Sono al bar, al solito tavolino. Ho ordinato un pezzo di focaccia e una spremuta d’arancia. Leggo Il kit della morte di Susan Sontag, in un’edizione Einaudi del settantatré. Ma questo non ha importanza.
Entrano due giovanotti. T-shirt bianche, jeans, capelli cortissimi. Sul momento li prendo per gemelli. Probabilmente non lo sono.
Si siedono. Ordinano due cappuccini.
«Allora, lo faresti?», dice giovanotto A, come continuando una discussione già iniziata.
«Lo farò», dice giovanotto B.
«E se non lo facessi?», dice A.
«Eh. Sarebbe comodo non farlo, ma come faccio?», dice B.
«Se fossi in te non lo farei», dice A.
«Chiunque non lo farebbe, lo so», dice B. «Ma io non sono quel tipo. Io lo faccio».
«Ma che ci guadagni a farlo?», dice A.
«Non faccio quello che faccio solo per il vantaggio», dice B.
«Se tu davvero volessi farlo, lo avresti già fatto», dice A.
«Se non volessi farlo non ti direi che lo farò», dice B.
«Però non l’hai ancora fatto», dice A.
«Le cose si fanno quando è il momento di farle», dice B.
«Mi sa che il momento di fare questa è passato da un pezzo», dice A.
«Dapprima non volevo farlo», dice B, «poi ho pensato che se l’avessi fatto avrei fatto meglio, ora mi sono convinto che farlo è la cosa migliore da fare».
Arrivano i cappuccini. A e B sorseggiano.
«Ora dici che vuoi farlo», dice A, «e domani dirai: “Ah, se non lo avessi fatto!…”».
«Oppure potrei non farlo», dice B, «e domani ritrovarmi a dire: “Ah, se lo avessi fatto!…”».
B si alza e viene da me. Sta in piedi. Incombe su di me.
«Prego?», dico.
«Lei legge libri?», dice B.
«Come vede», dico.
«Legge libri abitualmente?», dice B.
«Sì», dico.
«Ma che libri legge?», dice B. «Manuali di pesca, trattati di diritto civile, compendi di filosofia?».
«Leggo romanzi», dico. «Molti romanzi».
«Dunque lei conosce i segreti del cuore umano», dice B.
«Non più di chiunque altro», dico.
«I romanzi parlano dei segreti del cuore umano», dice B.
«Ma sono storie inventate», dico.
«Ma tutti i romanzi, anche quelli fantastici, parlano, magari allegoricamente, del cuore umano», dice B.
«Se vuole che sia così», dico, «sarà così».
«Hai capito?», dice A dal tavolino.
B si volta.
«Il signore ha detto: “Se vuole che sia così, sarà così”», dice A.
«Parlavo dei romanzi», dico.
«Se voglio che sia così, sarà così», dice B, lentamente.
«Sì», dice A.
«Non “Se volessi che fosse così, sarebbe così”», dice B. «Ma proprio: “Se voglio che sia così, sarà così”».
«Signori», dico. «Inevitabilmente, poiché siamo seduti vicini, ho sentito qualcosa della vostra conversazione. Ma non ho capito – vi giuro – di che cosa steste parlando. Non vorrei che una mia frase, detta a proposito d’altro, venisse interpretata come un suggerimento riferito alla vostra situazione, della quale non so niente».
«Lei è avvocato?», dice A.
«No», dico.
«Però è bravo a prendere le distanze dalle proprie responsabilità », dice A.
«Non prendo le distanze», dico. «Delimito».
«Mette dei paletti», dice B a A.
«Non usare questi orribili cliché», dice A a B.
«Anche “prendere le distanze” è un cliché», dice B a A.
«Ma non è orribile», dice A a B.
«Insomma, signori», dico. «Se volete che io vi dica che cosa penso della questione, potreste almeno espormela».
«Glielo dico?», dice B.
«Diglielo», dice A.
«La mia ragazza è incinta», dice B.
«Felicitazioni», dico.
«Non di me», dice B.
«Qual è il problema?», dico.
«Che io la amo», dice B.
«E allora non è un problema», dico.
«Il padre se l’è data a gambe», dice B.
«Molto tipico», dico.
«Lei dice che è stata una cazzata», dice B.
«Forse», dico. «Ma un figlio non lo è».
«Quindi lei lo farebbe», dice B.
«Che cosa?», dico.
«Di dirle che la amo e che un bimbo è la cosa più bella del mondo».
«Lo farei», dico.
«Visto?», dice A.
«Taci», dice B. «Tu sostenevi il contrario».
«Solo per metterti alla prova», dice A.