Chandigarh porta la firma di Le Corbusier e Pierre Jeanneret, che ne fecero un modello urbanistico senza precedenti
È grazie a due architetti svizzeri se l’India ha una città verde, silenziosa, spaziosa, pulita e con un traffico fluido. Un’utopia nel gigante asiatico, il Paese più affollato e rumoroso del mondo, uno dei più sporchi e caotici. È Chandigarh, la capitale del Punjab che il Primo ministro indiano Jawaharlal Nehru volle dopo che la partizione del 1947 dell’impero britannico aveva assegnato Lahore, la perla dell’India, al Pakistan. Nehru affidò la sua pianificazione a Le Corbusier che progettò un esperimento rivoluzionario: una città disegnata come un corpo vivente.
Il Capitol Complex, costruito contro Shivalik Hills con gli edifici pubblici in stile brutalista rappresenta la testa. Lo formano il palazzo dell’Assemblea legislativa con le due torri che ospitano i parlamenti del Punjab (rotonda) e dell’Haryana (triangolare), lo Stato creato nel 1966 separando la parte orientale del Punjab. Vi si accede attraverso il Ceremonial Gate formato da 55 pannelli dipinti da Le Corbusier. Mentre il lato verso il Segretariato, l’edificio di otto piani a forma di lastra che ospita gli uffici, si specchia in una vasca alimentata durante il monsone da un salto d’acqua che precipita dal soffitto a catino.
Nella vicina Amritsar, il Tempio d’Oro custodisce un’altra visione del Punjab, fondata sulla spiritualità e sulla solidarietÃ
Di fronte c’è la Torre delle Ombre: la spigolosa costruzione aperta rinfrescata dalle correnti d’aria. Si affacciano sulla grande piazza sovrastata da The Open Hand, il simbolo di Chandigarh, una gigantesca scultura metallica che al tempo stesso raffigura una mano aperta e una colomba della pace: domina una squadrata arena, che si apre sotto il livello della piazza, capace di seicento spettatori. Sul lato opposto si erge l’Alta Corte con tre banchine verticali colorate alte 20 metri che spezzano la facciata di squadrate celle in cemento grezzo, ombreggiata da un parasole nello stesso materiale. Il Capitol Complex è la più articolata opera di Le Corbusier, dichiarata patrimonio Unesco: lo si visita a bordo di un buggy elettrico con i tour guidati gratuiti effettuati tre volte al giorno dal locale ufficio del turismo.
Il corpo urbano è diviso in decine di settori – moduli lunghi tra 800 e 1200 metri con blocchi abitativi di soli due piani – muniti di servizi e aree commerciali sotto i portici affacciati sui viali. Il polmone è la Leisure Valley, un immenso parco che attraversa l’intera città con otto chilometri lineari di aree verdi disseminate di alberi, prati, fontane e aiuole. Nell’area centrale il Rose Garden ospita 850 varietà di questo fiore.
Il sistema vascolare è formato da arterie progettate secondo una gerarchia di mobilità . Grandi viali alberati con jacarande, buganvillee, maggiociondoli e flamboyant per il traffico veloce, senza incroci ma con grandi rotonde fiorite anticipate da bretelle di raccordo per chi svolta a sinistra. Controviali per il traffico lento e locale. Piste ciclabili e marciapiedi. Progetto visionario proiettato nel futuro – all’epoca in India il trasporto a motore era quasi inesistente e le rotonde per smaltire il traffico sono arrivate in Europa quarant’anni dopo – solo in parte realizzato dal genio di Neuchâtel.
Visitando il Le Corbusier Centre, il museo con foto d’epoca e bozzetti delle opere, ricavato nell’atelier dell’urbanista, si scopre che gran parte di Chandigarh fu costruita, tra 1951 e 1965, da suo cugino, il ginevrino Pierre Jeanneret. Come il College di Architettura e la Punjab University, in quest’ultima è di Le Corbusier la torre avvolta in una rampa a spirale che ospita lo Student Centre.
A pochi passi dal Capitol Complex si trova il Rock Garden, realizzato in diciasette anni da Nek Chand, un sognatore artista locale, creando centinaia di sculture e mosaici su un lungo percorso di rocce e cascate, riciclando tonnellate di materiali industriali, soprattutto ceramiche da sanitari, piastrelle, vasellame e portalampade, ma anche fili elettrici, laterizi e metalli.
Chandigarh è una città ricca, abitata in prevalenza da classi media e medio-alta. Il Sector 17 Market offre immagini di shopping da primo mondo con decine di boutique sotto portici che si aprono su una piazza con fontane e palco con musica dal vivo. È il volto meno esotico dell’India, unica l’eccezione l’Indian Coffee House con camerieri che indossano turbanti, ritratti di Gandhi e mobili stile vecchia India. Sogno e speranza nel caos indiano, Chandigarh è uno dei rari luoghi in cui s’intravede la vocazione di un Paese diventato la quarta potenza economica mondiale.
Suo contraltare, sul versante opposto del Punjab, è Amritsar con il Museo della Partizione che – tra foto e filmati d’epoca – racconta la tragica separazione di India e Pakistan (provocò oltre un milione di morti), all’origine della città pianificata da Le Corbusier. La città martire della lotta per l’indipendenza, il Jallianwala Bagh commemora il luogo dove nel 1919 l’esercito inglese aprì il fuoco sui dimostranti uccidendo 400 persone e ferendone 1500.
È vicino al Tempio d’Oro, una delle meraviglie dell’India. Il più importante santuario Sikh, un bacino idrico di 150 metri per lato con al centro il sancta sanctorum venerato ogni giorno da folle di pellegrini di ogni fede. Il punto di osservazione di una religione lontana dallo stereotipo indiano. Il sikhismo (40 milioni di fedeli) nacque nel Cinquecento contro l’idolatrismo e i molti guru individuati come ciarlatani opportunisti: un credo basato su giustizia sociale, abolizione delle caste, difesa della donna, assistenza ai poveri. Ideali perpetuati nel Tempio d’Oro, gestito da volontari, comprende il Guru Ka Langar, la più grande mensa benefica (gratuita) del mondo: aperta 24 ore, ogni giorno serve 100mila pasti vegetariani cucinati da volontari con cibo donato da fedeli. Le donne cucinano mentre gli uomini servono il cibo, puliscono le sale in cui si alternano i commensali e lavano le stoviglie. Ogni giorno vengono impiegati 10mila chili di grano per preparare i chapati, 25mila chili di verdure e legumi, mille chili di riso, cinquemila litri di latte (il rice pudding è servito a tutti i pasti), mille chili di zucchero e cinquecento chili di burro chiarificato. Dosi e pasti raddoppiano in speciali ricorrenze religiose. Attività che è valsa ad Amritsar il titolo di «città dove nessuno ha fame», scontato nell’India di oggi dove il problema è il diabete per abuso di zucchero e carboidrati, ma un miracolo nei decenni dopo l’indipendenza quando il Subcontinente fu flagellato dal susseguirsi di carestie.
Chandigarh e Amritsar, immagini complementari del Punjab, un’India diversa proiettata nel futuro.








