La neutralità come missione di civiltà

by azione azione
7 Ottobre 2026

La votazione popolare sulla neutralità ha rimesso al centro un concetto che è rimasto a lungo nel cono d’ombra della riflessione politica. Ospite silente di un equilibrio pacifico e universalmente riconosciuto, non c’era motivo per interrogarlo e per valutarne gli effetti sulle scelte del Paese. Bastava evocarlo come una chiave di volta perpetua, senza ulteriori approfondimenti o ripensamenti. Ma poi, dopo l’«operazione militare speciale» della Russia contro l’Ucraina il 24 febbraio del 2022, le coordinate sono improvvisamente mutate. Sull’onda dell’iniziativa promossa da Pro Svizzera, con il contributo decisivo dell’UDC, la discussione è ripresa, coinvolgendo tutte le articolazioni della società politica e civile, dai partiti alla rete associativa, dal Parlamento all’opinione pubblica attraverso i media.

L’iniziativa è stata respinta lo scorso 27 settembre, perfino – a sorpresa – dai votanti ticinesi. Il dibattito che ha preceduto la consultazione ha permesso, crediamo per la prima volta, di non fermarsi alla superficie della questione. Si è insomma capito che in questo caso si toccava un nervo sensibile, non semplicemente riconducibile alle deliberazioni del Congresso di Vienna del 1815. In gioco c’era la posizione della Svizzera nel contesto internazionale, la sua storia come culla della Croce Rossa e come depositaria delle Convenzioni di Ginevra, baluardo contro ogni tentativo di affossare il diritto umanitario internazionale, e in fin dei conti il senso medesimo dell’essere svizzeri nel cuore di un’Europa che sembra aver smarrito la retta via.

Voci critiche non allineate

Sappiamo che il secolo scorso ha messo a dura prova la neutralità in almeno due occasioni: durante la Prima e la Seconda guerra mondiale. In entrambi i casi si levarono voci critiche non allineate sui proclami ufficiali. La prima che vorremmo qui brevemente ricordare fu quella incarnata da Leonhard Ragaz (1868-1945), teologo grigionese, che nel 1918 pubblicò un denso saggio intitolato Die neue Schweiz (La nuova Svizzera: ne esiste una versione italiana edita da Grassi nel 1919). In questo scritto Ragaz rifiutava ogni ripiegamento nel bozzolo nazionale: «… già per poter mantenere effettivamente la nostra neutralità noi dobbiamo partecipare intensamente allo sviluppo della storia universale… Isolandoci dalle altre collettività, noi non faremmo che indebolirci, diventeremmo più poveri e meno sicuri allo stesso tempo. Ci resta solo la scelta fra una buona ed una cattiva politica estera… La Svizzera sarà presente ovunque si tratti di rimpiazzare la Violenza col Diritto, l’Autocrazia colla Libertà, e combatterà strenuamente ovunque si tratterà di difendere la concezione politica che, sola, permette di sussistere della Svizzera, e di combattere la concezione avversa che, se dovesse predominare, comporterebbe il Finis Helvetiae!».

Non è un privilegio

In una selezione di interventi che il filosofo neocastellano Denis de Rougemont (1906-1985) mise insieme nel 1940 sotto il titolo Mission ou démission de la Suisse ritroviamo considerazioni analoghe: «se ora e nonostante tutto noi affermiamo che la Svizzera ha il dovere di rimanere neutrale, ciò non può essere che in nome di una realtà che non sarà né materiale, né legale, né soltanto militare, ma spirituale in sommo grado: in nome della missione della Svizzera nella comunità internazionale». E Rougemont proseguiva insistendo sul fatto che la neutralità non è un privilegio, ma un ufficio, un incarico («charge»), da far valere nell’interesse dell’Europa intera. «Neutralité oblige». Questa dev’essere la missione positiva della Svizzera, il suo destino di Paese mediatore e pacificatore, nonché di testimone vivente di una vocazione storica, che consiste nel custodire e nell’illustrare agli occhi dell’Europa il principio del federalismo: un principio, egli sottolinea, radicalmente contrario ad ogni sistema totalitario, «la sola base possibile e solida della pace che tutti noi auspichiamo».

Non sfugge, nella prosa di entrambi, l’afflato religioso. Sia Ragaz che Rougemont provenivano da famiglie protestanti, il secondo addirittura era figlio di un pastore. Questo spiega la ricorrenza di termini quali «Auftrag», «charge», missione, obbligo, vocazione e infine responsabilità. Al di là di ogni interesse materiale e di ogni convenienza del momento, sono gli ideali i veri princìpi ispiratori della Svizzera, messaggera di concordia come pure modello da esibire all’Europa «sur le plan du fédéralisme». Una concezione che il «nostro» Carlo Cattaneo aveva già vagheggiato nel 1848 con la formula degli «Stati Uniti d’Europa».