Giulia Alberti è l’unica atleta del Cantone a gareggiare tra le élite del gravel, disciplina che combina asfalto e sterrato
È dalle pianure del Midwest rurale, e in particolare degli Stati come Indiana, Kansas e Michigan, che una quindicina d’anni fa tutto ebbe inizio. Lì, più che per sport, spostarsi su strade sterrate lunghe decine e decine di chilometri, lontano dal traffico motorizzato, era un’esigenza. Poi, però, da cosa nasce cosa, ed ecco dunque fare la sua comparsa la nuova disciplina sportiva a tutti gli effetti, il gravel, appunto. «Che nel nome non tradisce le sue origini, visto che, alla lettera, gravel sta appunto per ghiaia, o sterrato», racconta Giulia Alberti, che nel 2026 è l’unica ticinese che compete a livello élite nel gravel. A livello amatoriale qualche appassionato c’è, e partecipa a singole gare nelle categorie Open, ma ai massimi livelli competitivi in Ticino lei è la sola.
Anagraficamente, il gravel è l’ultimo nato in seno al mondo del pedale. Ben dopo il ciclismo su strada, sorta di capostipite delle discipline ciclistiche, e diversi anni dopo la mountain bike. Ma a dispetto della giovane età, in pochissimi anni ha guadagnato parecchia popolarità. «È vero che questo è uno sport che vive nell’ombra dei riflettori mediatici, ma la sua rapida crescita è sicuramente un dato incoraggiante. Certo, di pedalate ne deve ancora fare per tenere il passo dei suoi “parenti maggiori” (almeno in termini numerici), ma già ora le cifre di chi lo pratica stanno a indicare che il gravel non ha impiegato molto a innestare una marcia superiore».
Ciononostante, Giulia Alberti, ora, come detto, è una solista in Ticino: «Sarebbe bello se potessi allenarmi sulle nostre strade con altri “colleghi”, ma anche così mi va bene. L’unico grosso handicap, se vogliamo, è che qui non ho altri atleti con cui confrontarmi: il gravel per il Cantone è ancora in parte una scoperta, e trovare in zona consigli, riferimenti e persone con un’esperienza specifica in questa disciplina non è semplice. Sono aspetti che si compensano con tanto allenamento e una buona esperienza, e alle spalle ho comunque una struttura: Tom Alemanno mi segue come manager, con Unforgettable Studio nel ruolo di team privateer, e sulla bici e sul lato tecnico ho il supporto di Lukas Flückiger, ex professionista della mountain bike e responsabile del pro team BIXS MTB e gravel. Oltre San Gottardo sono in diversi a praticarlo, anche a un certo livello, tanto da aver staccato un contratto con una squadra che partecipa anche al World Tour del ciclismo su strada. In diversi, poi, scelgono di praticare il gravel in parallelo a un’altra forma del ciclismo».
Facendo una pedalata a ritroso lungo il percorso che ha portato Giulia Alberti al gravel scopriamo che ha iniziato la sua carriera «in sella a una mountain bike, nel cross country. Poi, però, complice un infortunio, ho dovuto rivedere i miei piani, avvicinandomi alle corse sulle lunghe distanze, faticose sì, ma meno esigenti dal punto di vista tecnico. Questo mi ha portato a pedalare con una squadra italiana che disputava le prove di marathon, ossia mountain bike sulle lunghe distanze. Poi, un paio di anni fa, il gruppo ha deciso di portare avanti in parallelo un progetto dedicato al gravel: la cosa mi affascinava, ragion per cui ho deciso di aderirvi. È così che ho scoperto questo sport, che si pratica con bici che sono un mix fra strada e mountain bike: il telaio è simile a quello di una bici da corsa, con qualche accorgimento pensato per assorbire meglio gli urti sullo sterrato; le ruote sono più strette di quelle di una MTB, ma i copertoni hanno tasselli simili, che cambiano a seconda del percorso (a volte sono così scorrevoli da avvicinarsi a una gomma da strada). Anche il manubrio è quello da strada, mentre i rapporti sono più vicini alla MTB, pur essendo generalmente un po’ più duri. In definitiva, è davvero una combinazione dei due mondi».
Non siamo tuttavia certi che un giorno non avverà un ritorno sui suoi passi per inforcare nuovamente la mountain bike e lanciarsi sui sentieri a livello competitivo:«La mountain bike non è affatto esclusa dai miei progetti: mi piace molto come disciplina, la considero un ottimo allenamento per migliorare la tecnica e mi piacerebbe riprenderla in futuro, in particolare sulle lunghe distanze. Quest’anno avrei dovuto partecipare ad alcune gare, ma per qualche imprevisto ho dovuto rinunciare. Credo che le due discipline possano completarsi e valorizzarsi a vicenda. Detto questo, nel gravel ho trovato lo sport che più mi si addice, anche perché, sebbene in altra forma, l’adrenalina che provo quando lo pratico è altrettanto appagante. Se prima erano le imperfezioni dei sentieri, le radici o qualche sasso a scuotermi e ad acuire i miei sensi, ora queste sensazioni le ritrovo lungo una strada sterrata, a volte ricoperta di ghiaia o sassi, resa insidiosa dalle condizioni meteorologiche o dal polverone sollevato dal resto del plotone. Perché pedalare in gruppo in queste condizioni non è assolutamente facile. Ma è molto emozionante. E in più sono ambasciatrice per Bellinzona e Valli e per Blenio: un ruolo che apprezzo particolarmente, perché mi permette di contribuire alla crescita e alla promozione di uno sport che nel nostro Cantone ha ancora tanto potenziale».
Meglio, insomma, tenerselo dietro alle spalle, il gruppo. E Giulia Alberti in questo genere di esercizio ha dimostrato di saperci fare assai, visto che nella prima parte della sua prima stagione nella categoria élite si è già tolta diverse soddisfazioni. Archiviata una gara d’apertura segnata da problemi gastrointestinali, la 22enne (classe 2003) di Taverne ha poi centrato il successo in Andalusia, nel Desert Gravel, tappa della Gravel Earth Series. Il bis lo ha concesso a inizio giugno, sempre in Spagna, nel Ranxo Gravel.
Insomma, i numeri ci sono: «Beh, mi piacerebbe poter un giorno approdare al mondo del professionismo tout court, ma questo è un discorso che riguarda giocoforza il futuro a medio termine: per ora devo spartire le ore in sella, per allenamenti e gare, con il lavoro. In questo senso sono però fortunata, perché lavoro part-time e ho uno staff che capisce e sostiene il mio impegno. E poi qui si respira davvero tanta passione per il mondo delle due ruote: trovo importante che vengano compresi anche gli sforzi, la dedizione e l’impegno che questo sport richiede».
Generalmente, a fare da sfondo alle competizioni di gravel, sono appunto strade sterrate o ghiaiose, su una distanza di almeno 100 km, che possono diventare anche 300 km per quelle più lunghe, con una media che si aggira tra i 100 e i 150 km: «Percorrerli su strade così è tutt’altro che una passeggiata. Nel gravel non esiste l’assistenza durante la gara, per cui quando si verifica un incidente di percorso, o riesci a rimediarvi con le tue risorse o devi gettare la spugna. Per le forature, ad esempio, abbiamo con noi lo stretto necessario per riparare la ruota o inserire una nuova camera d’aria, ma niente di eccessivo per non zavorrarci troppo».
Anche solo a livello «para-amatoriale» gli sforzi da investire non sono comunque pochi: «Mediamente, quando non gareggio, trascorro una ventina di ore in sella per allenarmi. Ed è già un buon numero, considerato appunto che non ho (ancora) lo statuto di professionista ma devo dividere le sessioni con i miei impegni lavorativi. Ho però la fortuna di avere datori di lavoro molto flessibili».
A suo vantaggio c’è tuttavia una pre-formazione sportiva che porta i suoi vantaggi: «Per fare bene in questo sport sicuramente occorre avere una buona base di resistenza e, dunque, chi arriva dalle gare sulle lunghe distanze, parte avvantaggiato. La tecnica, però, ha anche lei il suo peso, specie fra le donne. Per questo il mio passato nella mountain bike da un lato mi penalizza, ma dall’altro mi dà un bel colpo di mano per cercare di emergere dalla concorrenza».
