Sbucando in viale Bligny, una fine pomeriggio di uno dei primi giorni di autunno, sono investito dai ricordi. Vent’anni anni fa abitavo al quarantadue di viale Bligny, in una vecchia casa di ringhiera con cortile interno che chiamavano – mi disse una volta il poeta Stefano Raimondi – la Mericùn, l’Americona. Credo per analogia con i translantici carichi di miserabili in cerca di fortuna in America. Covo di Vallanzasca, detto Il bel René, e altri personaggi di quella mala molto romantica, rifugio nei sottotetti di alcuni quaedisti legati all’attentato delle torri gemelle, sede della rinomata galleria d’arte Emi Fontana, ai miei tempi vivevano trans e spacciatori tenuti a bacchetta dalla portinaia uscita da un libro di Céline. Tutto un mondo sparito, accanto la Bocconi, che sarebbe da raccontare meglio però oggi dobbiamo andare a caccia di due villette neotudor non lontanissime.
Con il cielo azzurrissimo per una volta tanto (che mi fa sempre venire in mente un frammento troncato dei Promessi Sposi (1827) di Alessandro Manzoni: «quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello»), raggiungo in una decina di minuti, via Castelbarco. M’infilo in via Tantardini e già alcune case eclettiche stordiscono, portandoti con la mente in altri luoghi. Dietro l’angolo, all’imbocco di via Ottolini, ecco che fa capolino un pezzetto di casa con il graticcio, tipico dello stile Tudor – continuazione tardogotico-medievale corrispondente al periodo della dinastia inglese dei Tudor (1485-1603) – assurdo a Milano. Catturo anche il camino vistoso, rettangolare, in mattoni, altra caratteristica di questo stile che in Inghilterra, a cavallo tra Ottocento e Novecento, ha avuto un revival. E rivive negli anni venti-trenta, a sorpresa, anche al numero due di via Ottolini, angolo via Giambologna, dove sulle mura bianche, tra il graticcio, trovo anche un innesto di bifore nere fumo come se staccate da una chiesa in rovina. Diverse finestre sono aperte, mi avvicino e guardo i nomi sui campanelli, tre nomi diversi, la casa è grande. Accanto c’è l’altra villetta, sempre a graticcio ma giallo zuppa inglese. Entrambe, alcuni le attribuiscono all’architetto Alberto Franceschini di cui esistono poche notizie e da non confondere con l’omonimo terrorista tra i fondatori delle Brigate Rosse.
Indagando, spunta anche come possibilità , il nome di Spirito Maria Chiappetta (1868-1948), sacerdote e ingegnere appassionato di gotico inglese. Autore dell’Istituto Vittorio Colonna, una scuola privata con merlature e finestre ad arco tipo Oxford che stupisce i passanti in via Conservatorio: vista per caso, l’inverno scorso andando a vedere nella stessa via, dentro Santa Maria della Passione, Il digiuno di San Carlo (1628) di Daniele Crespi. Una storiella gira a proposito di Spirito Maria Chiappetta che di notte spostava i mobili. Il cardinale Tardini viveva di sotto e un giorno, stufo, disse a una suora: «Vai a dirgli che se non la smette, lo piglio a calci nel cognome!».
Mistero anche sui committenti di queste due villette neotudor che studio ora camminando nella luce speciale dei pomeriggi di fine settembre che stanno per svanire per essere sera. Si racconta di una coppia di commercianti tedeschi di pianoforti fan di racconti di fantasmi e fiabe inglesi, di un avvocato luganese la cui moglie londinese aveva nostalgia di casa. Altri sostengono che la casa grande era di un famoso traduttore pugliese di Shakespeare e la più piccola della sua amante, una ballerina della Scala. Girava poi voce che a un certo punto, una delle due case, era diventata un bordello di lusso. Non saprei dire quale, così a pelle direi questa, la più piccola e celata, dove il numero cinque è girato in orizzontale. Una Trachycarpus fortunei, la palma giapponese invasiva conosciuta anche come palma ticinese, con il suo tocco tropicale, contrasta con la percezione nordica emanata dalla villetta neotudor giallo zuppa inglese. La scorta di legna, sul retro che mostra l’ampio percorso di un magnifico camino dove davanti si potrebbe passare interi inverni a leggere, in questa metropoli, è straniante.
Alle sei meno un quarto, orario in cui mi sto innamorando di Milano dopo averla anche detestata ai tempi in cui ci vivevo, alla fermata del tram numero quindici, uno si esercita con una cantata di Bach. Nel parco della Resistenza in faccia, giocano a basket sotto i bagolari.