Canicola di metà agosto, entro in un grande magazzino pieno di turisti alla ricerca di frescura e vengo accolta da una sontuosa esposizione di materiali scolastici. «Tutto per la scuola»: un rituale consueto in cui le immancabili offerte promozionali si intrecciano con suggestivi richiami a fantasie infantili.
Forse è solo un’impressione dettata da mala tempora, ma questa overdose di decorazioni e luccichii, questa esibizione un po’ spudorata di immagini con velleità simboliche, mi appaiono più del solito una fastidiosa esagerazione. Diari, matite colorate, astucci e zainetti mascherati a tal punto che mi è difficile ritrovare, tra gli oggetti esposti, quel profumo di scuola che mi accompagna da una vita, proprio come le celebri madeleines di proustiana memoria.
Con un po’ di fatica per queste interferenze indesiderate, la visione di tante cose belle riesce però a far affiorare un’altra bellezza, custodita in tanti vissuti. Percepisco finalmente la presenza di un altrove invisibile.
Questa esperienza di trascendenza dal visibile all’invisibile è resa possibile proprio dal pervasivo linguaggio dei consumi. Da un consumismo che diventa in qualche modo metafisico.
L’espressione può sembrare un ossimoro, perché il richiamo consumistico di tanti kit sgargianti è un invito ad acquistare e a maneggiare oggetti. E il desiderio di poterli tenere tra le mani per felici esibizioni in aula, è un invito ad abitare in un orizzonte di concretezza, a sostare nella fisicità di pratiche condivisioni, lontani da emozioni, sentimenti e pensieri che potrebbero venirci incontro da un altrove.
In realtà non è sempre così: il nostro agire, anche nelle minuscole vicende quotidiane, rimane per fortuna sempre aperto a possibili esperienze di trascendenza. Può accadere, infatti, che anche l’esibizione della bellezza di tanti oggetti frivoli, squadernata davanti ai nostri occhi, ci porti a incontrare un’altra bellezza nascosta.
Un po’ come, a inizio Novecento, aveva suggerito la corrente di pittura metafisica con i suoi oggetti sospesi in spazi immobili a indicare la possibilità di andare oltre ciò che appare, per svelarne l’essenza. Si pensi ad esempio alle famose opere di Giorgio de Chirico, entrate nell’immaginario collettivo e avvolte in un senso di mistero.
La ricerca nelle cose materiali di una realtà non contingente, la capacità di accogliere significati invisibili nella fisicità degli oggetti, possono rivelarsi un’esperienza preziosa per ciascuno di noi. Un’esperienza da coltivare come occasione feconda per tenerci in contatto con il nostro mondo interiore, per farci sporgere lo sguardo su altri vissuti, per dare voce ai tempi dell’anima, spesso soffocati in quel tempo reale che ci insegue e inghiotte le nostre giornate.
È un’esperienza bella che della bellezza custodisce il significato autentico: purezza e gratuità, al di là delle sue effimere, stereotipate rappresentazioni da cartolina. Ma bisogna saperla riconoscere, non tanto in ciò che le cose mostrano di sé quanto piuttosto in ciò cui alludono. Anche in questo mondo ridotto a mercato, il suo valore ci chiama come una promessa e insieme come un invito ad andare oltre il cartellino del suo prezzo, per ospitare quel di più della vita che può donare una luce nuova anche alle ombre lunghe di fatiche, nostalgie e sofferenze.
Della bellezza nascosta della scuola, molto spesso tradita e maltrattata, ho parlato spesso su queste pagine.
Mi piace richiamare oggi, all’inizio di un nuovo anno, le sue atmosfere preziose, la sua forza progettuale che, da sempre, è fiducia in un mondo almeno un po’ migliore. O il valore dell’esperienza della conoscenza, la sua gratuità e lentezza, intima e insieme condivisa, a contrastare il mantra di conoscenze spendibili nel mercato della vita. Il valore del tempo non misurabile dell’educarsi che della vita custodisce la qualità, la purezza del suo esserci, al di là di ogni misura. E, soprattutto, il valore di quel prendersi cura della vita che sempre ancora riconosco nell’impegno di tanti maestri.
Mi piace concludere con pensieri di bellezza un lungo viaggio tra «approdi e derive». Termino con un auspicio: che il titolo della mia rubrica possa finalmente essere capovolto. L’auspicio che dalle troppe derive del presente possano fiorire nuovi approdi.