Dentro la Guerra unica

by azione azione
14 Ottobre 2026

Dal Medio Oriente ai Mari Cinesi, i conflitti agiscono come vasi comunicanti e mettono alla provala fiducia degli alleati negli Stati Uniti

La geopolitica non conosce leggi perché non è una scienza. Però qualche volta vi si avvicina. È il caso dei vasi comunicanti. In questa fase segnata dalla moltiplicazione dei conflitti (circa 130 secondo la Croce Rossa Internazionale) questi tendono a convergere e a collegarsi in un’unica equazione che comprende anche le aree di tensione, non ancora belliche ma regolate dalla logica pre-bellica. L’esempio massimo deriva dal rapporto fra gli Stati Uniti in fase di ripiegamento sull’Emisfero Occidentale e i loro storici alleati e partner nell’Emisfero Orientale. Su tutti, Giappone, Corea del Sud e Filippine, dove Washington ha concentrato la sua presenza strategica, determinata dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale. Al centro di tutto Taiwan, l’isola in bilico fra indipendenza di fatto non proclamata ma garantita dagli Usa e annessione alla Cina.

Oggi i taiwanesi sono di pessimo umore. La maggior parte di loro contava sulla protezione americana come risorsa di ultima istanza in caso di aggressione cinese. Biden aveva ripetuto che gli Stati Uniti avrebbero difeso l’isola contesa contro qualsiasi aggressore, ovvero la Cina. Con ciò contravvenendo alla regola della diplomazia statunitense, che conveniva di mantenere un profilo ambiguo, concordato con Pechino, sulla questione di Taiwan. Senza mai impegnarsi sulla difesa di Taipei dall’eventuale attacco cinese. Ma dando quasi per scontato che non avrebbe permesso alla Cina rossa di impadronirsi impunemente di quella chiave strategica dei Mari Cinesi. Il controllo di Pechino sull’isola e sui suoi arcipelaghi e isolotti vari, a ridosso della Cina comunista, era considerato anatema.

Trump parla poco di Taiwan

Con Trump le cose sono cambiate. Questa amministrazione sta assumendo un profilo pilatesco su Taiwan che molto inquieta i locali. Prima di tutto non ne parla quasi mai. Poi vi accenna senza esporsi. Soprattutto non parla di guerra. Il motivo è molto semplice: per Trump è tempo di abbandonare ogni tentativo di liquidare la Cina e di prendere invece atto che le due principali potenze del pianeta devono coesistere. Competere sì, anche brutalmente e sotto il tavolo, ma non sparandosi addosso. In ciò concorda con Xi: non ha senso scatenare la Terza guerra mondiale dalla quale entrambi sarebbero riportati più o meno all’età della pietra. E con essi il resto del pianeta.

Qui entrano in scena i vasi comunicanti. Colpa della guerra all’Iran, il più spettacolare errore strategico mai commesso dagli Stati Uniti. La decisione iraniana di rispondere all’aggressione israelo-americana colpendo anche le basi americane nei paesi della Penisola arabica – Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti in particolare – ha sorpreso Washington. Trump ha deciso di riproteggere (evacuare) i suoi soldati schierati nelle basi arabe, mentre i missili persiani cadevano su Riyad, Abu Dhabi, Doha e sulle infrastrutture strategiche ed energetiche della regione.

Giapponesi, sudcoreani e filippini ne hanno dedotto che in caso di guerra con la Cina per il controllo dei Mari Cinesi l’appoggio americano non sarebbe automatico. Probabilmente Washington tratterebbe alle loro spalle un accordo con Pechino. Questo d’altronde vale per tutti i Paesi che hanno finora ospitato basi Usa nella convinzione che fossero assicurazione sulla vita. In Europa, per esempio, niente meno che Germania e Italia. Se invece che un ombrello le installazioni militari statunitensi all’estero si rivelassero – o fossero percepite – bersaglio, il quadro strategico planetario ne sarebbe sconvolto.

Potenza nucleare

La conseguenza prima di questa percezione, di cui si intravvedono i primi segnali, è la ricerca di strumenti e tattiche nazionali per combattere una possibile aggressione cinese. Il pensiero corre alla bomba atomica. Il Giappone è di fatto considerato una potenza nucleare virtuale, avendo tecnologia, uranio e tecnici in grado di produrla nel giro di un paio di mesi. La Corea del Sud non è lontana dall’avvicinare l’obiettivo. Inoltre, l’intesa fra Russia e Corea del Nord sullo scambio fra tecnologie e armi moscovite e «carne da cannone» mandata da Pyonyang al macello in Ucraina inquieta tutta la regione. Oggi Kim Jong-un dispone di una cinquantina di ordigni nucleari e di missili russi capaci di bucare le difese giapponesi e di tutti i vicini della Cina. Di tanto in tanto si diletta a lanciare un missile a poche miglia dal Giappone, a titolo di avvertimento. Morale: impariamo a guardare alle guerre in corso non solo attraverso quanto accade al fronte, ma anche ai rimbalzi visibili o immaginabili altrove. Queste 130 guerre, insomma, sono la Guerra Unica, come «Limes» documenta nel suo nuovo volume.