Molti di coloro che hanno superato da tempo i vent’anni ricordano la trama di Terminator (1984), uno dei film più iconici degli eighties, in cui s’immaginava un futuro governato da avanzatissimi computer – i quali, inevitabilmente destinati a sviluppare una coscienza di sé, avrebbero finito per ribellarsi contro la razza umana, scatenando così una vera e propria guerra nucleare.
Ebbene, negli ultimi mesi questa storyline è tornata alla memoria di molti a causa delle controversie etiche che oggi circondano la cosiddetta IA, o intelligenza artificiale; innumerevoli filosofi e teologi si stanno infatti chiedendo se sia possibile che questa tecnologia divenga autocosciente, e quindi implicitamente pericolosa per l’uomo – tanto che anche la recente enciclica di Papa Leone ha toccato quest’argomento.
Eppure, al riguardo vi sono anche ipotesi diverse: tra tutte, quella espressa in una recente serie di romanzi per ragazzi che nel 2021 è stato votata dal settimanale «Time» come «Best Young Adult Book of All Time», riscuotendo grande successo nel mondo di lingua inglese. La trilogia Scythe, firmata da Neal Shusterman, descrive infatti un mondo in cui la «presa di coscienza» da parte dell’Intelligenza artificiale ha sortito l’effetto opposto rispetto a quello descritto in passato – conducendo alla risoluzione di tutti i problemi che affliggono l’umanità , e portando alla creazione di una vera e propria utopia, concretizzatasi nel momento stesso in cui il genere umano ha delegato ai cervelli elettronici la responsabilità del governo del pianeta.
In tal modo, le risorse alimentari ed energetiche sono state ottimizzate, e le tensioni e violenze tra paesi annullate; sconfiggendo perfino le malattie e arrivando a rendere la morte stessa reversibile tramite avanzatissime procedure mediche — facendo così degli esseri umani una razza d’immortali.
Tuttavia, tale incredibile risultato si rivela presto essere, in realtà , una maledizione: dato che nessuno può morire (nemmeno chi lo desidererebbe), ecco che d’un tratto la vita non rappresenta più un dono, quanto piuttosto un compito destinato a protrarsi in eterno, forse anche per secoli, senza alcuna possibilità di scelta da parte dell’individuo; il che finisce per rendere le esperienze umane via via meno coinvolgenti e importanti.
In sostanza, è come se la natura ormai «infinita» dell’essenza vitale finisse per ridimensionare, sminuire e, infine, rendere pressoché insignificante qualsiasi emozione o sensazione: e se l’amore, in tutte le sue forme, rimane l’unica cosa di qualche valore, ecco che anch’esso perde rapidamente di significato una volta confrontato con l’assenza di mortalità e di qualsiasi sfida o difficoltà .
Il che ci porta a considerare quale sia il vero, grande limite dell’Intelligenza artificiale, come di tutte le strategie generate da database digitali. Infatti, sebbene l’IA sia stata istruita dai programmatori per attagliarsi il più possibile al comportamento e pensiero umano, immergendosi nella mentalità dei suoi creatori e addirittura imparando e via via migliorandosi in base alle direttive che le vengono fornite, non potrà mai davvero «afferrare» quello che è il senso più recondito del vissuto terreno: ovvero, il contatto quotidiano con l’idea di mortalità – forse la caratteristica più evidente tra quelle che ci rendono umani.
Del resto, si può dire che siano proprio la brevità e l’impermanenza del nostro stato di esistenza biologico a infondere di significato e desiderio i nostri giorni e le nostre esperienze quotidiane, dalle più insignificanti alle più cruciali. Ma poiché un software o una banca dati non possono «vivere», e, di conseguenza, neppure morire, la loro capacità di empatia o solidarietà – d’immedesimazione con il genere umano – non può che essere simulata, e come tale non potrà mai sostituirsi a quella di un vero essere senziente.
Forse, se solo riuscissimo a scendere a patti con questa innegabile realtà , potremmo infine ridimensionare le nostre aspettative nei riguardi dell’IA – e smettere di sperare che essa compia ciò che perfino noi stessi, immersi nel cinismo ed egoismo che contraddistinguono l’epoca attuale, sembriamo ormai incapaci di fare gli uni per gli altri.