine, procede in una disanima della situazione nel mondo della ricerca scientifica, raccontando violenze psicologiche, molestie sessuali, discriminazioni per maternità, sessismo e precarietà subite da lei e da studiose che ha conosciuto di persona nel corso della sua carriera.

Le ricercatrici sono da sempre, a livello internazionale, il 50% del totale, con punte del 70%, eppure i docenti sono ancora in maggioranza uomini. «In sociologia questo fenomeno viene definito leaky pipeline, il “tubo che perde”» spiega Capua. «Dal percorso che inizia col dottorato e finisce con la nomina di docente, la presenza delle donne si riduce a causa dei contratti precari, dei doppi standard e dei pregiudizi. E quando le scienziate riescono a superare gli ostacoli di percorso, alla fine si imbattono nel soffitto di cristallo, quella barriera invisibile che impedisce loro di decollare».

Tra le protagoniste del libro, descritte con pseudonimi per non renderle riconoscibili (anche diversi dettagli sono stati modificati), Valentina, direttrice di dipartimento e statistica di fama, che durante una riunione in università si sente rivolgere un apprezzamento pesante sul suo seno da un ex preside di facoltà. Quando Valentina risponde che non gli dà una gomitata in bocca solo perché è educata, l’uomo borbotta che si trattava di «un complimento», aggiungendo la solita frase passivo-aggressiva: «non si può più scherzare». Secondo Capua, commenti del genere sono «come una campana stonata», persone che pensano di essere spiritose ma riducono la professionalità di una donna a un dettaglio fisico. Capua cita Donald Trump che a Sharm el-Sheikh ha definito Giorgia Meloni «una bella donna», commentando con una provocazione: «Ursula von der Leyen potrebbe mai chiedere a Pedro Sánchez: “Scusa, ti spiace se ti chiamo carino?”».

Altre le «vittime» del maschilismo e del sessismo, come Irene, studentessa di Medicina, che all’esame di Microbiologia si sente dire che le donne, «cariche di micoplasmi», inquinano i laboratori e che viene bocciata. Michela, ingegnera dei materiali laureata con lode, finisce undicesima a un concorso pubblico perché rifiuta le avances sessuali del capo della struttura. Giulia baciata a forza in ascensore dal suo professore che per settimane le fa scivolare cioccolatini nelle tasche del camice. E ancora, Chiara, professoressa associata che ha ridotto la durata del congedo di maternità per gestire i suoi progetti europei e viene insultata pesantemente da un collega sessantenne: «Nasce tuo figlio e tu non vuoi neanche prenderti un anno? Che razza di donna è una che non sta a casa con il suo bambino? Madre di merda».

Prendendo in prestito una definizione dello scrittore Francesco Piccolo, Capua chiama i protagonisti di questi comportamenti discriminatori e violenti «trogloditi»: uomini colpiti da un maschilismo primordiale, talmente assuefatti ai propri privilegi da considerare naturali le battute discriminatorie e i ricatti. Gli episodi raccontati da Capua non hanno soltanto l’obiettivo di rivelare un sistema sottaciuto, ma intendono fornire gli elementi che svelano i meccanismi per «conoscere il nemico», perché «la condivisione delle informazioni aiuta tutti a crescere e a migliorarsi».

Per sopravvivere al percorso accidentato senza arrendersi, Ilaria Capua formula il concetto di «resistosfera», una cassetta degli attrezzi etica composta da otto virtù: perseveranza; determinazione; intraprendenza; resilienza; curiosità; discernimento; autostima; tolleranza. Quest’ultima non significa accettare passivamente, ma farsi scivolare volontariamente via la violenza verbale per concentrarsi sui propri obiettivi. Non si tratta di rassegnarsi, ma di proteggere il proprio talento. E se ogni tentativo di dialogo dovesse fallire di fronte all’ennesimo «troglodita», Ilaria Capua regala il consiglio finale più catartico: «potete sempre tirargli in faccia la crostata con tutto lo stampo: a volte anche questa può essere una soluzione».