Non solo il padre di Pinocchio

by azione azione
4 Novembre 2026

Si celebra il bicentenario della nascita di Carlo Lorenzini detto Collodi (1826-2026)

Via Taddea, a Firenze, è una strada del centro storico, nel quartiere di S. Lorenzo, a pochi passi dal Mercato Centrale. Qui regnano tranquillità e un’impronta popolare, quasi povera, di grande semplicità. Al numero 21, in una modesta casa di proprietà dei marchesi Ginori Lisci, il 24 novembre 1826 nasce Carlo Lorenzini, come ricorda una lapide. I suoi genitori sono al servizio del marchese, il padre Domenico come cuoco, la madre Angiolina come sarta di fiducia e cameriera, nonostante abbia il diploma di maestra elementare. La coppia avrà dieci figli, ma solo cinque raggiungeranno l’età adulta. Carlo è legatissimo alla madre, tanto da scegliere come pseudonimo letterario – e ben prima di scrivere Pinocchio – proprio «Collodi», il nome del borgo natìo di Angiolina, dove lui stesso da bambino trascorre le vacanze. E dove ancora oggi tutto parla del personaggio che ha dato lustro a questo nome.

Se dici Collodi, dici Pinocchio. Ma il bicentenario è un invito a scoprire che Carlo Lorenzini non fu soltanto il babbo di Pinocchio. All’età di undici anni, grazie alla generosità del marchese, è ammesso in seminario, che però abbandona quando capisce che la vita da sacerdote non fa per lui. Sempre con il sostegno dei Ginori, frequenta i corsi superiori di retorica e filosofia all’Istituto degli Scolopi a Firenze.

A un certo punto della vita, quasi inaspettatamente, Lorenzini-Collodi scopre di avere un talento nel dialogare con i più piccoli

Nel 1844 entra nel mondo del lavoro come impiegato presso la prestigiosa Libreria editrice Piatti, che è anche ritrovo per intellettuali e patrioti, ed è qui che il giovane abbraccia gli ideali risorgimentali e inizia le sue prime collaborazioni giornalistiche. Nel 1848 si arruola come volontario nell’esercito toscano contro gli austriaci, è la prima guerra d’indipendenza e lui combatte nelle storiche battaglie di Curtatone e Montanara.

Rientrato a Firenze, fonda il quotidiano satirico e politico «Il lampione», rapidamente soppresso dalla censura granducale. Il giornale, celebre per le sue caricature, rinascerà nel 1860, dopo la seconda guerra d’indipendenza a cui lo stesso Lorenzini partecipa. Con l’unità d’Italia Carlo trova un impiego come funzionario statale, lavorando presso la commissione di censura teatrale e poi nell’amministrazione scolastica.

Questo ruolo lo mette a contatto con i problemi educativi dell’epoca: l’Italia appena nata ha un disperato bisogno di combattere l’analfabetismo e di creare i nuovi cittadini. L’editore Felice Paggi, sapendo che Lorenzini conosce bene il francese, lo incarica di tradurre le fiabe di Perrault e di altri autori transalpini. Ma lui non si limita a tradurre, piuttosto reinventa i testi arricchendoli con la sua scrittura fiorentina, ironica e vivace. Il volume, intitolato I racconti delle fate (1875), riscuote un enorme successo e Lorenzini scopre di avere un talento per dialogare con i più piccoli. L’editore Paggi lo spinge perciò a scrivere opere originali destinate alle scuole. Nascono così Giannettino (1877) e Minuzzolo (1878), storie di ragazzini monelli che anticipano le vicende di Pinocchio.

Il giornalista Ferdinando Martini stava organizzando la pubblicazione di un nuovo periodico dedicato ai bambini e voleva la collaborazione della penna gustosa e irriverente di Collodi. A partire dal 7 luglio 1881, forse per pagarsi i debiti di gioco, senza grande entusiasmo, Collodi comincia a pubblicare a puntate La storia di un burattino sul neonato «Giornale per i bambini». L’autore, dopo tre soli episodi è già stufo, ma la rubrica della piccola posta è presa d’assalto dai giovanissimi lettori che vogliono sapere cosa accade a Pinocchio. Su sollecitazione del direttore, Collodi riprende a scrivere e la pubblicazione prosegue fino al 27 ottobre 1881, quando esce quella che secondo l’autore è la fine del racconto.

In questa prima versione il burattino muore impiccato dal Gatto e la Volpe a un ramo della quercia grande. Sotto l’ultima riga Collodi scrive la parola «Fine». La redazione del settimanale è inondata da lettere di protesta di bambini che da tutta Italia reclamano a gran voce il ritorno in vita del loro burattino preferito. «Ma come faccio?» dice lo scrittore al direttore «È morto!». «E tu fallo risorgere!».

E allora Collodi accontenta tutti, inventandosi la Fata Turchina per mettere a posto le cose. L’ultima puntata esce il 25 gennaio 1883 con un lieto fine che soddisfa il pubblico: Pinocchio da burattino si trasforma in bravo bambino. Collodi ha già firmato il contratto per la pubblicazione degli episodi in un unico volume. Uscirà nel febbraio 1883 con il testo riveduto, una nuova divisione dei capitoli e le illustrazioni di Enrico Mazzanti, con il titolo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino.

Il successo è immediato e duraturo, il libro è tradotto in oltre duecento lingue e dialetti. Mai l’autore avrebbe immaginato che il suo Pinocchio, da lui stesso definito «una bambinata», nato quasi per caso e cresciuto più per la caparbietà dei giovani lettori che per volontà sua, avrebbe rapidamente conquistato il mondo, diventando il libro più tradotto dopo la Bibbia. Collodi non fa in tempo a cogliere il successo internazionale della sua creatura, perché muore improvvisamente, forse per un aneurisma, a Palazzo Ginori, nel 1890.

Pinocchio, uscito a puntate e che Collodi aveva definito «una bambinata», è tradotto in più di duecento lingue e dialetti

Da allora riposa nella tomba di famiglia in uno dei cimiteri monumentali di Firenze, quello delle Porte Sante a San Miniato al Monte, che ospita letterati e artisti. Celebrare il bicentenario della nascita di Collodi significa oggi riscoprirne la figura nella sua interezza. A questo mira la mostra diffusa dal titolo Carlo Lorenzini Collodi 200: vita e opere di un intellettuale del Risorgimento, che fino alla fine del 2027 coinvolge istituzioni culturali, comuni, biblioteche, musei e archivi di diverse città italiane, in particolare Firenze e Lucca (www.fondazionecollodi.it), e il progetto multidisciplinare «Le avventure di Carlo Collodi raccontate da Pinocchio», con lo spettacolo in chiave noir Il burattino che sapeva troppo previsto a Roma in novembre (www.collodi200.it), in cui un investigatore riconoscibile come Pinocchio, ma mai nominato, ricostruisce la vita di Collodi, i cui manoscritti furono distrutti dopo la morte per proteggere «il buon nome di molti viventi», come disse il fratello Paolo.

Ed è di pochi giorni fa la notizia del ritrovamento di un quaderno inedito di Ippolito Lorenzini, altro fratello di Carlo, con nuove ampie rivelazioni sulla genesi e la stesura di Pinocchio.

Affaire à suivre.